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“Non prendere posizione contro Trump è irresponsabile come non averlo fatto contro Hitler”

Pablo Simental ha intervistato per TPI Mickey Boardman, editorialista di Paper Magazine, noto negli Stati Uniti per il suo supporto ai diritti della comunità Lgbtq

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In un tempo in cui abbiamo bisogno di persone influenti nei media, che prendano posizione sulle sfide che pone la politica globale, il direttore ed editorialista di Paper Magazine, Mickey Boardman, chiede costantemente supporto per i diritti della comunità Lgbtq, delle persone di colore e delle donne. 

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Boardman non ha mai preso posizione in un’intervista da quando Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti. Pablo Simental ha avuto modo di parlare con lui dell’argomento per TPI.

Essere Lgbtq pubblicamente è di per sé una dichiarazione importante. Ma qual è la nostra responsabilità come Lgbtq che hanno influenza sui media?

Ci troviamo adesso nell’era Trump. Abbiamo fatto passi avanti durante la presidenza Obama, ma rimane cruciale per noi avere voce nei media e vederci rappresentati in un modo positivo a prescindere dall’orientamento sessuale e dal colore della pelle.

Sembra una stupidaggine, ma è molto più importante vedere una persona di questo tipo in uno spettacolo televisivo piuttosto che vederla in politica. In questo modo tutti possono imparare ad accettare i gay e vederli nella loro normalità.

Penso che sia importante ritrarre come persone potenti le persone di colore e le donne. Dovrebbero insegnarci che l’imperatore Adriano a Roma era omosessuale, che le persone di colore hanno dominato il mondo, gli Incas e gli Aztechi, le tribù di Timbuktu, la gente di Babilonia. È tutto così bianco e maschio il modo in cui le cose vengono insegnate.

E più questo diventa un luogo comune, più viene rappresentato, più diventa normale. Suona anche un po’ offensivo il fatto che dobbiamo essere accettati, ma dobbiamo pretenderlo. E dobbiamo farlo per tutte le persone, non solo Lgbtq.

Siamo in un tempo in cui questi diritti fondamentali sono sotto attacco, e abbiamo bisogno che ogni cittadino responsabile si faccia sentire in favore della giustizia e dell’uguaglianza ogni volta che abbia questa occasione. E questo vale anche per Meryl Streep, che ottiene un premio alla carriera. Vale per me che uso il mio profilo Instagram, vale per te che intervisti personaggi pubblici della comunità Lgbtq.

Ciò che è personale diventa pubblico in definitiva.

Poi c’è il presidente. Secondo me non dovremmo neanche chiamarlo “presidente”, ma “numero 45”. Non prendere posizione contro di lui è irresponsabile tanto quanto non averlo fatto contro Hitler nei primi giorni in cui lui ha preso il potere.

Quello su cui provo a concentrarmi molto è che, a prescindere da chi sia, le persone intervengono per difendere il destinatario degli attacchi di “numero 45”. È un dono meraviglioso, la gente è molto carica.

Le persone stanno finanziando Planned Parenthood, l’ong a favore della legislazione abortista; stanno facendo donazioni a Aclu, l’associazione che difende i diritti civili e le libertà individuali negli Stati Uniti e chiama il Congresso. Nessuno chiamava mai, ora li stanno inondando di telefonate. Quindi in qualche modo è un dono, e non so se posso dire che questi progressi ci fanno piacere.

Ci sono 20 donne al Senato, che è un fottuto scherzo, nel senso che, che ce ne sono più di quante ce ne siano mai state ma rappresentano comunque il 20 per cento? Le donne sono più del 20 per cento della popolazione e quindi è ridicolo che ce ne siano soltanto 20 in Senato, ma c’è ancora tantissima strada da fare.

Forse sono impazzito, ma vedendo il razzismo, l’omofobia e il sessismo e le leggi d’odio mi mostrano che c’è ancora molto da fare.

Qualcuno mi ha detto che quando una malattia è guarita, quasi negli ultimi giorni ricompare, nel senso che abbiamo raggiunto talmente tanto in termini di uguaglianza, ma è come se ci fosse un’ultima affermazione della supremazia bianca.

Forse non è così, ma mostra che tutti abbiamo bisogno di supporto a tutte queste questioni come Black Lives Matter e la parità di retribuzione.

Si tratta di uguaglianza e di diritti umani. Com’è stata la tua esperienza da membro della comunità Lgbtq nella moda? Com’è l’atmosfera, sta diventando politica?

Non credo sia solo una cosa legata alla comunità Lgbtq. Vivo a New York ma adesso mi trovo a Parigi. Ho provato a contare con quanti immigrati entro in contatto ogni giorno e ce ne sono ovunque, dal momento in cui mi alzo fino alla metà delle persone con cui lavoro.

Tutto il talento che abbiamo non ci sarebbe senza gli immigrati. E anche chi non è immigrato discende da immigrati.

Penso che noi, Lgbtq nel mondo della moda, abbiamo questa impressione perché molti di noi lavorano con molti immigrati. Ecco che allora il divieto di ingresso nel paese, che è qualcosa che frega gli immigrati non è solo “oh, noi crediamo nell’uguaglianza per tutti”, ma colpisce una persona con la quale io lavoro e che è parte della mia famiglia allargata e che influenza la mia vita in ogni modo diretto. Questa è una minaccia diretta a loro e di conseguenza una minaccia diretta a me.

Tornerai a New York domani?

Sì, il mio volo è al mattino. Dimmi un po’ di te.

Domani vado a Barcellona. Ho curato mostre e spettacoli in California, in particolare per far conoscere artisti delle comunità emarginate. Ora non so se tornerò in California, penso di andare a Londra. Mi sono innamorato di Londra e a Londra.

Dove l’hai conosciuto? Online?

Penso che il motivo per cui la gente come noi rischia tutto per realizzare ciò che vogliamo è perché quando perdiamo la nostra capacità di amare non c’è nient’altro che abbiamo paura di perdere.

Giusto. Non si scherza con noi.

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