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“Dopo aver scelto il male, gli europei scelsero il bene”, il discorso del premier Gentiloni sull’Ue

Le parole pronunciate da Paolo Gentiloni nell'anniversario dai 60 anni della firma dei Trattati che hanno dato vita all'Unione europea

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Il 25 marzo 1957 veniva firmato a Roma il trattato che istituiva la Comunità economica europea, dalla quale poi è nata l’attuale Unione europea. Il documento è passato alla storia come Trattato di Roma e oggi si celebrano i 60 anni da quella data.

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Per l’occasione i capi di stato e di governo dei 27 paesi dell’Unione europea, ad esclusione del Regno Unito, sono riuniti nella capitale italiana. I leader dei paesi membri firmeranno inoltre una nuova dichiarazione per onorare il trattato del 1957, che ha aperto la strada alla nascita dell’Unione europea.

Qui sotto riportiamo il discorso del presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni in occasione della cerimonia tenutasi in Campidoglio nella mattina di sabato 25 marzo:

“25 marzo 1957, 25 marzo 2017. Un viaggio lungo sessant’anni. Un viaggio di conquiste. Un viaggio di speranze realizzate e di speranze ancora da esaudire.

Il viaggio dell’Unione era iniziato ancora prima, quando la nostra patria europea aveva smarrito se stessa.

Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Europa era ridotta a un cumulo di macerie. Milioni di europei morti. Milioni di europei rifugiati o senza casa. Un continente che poteva contare su almeno 2500 anni di storia, ritornato di colpo all’anno zero.

Prima ancora che la guerra finisse, reclusi in una piccola isola del Mediterraneo, due uomini, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, assieme ad altri, sognavano un futuro diverso. Un futuro senza guerre. Un futuro prospero. Un futuro di pace.

Su quello slancio ideale, finita la guerra, le nazioni d’Europa avviarono un cammino di ricostruzione, materiale e spirituale. Non tutte sarebbero andate incontro allo stesso destino. Per decine di milioni di europei sarebbero arrivati lunghi anni di oppressione. Le nostre strade sarebbero rimaste separate per molto tempo ancora.

In quella Europa divisa, statisti come Adenauer, De Gasperi, Monnet, Schuman, Spaak e altri iniziarono a costruire un’Unione di pace e di progresso.

Venivano da paesi diversi, parlavano lingue diverse, non la pensavano allo stesso modo su tutto. Ma tutti erano accomunati da una stessa splendida ossessione: non dividere, ma unire, non schierarsi gli uni contro gli altri per il male di tutti, ma cooperare insieme per il bene di ciascuno.

In fondo, si ritrovarono a compiere la scelta più antica che l’umanità ciclicamente è chiamata a rinnovare. La scelta tra il bene e il male.

Dopo aver scelto, con due guerre mondiali, il male, gli Europei scelsero il bene: riunire i popoli in un viaggio comune, per ricacciare indietro i demoni dei nazionalismi.

Lo sapevano bene i fondatori dell’Europa unita. Lo sapeva bene Alcide De Gasperi, che chiese ai suoi contemporanei:

“Se volete che un mito ci sia, ditemi un po’ quale mito dobbiamo dare alla nostra gioventù per quanto riguarda […] l’avvenire del mondo, la sicurezza, la pace, se non questo sforzo verso l’Unione?”.

Noi oggi, qui riuniti, celebriamo dunque la tenacia e l’intelligenza dei nostri padri fondatori europei.

E la prova visiva e incontestabile del successo di quella coraggiosa scelta la offre il colpo d’occhio di questa sala: eravamo 6 sessant’anni fa, siamo 27 oggi.

Appartengo a una generazione nata proprio in quegli anni. E non riesco a sfuggire al paragone con la generazione di chi firmò quei Trattati.

Loro avevano conosciuto due guerre, la dittatura e spesso il carcere, le distruzioni e le divisioni dell’Europa.

Noi abbiamo vissuto 60 anni in pace e libertà.

Dai Trattati di Roma siamo stati capaci di arrivare a un vero e vasto mercato unico europeo. Siamo diventati il più ampio spazio commerciale al mondo e, insieme, la terra dei diritti sociali.

Nel frattempo, il mondo cambiava e continuava a cambiare anche l’Europa. Negli anni Settanta, Spagna, Portogallo e Grecia uscivano dalle dittature. E l’Europa sempre più unita nel nome della libertà e della democrazia, l’Europa che qualcuno ha definito la “superpotenza tranquilla”, agiva come un potente magnete d’attrazione.

Degli anni Ottanta serbiamo immagini indelebili. Kohl e Mitterand che nel 1984 si tengono per mano a Verdun, per rendere omaggio ai caduti tedeschi e francesi di una delle più sanguinose battaglie della storia.

Pochi anni dopo, nell’agosto del 1989, quel semplice gesto del tenersi per mano fu ripetuto da quasi due milioni di baltici, formando una catena umana di centinaia di chilometri che attraversava Tallin, Riga e Vilnius.

E poi il 9 novembre di quello stesso anno, il crollo del Muro, la sensazione che quel sogno maturato negli anni della guerra si fosse finalmente avverato con la fine della divisione dell’Europa.

Il mondo è poi cambiato. La globalizzazione coi suoi effetti positivi e i suoi complessi squilibri, le minacce del terrorismo internazionale, la più grave crisi economica dal dopoguerra, i grandi flussi migratori e un ordine mondiale più instabile ci hanno dimostrato che la storia è tutt’altro che finita.

All’appuntamento con questo mondo cambiato, l’Europa si è presentata con troppi ritardi. Sull’immigrazione, la sicurezza, la crescita, il lavoro.

Non possiamo – ammoniva Jean Monnet – “fermarci quando attorno a noi il mondo intero è in movimento”.

Purtroppo lo abbiamo fatto. Ci siamo fermati. E questo ha provocato una crisi di rigetto in una parte della nostra opinione pubblica, addirittura maggioritaria nel Regno Unito.

Ha fatto riaffiorare chiusure nazionalistiche che pensavamo consegnate agli archivi della storia.

Ecco il vero messaggio che deve venire dalle celebrazioni di oggi.

Abbiamo imparato la lezione: l’Unione riparte. E ha un orizzonte per farlo nei prossimi dieci anni.

Abbiamo la forza per ripartire perché è la nostra stessa storia a offrircela.

“È probabilmente un privilegio dell’Europa – ha scritto il filosofo tedesco Hans Georg Gadamer – il fatto di aver saputo e dovuto imparare, più di altri paesi, a convivere con la diversità”.

Abbiamo la forza del libero scambio, che ha assicurato decenni di benessere al nostro continente.

Abbiamo la forza della nostre leggi, della società aperta, della democrazia, della libertà.

Abbiamo la forza di dare valore ai diritti umani.

Per ridare spinta al progetto dell’Unione dobbiamo anzitutto restituire fiducia ai nostri concittadini.

Crescita, investimenti, riduzione delle disuguaglianze, lotta alla povertà.

Politiche migratorie comuni.

Impegno per la sicurezza e la difesa.

Ecco gli ingredienti per restituire fiducia.

Serve il coraggio di voltare pagina, abbandonando una visione della nostra economia affidata a piccole logiche di contabilità, talvolta arbitrarie.

Il coraggio di procedere con cooperazioni rafforzate, dove è necessario e quando è possibile.

E soprattutto il coraggio di mettere al centro i nostri valori comuni.

Parlo dei valori che ci fanno sentire tutti colpiti quando il parlamento britannico è sotto attacco.

Che ci fanno gioire quando riapre i battenti il Bataclan.

Che ci fanno essere orgogliosi delle donne e degli uomini di quell’avamposto europeo della civiltà che è Lampedusa.

Colleghi, non vi nascondo la mia emozione nel partecipare a questo appuntamento.

Per concordare la Dichiarazione che firmeremo oggi, tutti abbiamo rinunciato a qualcosa in nome dell’interesse comune.

È lo spirito giusto per ripartire.

Senza assurde divisioni tra est ed ovest, nord e sud, grandi e piccoli paesi.

Ripartire per ridare fiducia ai nostri concittadini.

Grazie per la vostra partecipazione e per il lavoro fatto fino a oggi e lunga vita alla nostra Unione europea.”

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