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Lo spettro della guerra civile sulla Macedonia

Dopo che il presidente macedone ha bloccato la coalizione fra socialisti e albanesi, si aggravano le tensioni inter-etniche. TPI ha incontrato i protagonisti politici

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C’è uno spettro che si aggira per la Macedonia. È lo spettro del conflitto inter-etnico fra la maggioranza macedone e il quarto di popolazione albanese. Tutti ne parlano sottovoce.

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Ali Ahmeti, il leader del principale partito della minoranza “Unione Democratica per l’Integrazione”, è accusato di cospirare per la formazione di una “Grande Albania” che unisca la parte occidentale della Macedonia a Pristina e Tirana. Ma nel suo quartier generale di Tetovo, l’ex leader dell’“Esercito di liberazione nazionale” nella guerra civile del 2001 nega qualsiasi aspirazione irredentista.

“Se avessi voluto la Grande Albania me la sarei presa nel 2001, quando avevo 10mila soldati pronti a seguire i miei ordini”, dice a TPI mentre ha alle spalle una bandiera albanese e una copia incorniciata della dichiarazione d’indipendenza del Kosovo nel 2008. “Sono quindici anni che tengo a bada i guerrafondai, ma ora più che mai bisogna mantenere la calma perché la crisi politica non si trasformi in un conflitto aperto”. 

(A destra Ali Ahmeti, leader del partito “Unione Democratica per l’Integrazione”, a Tetovo. Credit: Davide Lerner. L’articolo continua dopo la foto)

Tutto comincia quando il presidente macedone Gjorge Ivanov, che è vicino ai nazionalisti macedoni del VMRO, si rifiuta di dare mandato alla coalizione di governo formata da socialisti e partiti albanesi.

Malgrado i nazionalisti avessero ottenuto una risicata maggioranza alle elezioni di dicembre 2016, infatti, l’ex premier Nikola Gruevski non aveva trovato l’accordo con Ahmeti per formare un nuovo esecutivo.

Il presidente ha ritenuto che l’alleanza fra opposizioni costituisse “una minaccia per l’integrità e la sovranità del paese” e ha bloccato la nuova maggioranza con una mossa incostituzionale che il leader socialista Zoran Zaev ha definito un “colpo di stato”.

A poco sono servite le pressioni internazionali, compresa la visita dell’Alto Rappresentante dell’Unione europea Federica Mogherini che ha invitato Ivanov a “non giocare col fuoco”.

Nikola Poposki, ministro degli Esteri macedone e dirigente del partito nazionalista VMRO, spiega a TPI le ragioni del Presidente dal suo ufficio di Skopje, affacciato sul fiume Vardar.

“Dopo le elezioni i partiti albanesi hanno elaborato un programma di governo che ridefinisce l’essenza dello stato macedone”, dice riferendosi alla cosiddetta “Piattaforma” che contiene ipotesi di modifica della bandiera oltre che dell’inno, e spinge per un maggiore riconoscimento ufficiale della lingua albanese. “E quel che è peggio, questo programma è stato elaborato a Tirana sotto una mappa della Grande Albania: si immagina quanto questo possa far arrabbiare l’uomo della strada?”

Per vederlo basta mischiarsi alle migliaia di manifestanti che ogni sera, da due settimane, invadono le piazze di Skopje intonando slogan anti albanesi e inneggiando al Presidente Ivanov.

Marciano fra le gigantesche statue bronzee di Alessandro Magno e Filippo II di Macedonia che, prodotte negli ultimi anni da ditte toscane, hanno fatto infuriare Atene che insiste a chiamare il paese con la sigla FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia).

“Siamo pronti a tutto per difendere lo stato macedone dalle cospirazioni delle fazioni albanesi”, dice un manifestante un po’ ubriaco che con la mano fa il segno a tre dita della “Grande Macedonia”. L’espressione indica una fantasia nazionalista per cui alcuni territori bulgari e greci apparterrebbero di diritto all’attuale stato macedone. Nella piazza si inneggia ad una Macedonia “pulita”, un aggettivo che nei Balcani fa ancora venire la pelle d’oca visti gli eccidi degli anni Novanta.

(Manifestazione a Skopje contro la coalizione fra socialisti e partiti albanesi. Credit: Davide Lerner. L’articolo continua dopo la foto)


“Coinvolgere Tirana nell’elaborazione del programma politico degli albanesi di Macedonia, noto come “Piattaforma”, è stato davvero un passo falso”, ammette la vicepresidente del partito di sinistra Radmila Šekerinska. “Ma i nazionalisti hanno cominciato a usare lo spauracchio delle interferenze solo dopo che sono naufragate le loro trattative con gli albanesi, per motivi legati al caso delle intercettazioni”. 

A fare da sfondo all’impasse politica c’è infatti il Watergate macedone del 2015, ovvero un mega-scandalo intercettazioni che ha esposto casi di corruzione e abusi da parte dei nazionalisti del governo Gruevski. Il quale, durante le trattative fallite con gli albanesi, ha accusato l’unità investigativa incaricata di setacciare il milione circa d’intercettazioni di essere “parziale” e quindi non meritevole di un nuovo mandato.

Fa dunque comodo ricorrere alla retorica de “la nazione è in pericolo!”, impugnando una Piattaforma albanese che secondo un analista locale “renderebbe solo la Macedonia un paese normale, in cui vige il principio di uguaglianza fra i cittadini di diverse comunità”. Come spiega Tim Judah, massimo esperto di Balcani nel mondo anglosassone, l’unica ed ultima volta in cui è esistita una “Grande Albania” è stata quando l’hanno creata gli italiani, “e non è andata a finire bene”. 

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