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Oltre il 90 per cento della barriera corallina australiana è morta

Tra la cause principali vi è il surriscaldamento globale e il progressivo aumento delle temperature marine. Solamente il 9 per cento resta intatto

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La Great Barrier Reef australiana, la grande barriera corallina australiana, è stata da sempre considerata la più affascinante vegetazione marina della terra. Eppure, la barriera stessa, con tutte le creature che ospita, si trova in una grave situazione di pericolo.

Grandi strati della barriera corallina australiana, che si estendono per centinaia di miglia nautiche nel settore nord, son stati recentemente trovati morti, uccisi nel corso del 2016 dal surriscaldamento dell’acqua marina. Per quanto riguarda invece il settore sud, la parte centrale della barriera ha cominciato a scolorire, primo sintomo di una possibile altra morte.

“Non ci aspettavamo di avere a che fare con un livello di tale distruzione nella barriera corallina per almeno altri 30 anni”, ha detto Terry P. Hughes, direttore di un centro statale per gli studi sulla barriera corallina australiana presso la James Cook University di Brisbane al quotidiano New York Times. “Al nord ho visto con i miei occhi centinaia di metri di barriera letteralmente morti”, ha proseguito il ricercatore.

Il danno apportato alla barriera corallina è parte di un processo di una calamità naturale globale cominciato ben 20 anni fa. E secondo il professor Hughes il fenomeno si sta intensificando sempre di più. In un articolo pubblicato su una rivista scientifica australiana di biologia marina, una dozzina di altri scienziati hanno descritto quello che sta accadendo in Australia come il terzo e il più intenso processo di sbiadimento corallino mai visto dal 1998 ad oggi.

Lo stato delle barriere coralline del mondo, infatti, è un campanello di allarme per lo stato di salute generale degli oceani. La morte e il danneggiamento delle barriere coralline non è altro che il riflesso dei cambiamenti dovuti al surriscaldamento globale.

“Il cambiamento climatico non è un pericolo futuro,” ha affermato il professor Hughes. “Sono quasi 18 anni che ne abbiamo a che fare qui sulla barriera corallina australiana”, ha poi proseguito continuando a puntare il dito contro i combustibili fossili, che a parer suo sono i primi responsabili del surriscaldamento delle acque degli oceani.

I coralli e le creature marine che vi abitano hanno bisogno di acqua tiepida, ma non eccessivamente calda; anche un piccolo cambiamento di temperatura potrebbe arrecare un danno irreparabile a molte specie marine.

A livello mondiale, i mari tropicali hanno assistito ad un progressivo innalzamento delle loro temperature dal tardo 1800 ad oggi di circa 1,5 gradi Fahrenheit. A tutto ciò si è anche aggiunta El Niño, corrente di acqua calda che parte dal Golfo del Messico, che nel 2016 ha raggiunto il picco di temperatura rendendolo l’anno più caldo in assoluto dal 1880 ad oggi.

Lo scolorimento, lo sbiadimento e lo sbiancamento sono i tre fattori principali che indicano il pericolo imminente di morte per molte specie di coralli. Il professor Hughes ha sorvolato alcune zone della barriera corallina australiana con i suoi studenti, e ha affermato di aver pianto al vedere che in alcuni settori circa il 67 per cento della barriera era diventato irreversibilmente danneggiato.

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La mappa che illustra le zone più colpite dal fenomeno. Credit: New York Times.

In totale solamente il 9 per cento dell’intera barriera può definirsi salvo da qualsiasi forma di sbadimento e perdita di colore. Questo significa che quasi tutti i coralli sono stati vittime del fenomeno, dove in maggior quantità e dove in minori proporzioni. Ma l’Autorità del Parco della Great Barrier Reef ha ultimamente confermato che una nuova fase di sbiadimento è in arrivo sulle coste nord e sud australiane.

Il governo australiano sta cercando di contrastare questo fenomeno attraverso il piano Reef 2050, che prevede tagli allo sviluppo portuale e all’inquinamento marino costiero. Ma il professor Hughes ha più volte ripetuto che questi sforzi politici non sono abbastanza lodevoli a causa delle alte temperature marine ormai raggiunte. “L’unica soluzione è quella di attaccare direttamente il cambiamento climatico”, ha affermato Hughes.

Con l’elezione di Donald Trump al seggio della presidenza degli Stati Uniti d’America, un recente traguardo che è costato molti sforzi a numerosi paesi del mondo, ovvero l’accordo sul clima di Parigi, rischia di essere messo in seria discussione, stando a quanto riportato da Trump durante la campagna elettorale americana del 2016. Anche lo stesso governo conservatore australiano continua a supportare lo sviluppo dei combustibili fossili, insieme a quello che molti scienziati hanno definito il danno più grande all’ecosistema oceanico, ovvero l’installazione di una miniera di carbone non distante dalla barriera corallina. Si tratterebbe di una delle miniere più grandi del mondo, finanziata dall’Adani Group, un conglomerato con base in India.

L’Australia fa affidamento sulla grande barriera corallina per circa 70 mila posti di lavoro e miliardi di dollari annui che entrano grazie all’ingente turismo che ruota attorno ai safari blu, e non è chiaro a quanto potrebbe ammontare il danno economico in caso di morte progressiva di gran parte della barriera.

La crisi delle barriere coralline nel mondo non significa necessariamente che tutte le specie di coralli andranno in via di estinzioni. I coralli e le altre specie marine potrebbero salvarsi, spiegano gli anziani, spostandosi verso i poli della terra man mano che le acque si surriscaldano, costruendo nuove barriere in acque più fresche.

Ma dall’altra parte, i cambiamenti che gli esseri umani stanno apportando al clima globale sono così rapidi che non è certo che tutte le specie marine possano salvarsi dall’estinzione.

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