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Perché lavorare negli Usa per gli italiani sarà più difficile nell’era Trump

Trump vuole sfavorire i lavoratori stranieri per avvantaggiare l'occupazione interna negli Stati Uniti. Ecco cosa pensa di fare:

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Con ogni probabilità lavorare negli Usa, per un italiano, sarà più complicato in era Trump. L’intenzione del nuovo presidente è avvantaggiare l’occupazione autoctona e ridurre ulteriormente il tasso di disoccupazione, che comunque è attualmente contenuto (sotto quota 5 per certo). Trump vuole sfavorire i lavoratori non statunitensi, come recita uno dei suoi più recenti executive orders: Buy Americans and Hire American. L’obiettivo è quello di avvalersi del ministero degli Interni e del ministero del Lavoro per limitare le politiche di immigrazione, al fine dichiarato di evitare “frodi e abusi”.

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La prima categoria di visti che dovrebbe essere interessata dalla nuova policy è quella HB-1, i visti temporanei per laureati e lavoratori specializzati. Nel breve termine, i controlli sul luogo di lavoro saranno più frequenti che in passato, e d’ora in poi i lavoratori che potranno beneficiare di tale tipologia di visto saranno soltanto coloro che che riusciranno a dimostrare di avere un livello di istruzione o di retribuzione elevato.  

Questa tendenza è confermata da Daniele Ferretti, avvocato e Of Counsel dello studio Rödl & Partner, abilitato in Italia dal 2005 e nello Stato di New York dal 2009. “In effetti l’amministrazione Trump pare abbia l’intenzione di introdurre una serie di novità in peius per coloro che già lavorano negli Usa o vi si recheranno in futuro. Ma tutto è ancora in itinere”, dice Ferretti.

“Si discute della modifica delle norme che consentono ai coniugi di titolari di visto H-1B e L-1 (ossia coloro che sono titolari di un visto H-4 e L-2) di svolgere attività lavorativa negli Stati Uniti, rendendo pertanto più difficile la loro permanenza in America”. Quindi anche se l’Italia non fa parte di quei paesi islamici per i quali l’amministrazione Trump ha subito “operato un giro di vite” una volta insediatosi, le cose dovrebbero complicarsi lo stesso.

“I visti più richiesti attualmente da un nostro connazionale per motivi di lavoro sono l’E o l’L” spiega Ferretti che di seguito aggiunge: “il primo presuppone, tra l’altro, che vi sia uno scambio di beni e servizi con gli Stati Uniti consistente e continuo nel tempo (E-1, Import/Export), oppure che venga effettuato un investimento di natura sostanziale in loco (E-2, immigrazione da investimenti negli Usa); il secondo è frequentemente utilizzato per trasferimenti infragruppo e presuppone, tra l’altro, che il richiedente abbia lavorato almeno un anno continuativo, negli ultimi tre precedenti alla richiesta di visto, per la società madre, ramo, società sussidiaria o affiliata della società americana (L-1A, riservato a managers e direttori aziendali oppure L-1B, nel caso in cui il richiedente, pur essendo un soggetto specializzato, non svolga attività di supervisione o esecutive).

“Ritengo preferibile un visto E”, continua Ferretti, “a meno che non vi siano particolari ragioni d’urgenza che impongano di chiedere un visto L con l’opzione premium processing. Il suo ottenimento è normalmente più agevole e può essere fatto in Italia attraverso i consolati; inoltre, considerando anche la durata dei rinnovi, è fruibile per termini temporali più lunghi rispetto a visti L”.

Lavorare negli Usa può sembrare una prospettiva molto allettante. Ma il mondo del lavoro da quelle parti è molto diverso dal nostro. Ferretti, ad esempio, precisa che, mediamente, l’incidenza di costi e oneri di un lavoratore Usa per un datore di lavoro è circa il 13 per cento, al netto di eventuali benefit volontari aggiuntivi, ossia ben al di sotto di quanto previsto per un suo pari italiano.

Ma perché succede questo? “Perché prevale il principio dell’autonomia privata rispetto a quella collettiva. I rapporti si fondano principalmente su accordi diretti stretti col singolo datore di lavoro, che ha facoltà di contrattare su tutto. Esistono pochi limiti normativi predeterminati. A New York City, ad esempio, le e ore di malattia da concedere sono almeno 40 e sono retribuite solo nelle aziende con più di 5 dipendenti; nelle altre no”, spiega Ferretti.

“In generale non esiste un numero massimo di ore lavorative settimanali, e la maggior parte delle persone è occupata per più di 40 ore alla settimana. A livello federale, il Family and Medical Leave Act poi, prevede ad esempio la possibilità di assentarsi dal lavoro in maniera provvisoria per salute o per gravi motivi famigliari senza tuttavia attribuire il diritto ad una retribuzione. Ciò è possibile per un massimo di 13 giorni, ma il lavoratore non sarà pagato. Il principio è quello che ti conservi il posto di lavoro ma non vieni retribuito”.

“Nel nostro Paese siamo abituati ad avere almeno 30 giorni di ferie in un anno”, prosegue Ferretti. “Negli Usa si oscilla mediamente da un minimo di cinque giorni l’anno a un massimo di 20: la media è circa 13 giorni”. Davvero una situazione poco invidiabile. Eppure gli Stati Uniti continuano ad avere una notevole produttività e restano un paese a forte attrattiva per lavoratori stranieri. Ed è contro di loro che Trump ha deciso di combattere una delle sue guerre populiste.

* Articolo a cura di Fabio Abati

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