Cari haters, ci avete davvero stancato
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Cari haters, ci avete davvero stancato

Che la vittima sia un ristorante in cui non si è neanche mai cenato, una persona famosa, un'ignara ragazza, poco importa: l'importante è vomitare odio su qualcuno

22 Giu. 2017  

Odiatori di professione. Leoni da tastiera. Irresponsabili che invocano la libertà di espressione. Che si sia contro un ristorante in cui non si è neanche mai cenato, una persona famosa, un anonimo migrante, un’ignara ragazza, l’ex fidanzata da punire, poco importa: l’importante è vomitare odio su qualcuno, diffondere in rete la dose giornaliera di cattiveria, spargere insulti gratuiti e fare rumore. Più rumore possibile. 

Gli haters, gli odiatori del web, sono diventati sfrontati, ostentando senza vergogna commenti e volgarità di ogni genere. Donne e uomini senza distinzione, riuniti nei gruppi su Facebook del degrado, che usano impunemente i loro nomi, partorendo brutture delle quali i loro compari di merende virtuali ridono sfacciatamente, alimentando un circolo d’odio ormai socialmente accettato, se non legittimato.

È in questo marasma che insulti, promesse di stupri, commenti volgari, fotografie denigranti, diventano un tutt’uno, soffocante e pericoloso. E che nessuno venga a dire che si tratta di libertà di espressione, di diritto di parola. Qui ci sono in ballo reati, e il fatto che siano perpetrati sui social network non è un’attenuante.

La cosa più greve è che il meccanismo di emulazione di questi nuovi linguaggi e registri stilistici li sta di fatto legittimando. E parlare di libertà di espressione di fronte ad account fake e leoni da tastiera, fa abbastanza ridere. Persone che dal vivo non avrebbero il coraggio nemmeno di nominarle certe parole, diventano i paladini dell’odio e della spavalderia. 

Il caso della pagina Facebook contro Bebe Vio

L’ultima loro vittima, in ordine di tempo, è Bebe Vio, la campionessa paralimpica, diventata famosa per la vittoria della medaglia d’oro nel fioretto a Rio 2016, e che sui social gode di grande simpatia. Finché non sono arrivati gli haters. Una pagina Facebook, già rimossa, aveva invitato a usare violenza sessuale nei suoi confronti. 

“Ho denunciato l’accaduto perché voglio sapere chi è questa persona, ma soprattutto perché può essere un esempio per gli altri”, ha detto la campionessa paralimpica, alludendo a una pratica sempre più diffusa. Dopo ripetute segnalazioni degli utenti, il Codacons ha denunciato Facebook, luogo virtuale in cui si consumano queste violenze, all’Autorità giudiziaria.

Su Facebook era stata creata una pagina dal titolo “Fistare Bebe Vio con le sue stesse protesi”, con tanto di immagini della ragazza disabile. Numerosi utenti di Facebook hanno segnalato la pagina attraverso i canali messi a disposizione dal social network. Tuttavia gli amministratori del sito avevano risposto che la pagina rispetta gli standard della piattaforma e che la pagina sarebbe rimasta visibile per molto tempo sul web.

“Tale pagina dal titolo ‘Fistare Bebè Vio con le sue stesse protesi’ – già il titolo parla da sé – inneggiando pratiche violente e sessuali nei riguardi di una disabile facendo leva sul suo stesso handicap, non rispetta affatto gli standard del sito dal momento che attraverso di essa vengono inevitabilmente veicolati i seguenti messaggi: incitamento all’odio, al razzismo, alla discriminazione per una disabilità, alla violenza, che costituiscono, invero, tutti elementi presenti nella policy di Facebook e dallo stesso vietati”, scrive il Codacons nell’esposto. 

Per tale motivo il Codacons ha chiesto alle procure della Repubblica di Roma e Venezia, alla polizia postale e all’Autorità per le comunicazioni, di “utilizzare ogni strumento investigativo consentito dalla legge e dal rito allo scopo di predisporre tutti i controlli necessari per accertare e verificare se i fatti esposti possano integrare fattispecie di illecito civile, amministrativo e penale, nella forma tentata e consumata, nonché individuare tutti i soggetti da ritenersi responsabili e di conseguenza adottare i dovuti ed eventuali provvedimenti sanzionatori”.

*Questa notizia puoi leggerla direttamente sul tuo Messenger di Facebook. Ecco come.*

Poche settimane fa era stato il turno di Chiara Ferragni, la più famosa fashion blogger del mondo. La ragazza, bionda, bella e ricchissima, era stata invitata ad Harvard a tenere una lezione a un corso di marketing della prestigiosa università statunitense per una lezione incentrata sul suo blog, “The blonde salad”.

L’episodio ha scatenato orde di leoni da tastiera, che hanno iniziato a insultare la blogger, ormai imprenditrice, criticando il suo successo dall’alto della loro mediocrità. Invidia? Forse. Ignoranza? Anche. Frustrazione e cattiveria? Pure.

I motivi sono i più disparati, ma il risultato è sempre uno: centinaia di commenti incattiviti, che denigrano, offendono e umiliano. Sembra che dietro gli schermi di un computer ci sia un esercito invisibile, pronto ad azzannare alla gola chiunque abbia un minimo di visibilità, chiunque abbia successo e faccia parlare di sé. 

Mesi fa era toccato a Laura Boldrini, la presidente della Camera dei deputati, solo per citare le vittime più famose. La presidente aveva avuto il coraggio di postare i messaggi più crudeli e irripetibili sulla sua pagina Facebook, nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Minacce e parole pesanti, espressioni d’odio e del più becero maschilismo, che l’onorevole ha deciso di pubblicare per denunciare la violenza psicologica subita da lei come da tante altre donne che non hanno il coraggio di denunciarla. 

Certamente il fenomeno degli odiatori del web prende di mira più comunemente e più facilmente le donne, e nella maggior parte dei casi gli insulti in questione sono a sfondo sessuale. Ma non risparmiano nessuno, neanche persone di sesso maschile, come famosi blogger, vlogger e youtuber. 

Che piaccia o no è Selvaggia Lucarelli, giornalista e influencer, il punto di riferimento in Italia nella lotta, o quanto meno nella presa di coscienza contro il cyberbullismo e fenomeni analoghi. È lei che pubblica gli screenshot dei commenti volgari e da denuncia che le arrivano ogni giorno. Ed è lei che fa pressione sugli amministratori di Facebook per la chiusura di gruppi come La Fabbrica del degrado e Pastorizia never dies, dove pullulano haters, odiatori spavaldi, leoni da tastiera. 

Cosa sono la shitstorm, lo stupro virtuale e il revenge porn

Un fenomeno strettamente legato all’insulto libero è quello della “shitstorm”, tempesta di escrementi, che consiste nel diventare amministratore di un gruppo Facebook, eliminando quelli originali ed aggiungendo i propri complici per avere il controllo completo del gruppo.

I nuovi amministratori inondano il gruppo di post offensivi nei confronti di quella community, costringendo i membri ad abbandonarlo. Esiste anche un’altra sfumatura della shitstorm, la nuova frontiera del cyberbullismo, ossia quella di prendere di mira in massa un ristorante o un’azienda, con false recensioni e commenti offensivi, abbassandone il punteggio e rovinandone la reputazione. 

Per non parlare poi dei gruppi che incitano allo stupro virtuale, una nuova moda cavalcata da coloro che calpestano la dignità delle donne. Gruppi che umiliano ignare ragazze, vomitando commenti osceni su normalissime foto di vita quotidiana, colpevoli solo di essere state elette a oggetto del desiderio di maschi-leoni da tastiera. Nella maggior parte dei casi si tratta di foto normali, scattate mentre si cammina per strada, o rubate dal profilo Facebook.

Qualcosa di simile succede con il fenomeno del revenge porn, ma con una sfumatura diversa. Consiste nel pubblicare foto intime per vendetta da parte di ex partner, naturalmente senza consenso. Molti uomini, che sono in possesso di foto delle ex fidanzate nude o di video in momenti intimi, non esitano a renderle pubbliche per vendetta. È quello che è successo a Tiziana Cantone, la ragazza che arrivò a suicidarsi dopo che un video che la ritraeva fece il giro della rete, condiviso e inviato sui social migliaia di volte.

Le conseguenze, non solo psicologiche ma anche sociali, sono spesso devastanti per le vittime, anche per quelle che non arrivano al gesto estremo del suicidio.

In Italia, a differenza di altri paesi, non esiste una legge specifica sul revenge porn che tuteli le vittime. Rientra nella fattispecie del reato di diffamazione e di violazione della privacy, ma affidarsi al garante della privacy o ricorrere in giudizio richiede periodo assai lungo.

E che a qualcuno non salti in mente di dire “eh, ma se quella ragazza non si fosse mai prestata, le sue foto non sarebbero mai state diffuse”, “se l’è andata a cercare”. 

— LEGGI ANCHE: Che cos’è il revenge porn e cosa si vuole fare per fermarlo

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