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Tutto quello che c’è da sapere sul referendum costituzionale in Turchia

Il 16 aprile i cittadini turchi sono chiamati alle urne per approvare le modifiche alla costituzione con le quali il paese diventerebbe una repubblica presidenziale

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I cittadini turchi sono chiamati alle urne domenica 16 aprile per approvare la riforma costituzionale che trasformerebbe il paese da una repubblica parlamentare a una repubblica presidenziale.

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Il pacchetto di riforme include 18 emendamenti e sarà votato dai cittadini poiché la proposta sostenuta dal presidente Recep Tayyip Erdogan non ha ricevuto i voti di due terzi del parlamento turco, rendendo obbligatorio il ricorso alle urne. 

Fin dalla sua fondazione, avvenuta nel 1923, la Turchia è una repubblica parlamentare. Quello che vuole fare Erdogan è trasformarla in una repubblica presidenziale, sul modello statunitense, in cui il capo dello stato è anche il capo dell’esecutivo. 

Erdogan si è speso ampiamente durante la campagna elettorale per far approvare la riforma, arrivando anche allo scontro con alcuni paesi europei come la Germania e i Paesi Bassi in merito all’annullamento di alcuni comizi elettorali. Erdogan ha accusato i due stati di essere nazisti.

Su cosa voteranno i cittadini turchi

I 18 emendamenti riguardano i poteri esecutivi e legislativi nel paese. Tra questi, i punti principali della riforma, se approvata, comporterebbero: l’abolizione del ruolo di primo ministro; un diverso ruolo del presidente che non dovrà più essere neutrale e super partes; l’aumento del numero di parlamentari da 550 a 600; il tetto d’età per il diritto di elezione passiva abbassato a 18 anni; la possibilità per il presidente di nominare quattro dei tredici giudici dell’alta corte.

Lo stato d’emergenza

L’atmosfera in Turchia non è delle più serene, tanto che il paese vive in uno stato d’emergenza. Dal tentato colpo di stato del luglio 2016 in cui 248 persone sono state uccise, il clima nel paese è completamente cambiato. Segnale dell’inasprimento della situazione è il fatto che 152 giornalisti sono in carcere in Turchia, insieme ad alcuni esponenti dei partiti e dei gruppi di opposizione al presidente Erdogan. Lo stato d’emergenza è stato esteso dopo una serie di gravi attacchi terroristici, sia di matrice curda che islamista, nel paese.

Cosa prevede la riforma

Con la sua approvazione, la repubblica parlamentare diventerebbe una repubblica presidenziale, dando al presidente della repubblica anche la guida dell’esecutivo. La nuova costituzione consentirebbe al presidente della repubblica di nominare e licenziare i ministri e abolirà la figura di primo ministro.

È prevista tuttavia la figura di un vicepresidente, o due. Tra i nuovi poteri del capo dello stato turco ci sarebbe anche quello di emettere decreti presidenziali sulla maggior parte delle questioni in capo all’esecutivo senza bisogno di un passaggio parlamentare.

Il presidente avrebbe la facoltà di nominare i vertici dell’esercito e dei servizi segreti, i rettori delle università, i dirigenti nella pubblica amministrazione e alcuni vertici di istituzioni del potere giudiziario.

Attualmente il presidente della Repubblica, che originariamente doveva avere solo un ruolo cerimoniale di rappresentante dell’unità del paese, ha ampi poteri di controllo e supervisione sia dell’esecutivo che del corpo legislativo, ma non detiene la guida del potere esecutivo. 

Cosa cambierebbe per Erdogan in caso di approvazione della riforma

Se la riforma passasse, il presidente Erdogan potrebbe governare il paese fino al 2029, con poteri superiori a quelli attuali. Le nuove elezioni si terrebbero al termine del suo mandato nel 2019.

Se venissero rispettate le regole costituzionali, che impongono al presidente della Turchia due mandati da cinque anni, Erdogan potrebbe essere rieletto esclusivamente per un secondo termine e dunque fino al 2024. Ma l’introduzione della riforma azzererebbe il calcolo, permettendo due successivi mandati, fino al 2029.

Sarebbe inoltre difficile mettere sotto accusa il presidente della Repubblica da parte del parlamento, dal momento che sarebbero necessarie 301 firme per avviare il processo di impeachment, successivamente 360 voti per creare la commissione di inchiesta che potrà decidere se rinviare il giudizio alla Corte suprema e poi il voto di altri 400 deputati che dovranno decidere se proseguire con il processo. 

Gli incarichi ricoperti da Erdogan

Erdogan è alla guida della Turchia dal 2002. È stato sindaco di Istanbul dal 1994 al 1998 e primo ministro della Turchia per tre mandati consecutivi dal 2003 al 2014. Il 10 agosto dello stesso anno è diventato il primo presidente eletto direttamente dai cittadini. In precedenza il presidente della Repubblica era eletto dal parlamento.

Venne eletto con il 52 per cento dei consensi, battendo gli altri candidati Ekmeleddin İhsanoğlu, storico turco ed ex segretario generale della Organizzazione della cooperazione islamica che ottenne il 38 per cento delle preferenze e Selahattin Demirtaş, del Partito democratico del popolo, con il 10 per cento. 

Le ragioni del sì alla riforma

I promotori degli emendamenti che saranno votati il 16 aprile sostengono che il cambiamento costituzionale porterà a una “Turchia forte” in cui l’esecutivo potrà esercitare il potere promuovendo l’economia e combattendo il terrorismo. 

Secondo i favorevoli alla riforma, un accentramento dei poteri come nei sistemi francese e statunitense, porterebbe a una migliore gestione della minaccia terroristica. Il riferimento è anche ad avvenimenti interni al paese, tanto che in molti citano l’esempio del tentato colpo di stato del 2016, oltre alla situazione curda. 

Altra motivazione espressa da chi vuole il cambiamento della costituzione riguarda la necessità di cambiare un sistema legislativo antiquato e stabilito sotto un regime militare. Secondo loro nel sistema di riforma ci sarebbero sufficienti misure di controllo e bilanciamento dei poteri.

“Ci sarebbe più stabilità: la Turchia non perderebbe più tempo, le motivazioni di incertezza e instabilità sparirebbero”, argomenta Muhammet Emin Akbaşoğlu, un parlamentare del partito di maggioranza Akp. 

Le ragioni del no alla riforma

I due principali partiti di opposizione in parlamento hanno votato contro gli emendamenti alla costituzione. 

Secondo i detrattori della riforma, il cambiamento accompagnerebbe un sistema guidato da un solo uomo e vicino a essere un regime. Sono inoltre preoccupati dal “crescente autoritarismo” già mostrato da Erdogan negli ultimi anni. 

Credono, inoltre, che la riforma possa aiutare il presidente a continuare le sue epurazioni in ambienti militari, giudiziari e accademici, così come potrebbe far continuare la politica di arresti indiscriminati.

“Il sistema democratico turco rischia di essere rimpiazzato da una dominazione di un solo uomo: tutti i poteri, anche quello esecutivo e giudiziario, sarebbero nelle mani di una sola persona”, ha dichiarato Bülent Tezcan, parlamentare dell’opposizione. 

Inoltre, gli opponenti argomentano che il referendum si terrà in un clima ostile, con le opposizioni silenziate anche grazie alla detenzione di alcuni politici di spicco, giornalisti e accademici. 

I sondaggi

Secondo gli ultimi dati diffusi in Turchia il voto del 16 aprile potrebbe essere deciso da una differenza minima di preferenze.

Alcuni sondaggi danno il passaggio della riforma leggermente favorito, con il 51 per cento dei voti contro il 49 degli oppositori. La partita si giocherà sugli indecisi, che sembrano essere circa il 10 per cento degli elettori chiamati alle urne. Secondo gli analisti sarà decisivo l’orientamento finale assunto dagli incerti, tra cui ci sarebbero una buona parte dell’elettorato nazionalista e i curdi più conservatori.

Nelle previsioni di voto non sono conteggiati i voti dei cittadini turchi all’estero. Secondo gli esperti l’alta partecipazione dei residenti all’estero – ha votato il 45 per cento di loro – segnerebbe un fattore positivo per Erdogan. Si stima che lo scontro in campagna referendaria contro i paesi dell’Ue possa premiare il presidente turco e la sua volontà di approvare la riforma. 

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