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I condannati all’ergastolo in Italia chiedono l’eutanasia piuttosto che una pena senza speranza

Cento ergastolani hanno inviato una lettera al Garante nazionale per i diritti delle persone detenute per riaccendere il dibattito sulla pena della detenzione a vita

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Il 12 aprile cento ergastolani, da diversi istituti d’Italia, si sono accordati per inviare un appello a Mauro Palma, il Garante nazionale per i diritti delle persone detenute. Nel testo dichiarano di voler avviare la raccolta firme per una proposta di legge che dovrebbe permettere a chi sta scontando la pena dell’ergastolo, in particolare quella dell’ergastolo ostativo, di ricorrere all’eutanasia.

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Le ragione dell’appello

L’appello giunto a Mauro Palma è una lettera, una “provocazione” come lui stesso la definisce, composta da più messaggi che i detenuti hanno scritto tramite il passaparola tra le carceri nella quale i carcerati confessano di sentirsi dei “morti viventi, privi di speranza, e senza la possibilità riavere “una sola gioia di vita nel futuro”.

“La questione centrale non riguarda la possibilità reale di legalizzare l’eutanasia per i detenuti che ne facciano richiesta: quella appunto è una provocazione”, spiega a TPI il Garante Palma. “Il tema principale è la possibilità di focalizzare di nuovo l’attenzione sul tema dell’ergastolo, una questione ormai considerata scontata”.

A fasi alterne e con risultati non molti incoraggianti, la possibilità di abolire l’ergastolo in Italia è un tema discusso. Se ne parlava già nel 1992 quando venne indetto un convegno alla Camera dei deputati nel quale si valutò questa eventualità.

“Dopo le stragi di Capaci e l’ondata di violenza attribuita alle organizzazioni criminali, dal 1993 il poi il tema venne zittito e piegato in un silenzio necessario che doveva dimostrare anche il pugno duro dello Stato con pene severe dinanzi a quegli eventi”, ricorda il Garante.

Le circostanze storiche hanno avuto la meglio su un dibattito di civiltà che oggi merita di ritornare quantomeno sui banchi della politica. I numeri presentati da Palma per lo scenario italiano sono piuttosto alti: sono 1.600 i detenuti condannati all’ergastolo, di cui oltre mille quelli destinati all’ergastolo ostativo. Nel 1992 le cifre si attestavano sotto i 500. In 25 anni questo numero si è triplicato.

L’ergastolo e l’ergastolo ostativo 

La pena dell’ergastolo in Italia è prevista e disciplinata dal codice penale, agli articoli 17 e 22. Chi vi è condannato può, nelle modalità previste, avere accesso a una serie di benefici, come il regime di semilibertà e la libertà condizionale, e godere di determinati tipi di permessi. Inoltre, è stabilito che dopo al massimo 26 anni di espiazione della pena, il condannato possa essere ammesso alla liberazione condizionale.

Si parla di ergastolo ostativo quando l’accesso a tali benefici e alle misure alternative al carcere sono negati, come previsto dall’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario.

I condannati per reati gravi – come terrorismo, associazione mafiosa, sequestro a scopo di estorsione o associazione per traffico di stupefacenti – non possano usufruire di tali benefici nel caso in cui rifiutino di collaborare con la giustizia o qualora la loro collaborazione sia giudicata irrilevante.

Il carcere come rieducazione del condannato

In virtù dell’articolo 27 della Costituzione, che prevede la rieducazione del condannato come fine ultimo della pena e vieta che questa possa consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, si evidenzia il paradosso contenuto in una pena “indefinita”, come quella dell’ergastolo richiamata da Palma.

“La pena non può essere senza speranza”, prosegue il Garante. “Lo stabilisce anche la convenzione di Strasburgo. Ma allora come possiamo relazionarci con una condanna che di per sé non prevede salvezza se non nei casi, pochi peraltro, chiaramente evidenziati dalla legge? Se la punizione deve tendere alla rieducazione del condannato e non deve essere etica ma sociale tramite in reinserimento nella società, come si coincilia con la pena perpetua?”.

“È pur vero che nel 1997 la Corte costituzione ammetteva la questione dell’ergastolo, ma ne ribadiva l’aspetto soggettivo e non oggettivo”, spiega il Garane. “Ossia la possibilità o meno di ottenere la scarcerazione dopo i 26 anni di espiazione della pena dipende dall’effettiva attività del carcerato che si è prestato a collaborare con la giustizia e in quale misura”.

D’altronde anche questo aspetto può essere in qualche modo messo in crisi. “È vero che si può ottenere la scarcerazione collaborando con la giustizia ma non è sempre possibile per i carcerati farlo”, conclude Palma. “Bisogna immaginare che dopo tanti anni di galera i rapporti con le organizzazioni malavitose sono recisi e un soggetto non ha molto da dire su un’indagine partita diverso tempo prima. La legge ha una sua logica ma può essere impossibile nella pratica”. 

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