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L’incredibile storia di Ellen e William Craft, schiavi innamorati fuggiti grazie a un travestimento

La vicenda dei coniugi Craft a metà dell'Ottocento rappresenta la più grande beffa al sistema schiavista americano

Immagine di copertina

A metà dell’Ottocento nella parte orientale degli Stati Uniti il colore scuro della pelle rappresentava una condanna alla schiavitù. Questo accadeva anche in Georgia, nella tenuta della famiglia Smith, dove viveva una schiava di nome Maria insieme ad altri sfortunati compagni.

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Se le pretese della signora Smith riguardavano pulizie e cucina, quelle del capofamiglia erano di natura sessuale. Lo sapevano i coniugi e lo sapeva Maria, lei stessa frutto del rapporto tra la madre e un uomo bianco.

La genetica, però, si prese gioco del signor Smith, il quale ebbe da Maria una figlia, Ellen, dalla pelle chiarissima. Un colorito sfacciatamente ambiguo che metteva in imbarazzo la signora Smith, costretta a puntualizzare ai curiosi che no, lei non faceva parte della prole.

La donna si disfece ben presto della piccola offrendola come regalo nuziale a una delle sue figlie (nonché sorellastra di Ellen): Eliza, che la trattò con moderato rispetto e le impartì alcune nozioni di cultura generale. Questo fece prendere coscienza a Ellen della propria condizione e la ragazza cominciò a sognare l’impossibile.

Ellen si innamorò di William Craft, uno schiavo che aveva assistito in lacrime alla vendita della sorella quattordicenne per poi essere anch’egli ceduto per ripagare i debiti di gioco del padrone. Così anche lui prese coscienza della propria condizione e cominciò a escogitare l’impossibile.

William apparteneva a un funzionario di banca il quale lo faceva lavorare da un falegname.

La coppia di schiavi si sposò nella cittadina di Macon dove le loro vite si erano incrociate. Quando fu il momento di avere dei figli decisero che mai avrebbero accettato di vederseli portare via come era successo ai loro genitori. L’unica soluzione era metterli al mondo negli Stati liberi, da persone libere. Fu questo a convincerli definitivamente a fuggire.

Milioni di pigmenti separavano William dalla libertà, mentre Ellen godeva di una posizione indubbiamente privilegiata. Proprio dal colore chiaro della pelle della donna prese spunto il loro geniale piano di fuga.

William avrebbe vestito i panni che mai aveva dismesso, quelli da schiavo, mentre Ellen avrebbe recitato il ruolo del giovane padrone sudista. Più volte Ellen fu presa da sconforto e in procinto di abbandonare l’assurdo progetto di farsi passare per uomo, per di più bianco. Ma William la convinse a proseguire sulla folle strada.

I Craft sapevano che se fossero stati catturati ad attenderli non avrebbero trovato la vita di prima, ma torture, mutilazioni e la loro inevitabile separazione. Sapevano di non poter fallire e si applicarono in modo maniacale a quella che sarebbe diventata la più grande beffa al sistema schiavista.

Ellen avrebbe dovuto impersonare un possidente malato di reumatismi in viaggio verso il nord. Un bendaggio parziale al volto avrebbe limitato l’esposizione dei suoi tratti delicati, ma soprattutto le avrebbe evitato di dover pronunciare troppe parole rivelando così la voce femminile. Infine, una fascia al braccio destro avrebbe fornito alla donna analfabeta la scusa valida per non dover firmare alcun documento. Né per lei né per il suo servo.

Fissarono la fuga nel periodo di Natale, l’unico che avrebbe permesso un’assenza prolungata senza destare sospetti. Gli schiavi potevano infatti muoversi entro brevi distanze e periodi limitati, e solo grazie a un lasciapassare. Ellen e William lo ottennero con riluttanza dai rispettivi padroni per fare visita a parenti inesistenti.

Quel giorno la donna indossava un completo elegantissimo da uomo, da lei stessa confezionato, copiato a uno dei facoltosi ospiti che capitavano in casa, un costoso cappello e un paio di occhiali. Anche la fasciatura al volto e al braccio erano opera sua. William completò il travestimento tagliandole i capelli. Era mattino e prima di dirigersi al treno che li avrebbe portati a Savannah si inginocchiarono e pregarono il Signore che tutto andasse per il verso giusto.

Dio, però, sembrava essersi distratto. Arrivati alla stazione si divisero: Ellen acquistò i biglietti per sé e per il suo schiavo e si avviò al sedile assegnato, William prese posto nella carrozza riservata ai neri. Fu lì che l’uomo, con il terrore negli occhi, avvistò il suo datore di lavoro aggirarsi per la stazione. Lo vide dirigersi verso il bigliettaio, chiedere informazioni e avvicinarsi a passo spedito verso il treno.

Stava passando in rassegna l’interno di tutte le carrozze, cercando qualcuno. Sicuramente aveva subodorato la fuga dello schiavo. William, sentendosi spacciato, riuscì solamente a girarsi in direzione opposta al finestrino. Mancavano pochi metri prima che il falegname raggiungesse la carrozza di William, quando il campanello della ferrovia suonò. Passarono una manciata di secondi e il treno partì.

Nel frattempo Ellen, inconsapevole del rischio appena scampato, si apprestava a correrne un altro. Mr. Cray, amico di lunga data dei suoi padroni, stava condividendo lo stesso scompartimento della donna. Appena lo vide temette fosse stato mandato appositamente dai suoi proprietari per trattenerla.

“Davvero una bella giornata, Sir!” le si rivolse Mr. Cray. La donna si limitò a tenere lo sguardo fisso verso il finestrino. “Davvero una bella giornata” disse con tono più forte l’uomo, incapace di rassegnarsi alla sua indifferenza. I presenti avevano notato la scena, ora Cray pareva infastidito e imbarazzato per l’affronto subito, ripeté quindi una terza volta quello che non era più un banale commento meteorologico.

Dalle bende di Ellen uscì un debole “Sì”. Uno dei presenti commentò quanto dovesse essere difficile viaggiare per un malato. “Vero” disse soddisfatto Cray “e dunque non disturberò più questo gentiluomo”. Ellen capì che l’amico di famiglia non era sulle sue tracce e che il travestimento stava funzionando. Il resto dei presenti proseguì nella conversazione toccando temi di attualità quali l’abolizionismo, il cotone, i negri.

Arrivati a Savannah, William ed Ellen si imbarcarono su un battello che li avrebbe portati fuori dalla Georgia, a Charleston, nel South Carolina. Da lì avrebbero cercato di abbandonare definitivamente gli stati che esponevano la bandiera confederata, quella stessa bandiera che nel 2016 Obama ha vietato all’interno dei cimiteri pubblici. Mille chilometri separavano i Craft dalla loro terra promessa, Philadelphia, nella Pennsylvania abolizionista.

Il battello stava proseguendo nella navigazione, mancavano poche ore all’arrivo e gli innamorati si trovavano nella grande sala da pranzo con il resto dei passeggeri. William imboccava con cura il suo padrone, il quale mostrava inusuale cordialità, forse troppa.

Un giovane ufficiale sudista si avvicinò con fare cortese: “Mi scuserà per ciò che sto per dirle, Sir, ma credo sia sulla giusta strada per rovinare del tutto il suo schiavo. Le assicuro, Sir, niente lo guasterà quanto rivolgergli parole come ‘grazie’ e ‘prego’. L’unico modo per far rigare dritto un negro è farlo tremare come una foglia, sempre”. Ellen annuì, lo ringraziò, disse che ne avrebbe fatto tesoro. Il battello era finalmente giunto al molo di Charleston, l’ufficiale si congedò e tutti i passeggeri si misero in fila per scendere.

Novecento chilometri adesso separavano la coppia da Philadelphia. Presi i biglietti sarebbe bastato salire sul treno e attendere in silenzio che questo scivolasse verso nord sulla ferrovia. I biglietti, appunto. Per ottenere quello di William era necessaria una firma, serviva a garantire che lo schiavo appartenesse realmente al padrone.

Ellen pagò i due dollari necessari e, indicando il braccio destro immobilizzato, chiese al bigliettaio di registrare i nomi al posto suo. “Certo che no!” urlò con voce alterata “non firmerò al suo posto”. La scena aveva raggelato il sangue dei Craft e attirato l’attenzione dei presenti. Anche quella dell’estroverso ufficiale sudista che aveva messo in guardia Ellen dal rivolgersi con cortesia allo schiavo.

Il giovane era una persona molto nota a Charleston e volle informarsi con il malato su cosa stesse succedendo. Quando il capitano della nave lo vide interloquire con lo straniero decise che si sarebbe assunto la responsabilità di registrarlo come passeggero. Non prima di avergli chiesto il nome: “Mr. Johnson” rispose Ellen. “Bene Mr. Johnson, ora è tutto a posto, può salire a bordo con il suo schiavo.”

Il personale sogno americano dei Craft stava per avverarsi. A Baltimora, però, un ligio funzionario doganale era in agguato. Disse che non c’erano sufficienti prove che il negro appartenesse a Mr. Johnson, che se lo avesse lasciato espatriare se la sarebbe poi dovuta vedere egli stesso con l’eventuale vero padrone. Una grana che non aveva alcuna intenzione di affrontare.

Il sogno della coppia stava per svanire, a meno di 50 chilometri dalla frontiera. Il dio invocato nelle preghiere di Ellen intervenne sotto forma di protesta popolare, lanciata dai presenti in solidarietà al malato bisognoso di cure e dunque dell’assistenza dello schiavo. Il funzionario capì che le rimostranze si sarebbero rivelate una grana e accettò di far proseguire la coppia.

Il giorno di Natale del 1848 il treno entrò nella stazione di Philadelphia. Se qualcuno avesse sbirciato dentro lo scompartimento di prima classe, nel quale William si era precipitato a raggiungere la moglie, avrebbe notato uno yankee bendato e in lacrime baciare appassionatamente il suo nerissimo schiavo. Probabilmente troppo anche per uno stato abolizionista.

Liberi e stremati i Craft si misero subito in contatto con la comunità afroamericana di Philadelphia, che trovò loro una sistemazione a Boston.

La storia suscitò grande interesse tra gli abolizionisti e la coppia venne invitata a tenere discorsi pubblici sulla loro fuga. Due anni dopo, quando ormai i Craft credevano di essere al sicuro, gli ex padroni di Ellen inviarono due cacciatori di schiavi per riprendersi ciò che consideravano ancora di loro proprietà.

La cattura fallì grazie alle protezioni della comunità abolizionista, ma i possidenti si appellarono alle massime autorità. Il tredicesimo presidente degli Stati Uniti, Millard Fillmore, acconsentì alla richiesta degli schiavisti e autorizzò l’utilizzo dei soldati.

Boston non era più un luogo sicuro per i Craft. Gli sposi si imbarcarono sulla prima nave in partenza per Liverpool; qui ebbero cinque figli e decisero di dare alle stampe le loro memorie (Running a Thousand Miles for Freedom) narrate in prima persona da William. Solo nel 1870 poterono tornare in Georgia: si ricongiunsero ai familiari che non vedevano da vent’anni e aprirono una scuola per tutti gli afroamericani che da poco avevano conosciuto la libertà.

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