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Il giornalismo indipendente in Turchia è sull’orlo di un precipizio

Amnesty International lancia un appello per gli oltre 120 giornalisti in prigione e per la politica di repressione del governo turco

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In occasione della giornata mondiale della libertà di stampa che si celebra il 3 maggio, Amnesty International ha lanciato un appello per supportare i giornalisti indipendenti in Turchia e per attirare l’attenzione sulla condizione di alcuni di loro.

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“I media indipendenti in Turchia non sono ancora morti, ma sono stati gravemente feriti”, si legge nell’appello dell’organizzazione per i diritti umani. “La repressione deve finire. I giornalisti e gli altri operatori dei media devono essere liberati da estese e punitive carcerazioni preventive. Devono poter fare il loro lavoro, perché il giornalismo non è un crimine”.

“Con oltre 120 giornalisti e altri operatori dei media in prigione, varie migliaia di disoccupati per la chiusura di oltre 160 aziende del settore, l’effetto dell’ultima ondata di erosione della libertà di stampa è chiaro: il giornalismo indipendente, in Turchia, è sull’orlo di un precipizio”, si legge sul sito dell’organizzazione.

Secondo la Commissione per la protezione dei giornalisti, la Turchia è il paese con più arresti di giornalisti al mondo. Amnesty riporta anche le storie di giornalisti detenuti nelle carceri turche e non ancora liberati:

Ahmet Şık, detenuto dal 29 dicembre 2016

“L’arresto di Ahmet è un messaggio rivolto agli altri, a quelli che sono all’esterno: chiedete se ne avete il coraggio, parlatene se ne avete il coraggio”, racconta  Yonca Verdioğlu, moglie di Ahmet.

Ahmet Şık è un giornalista investigativo di lungo corso e non è estraneo a persecuzioni e arresti per motivi politici. È stato tenuto in prigione per più di un anno nel 2011 per aver scritto un libro sulla presunta infiltrazione nelle strutture statali da parte dei seguaci di Fethullah Gülen, all’epoca alleato del governo.

Nel dicembre 2016, Ahmet è stato di nuovo messo in custodia cautelare, questa volta con l’accusa di aver fatto propaganda per il Pkk e per quella che il governo chiama Feto (Organizzazione terroristica di Fethullah Gülen). All’inizio, Ahmet è stato tenuto per due giorni in una cella sporca nella prigione di Metris, a Istanbul, senza accesso ad acqua potabile. Non era autorizzato a incontrare il suo legale, né gli è stato detto che questi era stato contattato.

Adesso, Ahmet si trova nella prigione di Silviri, quella dove era stato sei anni fa, e divide la cella con altri detenuti. Può parlare solo con i suoi parenti più stretti attraverso uno schermo e fare loro una telefonata a settimana. Le conversazioni sono registrate e non può ricevere lettere né libri.

Kadri Gürsel, detenuto dal 31 ottobre 2016

“Mio marito sta pagando un caro prezzo per aver espresso le sue opinioni. Nostro figlio di 10 anni ha visto il padre una sola volta da quando è stato arrestato. Non capisce cosa ci stia accadendo”, spiega Nazri, moglie di Kadri.

Kadri Gürsel, veterano del giornalismo, è uno dei nove dipendenti del quotidiano Cumhuriyet arrestati a novembre 2016. Ha alle spalle trent’anni di carriera in cui si è occupato soprattutto di relazioni internazionali. Nel 1995 è stato rapito dal PKK e tenuto nascosto per 26 giorni. Più tardi, ha pubblicato un libro su quell’esperienza, intitolato Quelli sui monti.

Ora è accusato di terrorismo a causa di un editoriale pubblicato a luglio 2016, poco prima del tentato golpe, intitolato Erdogan vuole essere nostro padre. Nell’articolo, Gürsel sostiene che Erdoğan vuole imporsi sulla popolazione con la forza, suggerendo come giusta reazione una ribellione come quella contro Mohamed Bouazizi in Tunisia. Gürsel ha dichiarato alla corte che il suo era “humor nero”.

“Ci fossero state prove, il processo avrebbe già avuto luogo. Ma il tempo passa e il nostro arresto sembra più una punizione”, ha scritto il 25 gennaio all’Associazione dei giornalisti.

Ahmet Altan, detenuto dal 23 settembre 2016

“Che io sappia, nella legge contano i fatti, e, se un fatto costituisce un crimine, se ne portano le prove. Io sto affrontando un’accusa terribile per la quale non c’è alcuna prova”, racconta Ahmet Altan.

Ahmet è uno scrittore ed è l’ex direttore del giornale Taraf, ora chiuso. A settembre è stato arrestato insieme a suo fratello Mehmet Altan, accademico e commentatore, con l’accusa di “mandare messaggi subliminali” agli organizzatori del golpe durante una trasmissione televisiva che ricostruiva la cronologia del tentato colpo di stato.

Ahmet è stato rilasciato 12 giorni dopo, ma solo per essere riarrestato il giorno dopo come presunto “membro di una organizzazione terroristica” e “per aver attentato alla stabilità del governo”.

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In prigione, non gli è in alcun modo consentito di comunicare per iscritto con nessuno e i suoi colloqui con gli avvocati sono rari e monitorati.

“I fratelli Altan sono stati arrestati – presumo deliberatamente – un giorno prima delle feste di Eid”, ha detto ad Amnesty International il suo legale, Veysel Ok. “Così, il procuratore è stato in ferie per 12 giorni, il che ha comportato che la sua decisione non potesse essere modificata e che io non abbia potuto vedere il mio cliente per i primi cinque giorni”.

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