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Che cosa hanno in comune coloro che credono alle teorie del complotto

Individui di sesso maschile, non coniugati, appartenenti a una minoranza etnica e che soffrono di disturbi psicologici: sono alcune delle caratteristiche dei complottisti

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Siamo entrati in un’epoca dove le teorie del complotto sono all’ordine del giorno, dove verità e post-verità si confondono, dove le bufale e le notizie attendibili hanno la stessa dignità e lo stesso spazio mediatico. 

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La società della post-verità è un terreno fertile dove le teorie di dubbia provenienza possono prosperare indisturbate, o quasi. Ma è vero che alcune persone sono più sensibili di altre alle teorie del complotto? Perché di fronte a dati che smentiscono alcune notizie, una persona può essere portata a credere ad alcune teorie senza metterle in discussione? 

Certamente un sano scetticismo è prudente. Certamente molte informazioni possono essere inaffidabili, ma se dovessimo respingere come falso tutto ciò che viene diffuso dai media tradizionali o come inaffidabili e tendenziosi tutti gli studi scientifici, saremmo alla completa mercé della disinformazione. 

“Stiamo entrando in un periodo d’oro della teoria del complotto?”, si chiede il quotidiano britannico The Guardian

Questi fenomeni non sono nuovi, risalgono a centinaia di anni fa. Eppure, secondo alcuni scienziati, viviamo ora nella società della post-verità, in cui la fiducia nei media tradizionali è ai minimi storici e le teorie del complotto proliferano. 

Cosa rende alcune idee credibili per determinate persone? Perché nonostante le prove esistenti una persona dovrebbe credere che l’allunaggio è stato una farsa o che il virus dell’Aids sia stato creato artificialmente dal governo degli Stati Uniti, o che siano stati i servizi di sicurezza britannici ad assassinare la principessa Diana per evitare che si sposasse con il musulmano Dodi al-Fayed? 

Non sono molti gli studi scientifici specifici sulle teorie del complotto e sulle caratteristiche delle persone complottiste.

Lo studio di Daniel Freeman e Richard Freeman, dal titolo “The concomitants of conspiracy concerns”, ha analizzato eventuali fattori sociali e psicologici comuni a coloro che si accostano alle teorie del complotto.

Lo studio, che riprende ricerche psicologiche precedenti, ha individuato alcune caratteristiche: coloro che sono portati a credere alle teorie del complotto sono con più probabilità individui di sesso maschile e non coniugati, a volte appartenenti a una minoranza etnica e che spesso posseggono un’arma. 

Questi individui sono accomunati anche da un basso livello di benessere fisico e psicologico e hanno preso in considerazione il suicidio. Le loro reti sociali erano più deboli, non possono contare su amici e famiglia. Spesso hanno vissuto durante l’infanzia relazioni difficili con i genitori, o a causa della loro assenza o di episodi di violenza. 

Infine, i teorici della cospirazione sono più propensi ad avere alcuni disturbi psicologici, tra cui l’ansia, la depressione, la sindrome da deficit di attenzione e iperattività, disagi personali o problemi legati ad alcol e droga.

Tutte queste caratteristiche, unite a diversi disagi personali e una bassa autostima, secondo lo studio forniscono terreno fertile per coltivare una sfiducia nei confronti dell’autorità: la sensazione che la società li abbia respinti fa si che siano portati a respingere le credenze a cui la società aderisce.

Il risultato di questo processo può essere l’adesione a teorie complottiste. 

Secondo gli autori, modelli psicologici di teorie del complotto hanno bisogno di ulteriori prove per essere realizzati. “Ma dato l’attuale clima socio-politico, una ricerca di questo tipo è mai stata più necessaria di adesso?”, si chiedono i due psichiatri. 

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