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C’è una via per uscire dal conflitto in Siria e l’unico arbitro è la Russia

Il commento di Alon Ben-Meir, professore della New York University, su un possibile accordo per la soluzione per la guerra civile siriana

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Mentre ci avviciniamo al sesto anno della guerra civile siriana, l’intera comunità internazionale rimane totalmente incapace e non riesce a unirsi per cercare una soluzione che potrebbe mettere fine all’orribile assassinio di migliaia di civili innocenti ogni mese. Per ovvie ragioni, purtroppo, ognuno dei paesi e dei gruppi coinvolti, inclusi Russia, Iran, Turchia, Arabia Saudita, Stati Uniti, il governo di Assad e i ribelli, sono concentrati solo su quello che soddisfa i loro interessi nazionali.

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Non sono così ingenuo da ritenere che gli attori coinvolti si potrebbero comportare diversamente, dal momento che nessuno di loro è guidato da una bussola morale, che cerca di impedire a tutti i costi la scandalosa morte di un numero incalcolabile di uomini innocenti, donne e bambini.

La questione che interessa a tutte le parti è la sconfitta dell’Isis. Ma quale sarà la resa dei conti in Siria dopo la fine del sedicente Stato islamico? Più di sei anni di combattimenti hanno portato fino ad oggi alla morte di quasi 500mila civili per lo più innocenti, e la metà della popolazione (11 milioni su 22) è composta da rifugiati o sfollati.

In ogni caso, ciò che serve è il riconoscimento degli interessi di tutti i soggetti coinvolti, la cui presenza e il cui ruolo in Siria è la condizione indispensabile per trovare una soluzione che, in ultima analisi, garantirà gli interessi nazionali a lungo termine della Siria e porrà fine a una tragedia senza eguali dalla Seconda guerra mondiale.

Il principale arbitro oggi è la Russia, e la sua presenza in Siria risale a quasi cinque decenni fa. La sua base navale permanente e i grandi investimenti nelle risorse durante la guerra civile mettono Mosca nella posizione di plasmare l’esito di qualsiasi soluzione, e lei continuerà a sostenere Assad finché questo salvaguarda gli interessi russi. La Russia vuole ridurre al minimo l’influenza degli Stati Uniti, ma riconosce anche che il sostegno americano a ogni accordo rimane essenziale a causa della vasta influenza regionale degli Usa, che ha un rapporto diretto con il futuro della Siria.

La Turchia si sente minacciata dallo sviluppo degli eventi in Siria, e il presidente Erdogan è determinato a mantenere una certa presenza nel territorio perché: a) vuole impedire che i curdi siriani di stabiliscano uno stato autonomo e accusa gli Ypg – la milizia curda – di essere terroristi che combattono a fianco del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdista; b) Erdogan vuole guidare il mondo musulmano sunnita e “islamizzare” il paese vicino in senso conservatore per garantire una continua influenza della Turchia con il pretesto della sicurezza nazionale.

Anche se la Turchia siede al tavolo dei negoziati a Ginevra con la Russia e l’Iran, l’intervento militare russo nella guerra siriana a settembre 2015 ha rappresentato una sfida per gli interessi turchi e accresce la tensione tra i due paesi. Inoltre, il contrasto crescente tra Turchia e Stati Uniti sui curdi siriani ha contribuito alla battuta d’arresto più importante della Turchia in Siria.

L’Iran è il secondo attore più importante e non rinuncerà al suo interesse in Siria in nessun caso. Vuole mantenere la sua influenza strategica dal Golfo Persico al Mediterraneo. Per Teheran, la Siria è la chiave di volta fondamentale che gli permette di proiettare il suo potere nella mezzaluna con l’appoggio implicito di Hezbollah libanese. Come la Russia, l’Iran ha investito molto in denaro, materiali e mano d’opera per la guerra; sostiene e continuerà a sostenere Assad e insisterà, forse in modo informale, sul mantenimento di un punto d’appoggio permanente in Siria.

L’Arabia Saudita è il principale rivale dell’Iran per l’egemonia regionale e sta cercando di rafforzare la posizione della maggioranza sunnita in Siria, di impedire all’Iran di stabilire una solida posizione nel paese, e di rimuovere Assad.

Per i sauditi, la Siria è diventata insieme all’Iraq il campo di battaglia tra i sunniti e sciiti. Anche se l’Arabia Saudita ha sostenuto i ribelli con i soldi e attrezzature, Riyadh ha rifiutato di introdurre truppe di terra nella lotta contro l’Isis, cosa che avrebbe potuto anche cementare il suo ruolo nel paese per contrastare la presenza di milizie sciite iraniane. In questo modo ha gravemente indebolito la sua posizione in eventuali futuri negoziati e il loro esito.

Il presidente Assad, che si è aggrappato ai suoi alleati russi e iraniani, sa che la sua prospettiva di vita dipende dal loro supporto continuo. Sarà d’accordo a fare quasi ogni concessione ai due paesi per assicurarsi il loro continuo sostegno per rimanere al potere. Le sue recenti vittorie contro l’Isis e i ribelli con il supporto di Russia, Iran e Hezbollah libanesi lo hanno incoraggiato solo a mantenere la rotta, e inevitabilmente lui dovrà far parte di qualsiasi soluzione futura.

I ribelli siriani, in particolare il Free Syrian Army (Fsa), in gran parte si stanno ritirando; tuttavia, rimangono una forza da non sottovalutare nell’attuale e in tutti i futuri negoziati di pace. I rappresentanti dei ribelli (per lo più sunniti) rimarranno saldi per fissare alcune delle loro richieste su importanti riforme sociali e politiche e dei diritti umani. Dovranno accettare però la possibilità che in qualsiasi soluzione futura, Assad guiderà un governo di transizione, anche solo formalmente, almeno per diversi anni.

Dati gli interessi divergenti degli attori coinvolti, gli Stati Uniti dovrebbero intromettersi nel processo di negoziazione e fare sforzi per assicurare che sia raggiunto un accordo che contribuisca a facilitare la risoluzione di altri conflitti regionali. Nonostante l’attuale rapporto precario tra gli Stati Uniti e la Russia, la cooperazione tra i due paesi è essenziale per trovare una soluzione definitiva alla guerra civile siriana in base a quanto segue.

1. un nuovo governo federalista decentralizzato dovrebbe essere creato e guidato da Assad, con cui le principali etnie (curdi, alawiti, sunniti e cristiani) mantengono uno scarso legame. La potenza di questo governo dovrebbe essere investitq in progetti nazionali per ricostruire le infrastrutture della nazione mentre ci si concentra sul reinsediamento dei rifugiati e degli sfollati.

2. gli Stati Uniti devono accettare l’inevitabile: la Russia, dopo aver investito così largamente negli ultimi sei anni, manterrà per i decenni a venire una presenza militare più forte e più visibile in Siria rispetto a quella che aveva prima della guerra civile.

3. l’Iran insisterà sul mantenimento di una presenza permanente, ma deve essere avvertito dagli Stati Uniti pubblicamente e direttamente che la creazione di un terzo fronte da cui minacciare Israele non sarà tollerato. Tale provocazione sarà vista e trattata come se fosse una minaccia contro gli Stati Uniti. L’Iran dovrà anche trattenere Hezbollah per prevenire qualsiasi futuro scontro con Israele.

4. anche se la Turchia sostiene di avere problemi di sicurezza nazionale, non le deve essere consentito di decidere del destino della comunità curda in Siria. Gli Stati Uniti devono rendere sufficientemente chiaro a Erdogan che la sua intromissione negli affari dei curdi siriani non è accettabile. La soluzione del problema curdo turco sta nel raggiungimento di un accordo con i propri cittadini curdi.

5. un processo di pace e di riconciliazione deve essere effettuato e supervisionato da rappresentanti della popolazione siriana insieme alle Nazioni Unite, che includeranno gli altri paesi coinvolti per evitare vendette e rappresaglie. Questo sarà necessario per spianare la strada verso il ripristino di una vita normale, anche se ci vorranno molti anni per guarire cicatrici emotive e l’agonia del distacco che ha colpito quasi tutti i siriani.

6. dovrà essere intrapreso un massiccio sforzo di aiuto internazionale. Decine di miliardi di dollari saranno necessari per facilitare il ritorno dei rifugiati, la riabilitazione degli sfollati interni, e la ricostruzione delle infrastrutture del paese e altri servizi sociali.

Mi sento abbastanza sicuro a ipotizzare che la situazione in Siria non sarebbe diventata così terribile se l’ex presidente Obama fosse intervenuto nelle prime fasi del conflitto. Avrebbe potuto essere in grado di aiutare non solo nel porre fine alla guerra civile in Siria, che ha provocato la morte di centinaia di migliaia di persone durante il suo mandato, ma anche nell’evitare che la Russia riempisse il vuoto che lui ha creato, rendendo Mosca il più potente attore in Siria.

Il presidente Trump deve ricordare che, sebbene la sconfitta dell’Isis sia fondamentale, lui deve sviluppare una strategia globale che non solo formi il quadro finale di un accordo in cooperazione con la Russia, ma anche facilitare una soluzione per altri conflitti regionali. Il tempo stringe e il bilancio delle vittime deve fermarsi.

— Analisi di Alon Ben-Meir, professore di relazioni internazionali ed esperto di Medio Oriente alla New York University, pubblicata il 31 marzo 2017

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