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Il primo mese di Donald Trump al potere, punto per punto

Iacopo Luzi ha riassunto tutto quello che c'è da sapere su quanto è successo nel primo mese da presidente degli Stati Uniti del magnate newyorchese

Immagine di copertina

Da quando Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca, diventando il 45esimo presidente degli Stati Uniti, i giornali non hanno fatto altro che parlare di lui.

Trump non ha perso tempo e sin dal giorno del suo insediamento, il 20 gennaio, ha iniziato a dare forma a tutto ciò che aveva promesso durante la campagna elettorale. Eppure, a un mese dal suo giuramento al Congresso, non è facile mantenere il passo con il susseguirsi delle notizie, visto l’ingente numero, tanto che un vago senso di smarrimento può essere comprensibile. 

Trump ha veramente dato il via alla costruzione del muro fra Stati Uniti e Messico? Come sono i rapporti del presidente con la Russia? Cosa ne sarà del Muslim Ban? Come sta cambiando l’America di Trump?

Ecco un quadro complessivo della situazione, che prova a rispondere a questa e altre domande, divise per temi:

Gli ordini esecutivi

Trump ha firmato decine di ordini esecutivi nell’ultimo mese eppure, tranne il “Muslim Ban”, che ha avuto un impatto immediato, nulla è effettivamente cambiato rispetto alle precedenti direttive e nessun’azione è stata ancora presa.  

Solo l’ordine esecutivo 13769 del 27 gennaio, ovvero quello che ha proibito l’entrata negli Stati Uniti a tutti i richiedenti asilo e agli individui di sette diverse nazioni a maggioranza musulmana (Iraq, Iran, Yemen, Siria, Afghanistan, Sudan e Somalia), ha sortito qualche temporaneo effetto, gettando nel panico migliaia di persone e scatenando proteste in tutto il paese.

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Fra le tante, quella imponente all’Aeroporto JFK di New York, dove diverse persone erano state arrestate al loro arrivo nel paese.   

Eppure, quest’ultimo ordine ha avuto vita breve, tanto da essere stato ostacolato per la prima volta a inizio febbraio dal giudice federale Michelle Taryn Friedland e da un suo collega, nello stato di Washington, per poi essere completamente bloccato il 9 febbraio dalla Corte d’Appello federale nel Nono Circuito a San Francisco. Una grande sconfitta per il presidente Trump, che ha promesso di portare la cosa di fronte la Corte Suprema degli Stati Uniti, anche se al momento il tutto risulta ancora in alto mare e con grandi probabilità di naufragare.

Per quanto riguarda gli altri ordini, tutti celebrati con grandi annunci e messe in scena piene di telecamere e fotografi, come se si trattasse di veri e propri cambiamenti imminenti, la situazione è leggermente differente. Dall’ordine che autorizza la costruzione di un muro al confine con il Messico, passando per quello sul rafforzamento dei controlli sugli immigrati irregolari, fino al decreto che approva la realizzazione degli oleodotti Dakota e Keystone, nulla di tutto ciò ha fatto veramente strada o risulta essere una novità. 

Prendiamo, ad esempio, il muro a confine con il Messico per fermare l’immigrazione irregolare, uno dei cavalli di battaglia di Trump: tecnicamente una specie di muro già esiste, anche se in molti casi è solo una recinzione, voluto dal Congresso Americano nel lontano 2006. Inoltre, non ci sono sufficienti fondi congressuali per finanziare un miglioramento e rafforzamento del muro in questione, e solo una decisione congressuale potrebbe portare a un finanziamento della sua costruzione. Vista la controversia dell’argomento e la scarsezza di fondi, al momento la volontà di Trump rimane solo a parole. 

Giusto per fare un altro esempio, sarà molto difficile vedere gli oleodotti Keystone e Dakota funzionanti a breve, nonostante “l’ordine” del presidente. Il primo al momento è soltanto un’idea sulla carta, mentre il secondo, che attraversa alcuni territori indiani, è al centro di una disputa legale che non vedrà molto semplicemente un esito. Per non parlare del fatto delle autorizzazioni che, essendo state negate da Barack Obama qualche mese fa, andranno di nuovo riformulate. E non ci vorrà poco. 

In sostanza: Trump ha firmato molti ordini esecutivi che si sono rivelati più che altro una dichiarazione d’intenti per il futuro o la riaffermazione di poteri o decisioni già prese in passato dai suoi predecessori. 

Il cabinet di Donald Trump

Non sta avendo vita facile l’imprenditore newyorchese per quanto riguarda i suoi collaboratori. Trump sta incontrando grandi resistenze per far approvare le sue nomine, e in meno di un mese ha già dovuto dire addio a uno dei suoi più stretti collaboratori: Michael Fynn, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale. 

Fynn ha dato le dimissioni, su invito del presidente, dopo che gli investigatori dell’Fbi hanno dimostrato come l’ex generale abbia avuto stretti rapporti, ancor prima che Trump diventasse presidente, con i russi, in particolare con l’ambasciatore negli Stati Uniti Sergey Kislyak. Rapporti che ora avrebbero messo Fynn nell’inaccettabile situazione di poter essere ricattato dalla Russia. 

Il generale avrebbe mentito un po’ a tutti, compreso il vicepresidente Mike Pence, sull’argomento, dichiarando che le sue erano state solo delle chiacchiere amichevoli, mentre in realtà aveva parlato con il Cremlino di una possibile rimozione/alleggerimento delle sanzioni una volta insediatosi il nuovo presidente. Qualcosa di totalmente illegale, in quanto violazione del Logan Act, che proibisce di interferire con la politica estera del governo americano ai suoi membri. Cosa che Fynn non era, ai tempi delle presunte conversazioni. 

Tra l’altro Fynn ha dichiarato il falso anche agli investigatori dell’Fbi che l’hanno interrogato, commettendo quindi un ulteriore crimine per il quale sarà giudicato in futuro. Donald Trump, si è scoperto, era al corrente di tutto già da diverse settimane, pur senza prendere nessuna misura a riguardo. 

Dopo diversi tentennamenti e rifiuti, come quello dell’ex Navy Seal Robert Harward il 20 gennaio, Trump ha annunciato che il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale sarà il generale H.R. McMaster, una leggenda all’interno del Pentagono. 

A Trump non va meglio neanche al Congresso, dove le varie nomine hanno trovato numerosi ostacoli, vedi Betsy DeVos, il nuovo Segretario dell’Istruzione, celebre per aver detto che le armi andrebbero tenute nelle scuole per difendersi dagli orsi Grizzly. DeVos ha avuto la nomina solo grazie all’intervento del vicepresidente Pence, perché al Senato la votazione su di lei si era bloccata sui 50 voti a favore e 50 contro, fra cui quelli di due repubblicani. 

Per la cronaca: l’intervento di Pence ha avuto una rilevanza storica, in quanto è la prima volta che un vicepresidente interviene su un pareggio di voti per una nomina del gabinetto.  

Anche Scott Pruitt, il nuovo capo dell’Epa (l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente), Tom Price, nuovo Segretario alla Salute, e Jeff Sessions, nuovo Procuratore Generale (nominato dopo che Trump ha silurato il precedente, Sally Q. Yates, in quanto rifiutatasi di obbedire al Muslim Ban), hanno tutti subito una notevole opposizione nel Senato. I tre, infatti, potrebbero essere una grande minaccia per tutto ciò che sono le attuali leggi sull’ambiente, l’healthcare americana e l’integrazione negli Stati Uniti, dati i loro precedenti e le loro posizioni radicali sui diversi argomenti.  

Per non parlare della nomina per il Segretario del Lavoro, Andy Puzder, rifiutata da ben 12 senatori repubblicani, visti i trascorsi dell’amministratore delegato della CKE (una nota catena di ristoranti) in relazione con il suo divorzio dalla moglie (si parla di una possibile violenza sulla donna) e l’assunzione di un immigrato privo di documenti per custodirgli casa. 

Al di là di tutto, solo la nomina del giudice Neil Gorsuch per colmare il vuoto alla Corte Suprema, dopo la morte del giudice Antonin Scala, sembra non aver riscosso critiche. Anche se qualcuno si lamenta per l’attitudine molto conservatrice del giudice, che ha affermato di interpretare la Costituzione Americana alla lettera, in altre parole come facevano i fondatori della patria.  

Per quanto riguarda il Segretario di Stato Rex Tillerson, ex amministratore delegato della compagnia petrolifera Exxon Mobil, la nomina ha mosso qualche critica, specie per alcuni presunti legami con la Russia, ma nulla di che. Strano, vero?

L’unico, all’interno del gabinetto di Trump, che sembra spassarsela alla grande è Steve Bannon, il Capo Stratega recentemente nominato membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale (uno dei ruoli più importanti di tutti alla Casa Bianca), da molti visto come l’uomo più influente all’interno della residenza presidenziale, l’unico che Donald Trump ascolti veramente. Tanto che il Time gli ha dedicato una copertina, definendolo il “Grande Manipolatore”. 

Che poi sia il “presidente oscuro”, questo è tutto da stabilire (anche se la parodia del Saturday Night Live lo ha dipinto come la morte in persona). Resta comunque un individuo estremamente potente e vicino a Trump, le cui posizioni sono considerate estreme. Non va dimenticato che Steve Bannon era il direttore di Breitbart News, un sito di opinioni, notizie e commenti di estrema destra definito come la piattaforma internet del movimento Alt-right

La politica internazionale di Trump

Parlando dei rapporti con il resto del mondo, è difficile decifrare quali siano le vere intenzioni del nuovo presidente, sebbene in molti paesi la figura di Trump desti parecchie preoccupazioni. 

Senza parlare troppo della volontà dell’imprenditore di diminuire la partecipazione degli Stati Uniti all’interno della Nato, se gli altri alleati non faranno maggiormente la loro parte, o del fatto che fra gli ordini esecutivi ne sia stato firmato uno che pone gli States al di fuori del Partenariato Trans-Pacifico (il grande accordo commerciale con numero paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico voluto da Barack Obama) ciò che suscita maggiore attenzione è il rapporto di Donald Trump con la Russia. 

Il Cremlino ha veramente dei materiali scottanti (si parla di incontri “particolari” con delle escort in Russia) con i quali poter ricattare il Presidente degli Stati Uniti? Il dubbio è stato mosso dalla CNN e da Buzzfeed, che hanno pubblicato a inizio gennaio un documento non verificato, preparato da un ex ufficiale dell’intelligence inglese per un avversario di Trump, che lo proverebbe. Un’altra ipotesi, non ancora dimostrata da alcun documento, è che Trump abbia grandi debiti/affari in Russia (sebbene lui dica di non aver mai fatto investimenti nel paese) e che qualche oligarca o il governo stesso possa esercitare delle pressioni su di lui. 

Nessuna ipotesi è confermata, eppure alcuni ufficiali americani hanno corroborato la validità del documento dell’ex 007 inglese.

Ciò che pochi negherebbero è l’ammirazione del presidente americano per il suo corrispettivo russo, con il quale vorrebbe diventare molto amico (lo ha sostenuto più e più volte durante interviste e comizi), permettendo così ai due paesi di andare d’accordo come mai prima. Strana e atipica come volontà, considerando le posizioni da sempre totalmente contrarie della politica americana a riguardo di un possibile avvicinamento con la Russia. 

Solo ultimamente il magnante newyorchese ha leggermente ritrattato la sua posizione, criticando Vladimir Putin per la situazione in Crimea. Forse perché si sono moltiplicate le rivelazioni sui contatti fra il suo staff e l’ambasciata russa, mentre la maggioranza repubblicana inizia a fare pressioni per conoscere quali siano i suoi veri rapporti con il governo russo.

Un’altra cosa sicura, provata dall’Fbi già da parecchio tempo, sono le intrusioni russe all’interno della campagna presidenziale, con il furto di email al Comitato Democratico Nazionale, per favorire la vittoria di Trump ai danni di Hilary Clinton. 

In tutto ciò, sono rilevanti le critiche del presidente all’intelligence americana che sta conducendo le investigazioni su di lui, e che potrebbero portare a un possibile impeachment, se fossero confermate. Trump ha definito la fuga di notizie, per mano di alcuni membri dei servizi segreti, riguardanti il presidente, “uno scandalo” e “una cosa non da americani.”

Passando ad altri argomenti, Trump ha accolto diversi capi di Stato, fra cui quello canadese, quello giapponese (con il quale ha improvvisamente trattato di sicurezza internazionale, dopo un nuovo test missilistico nordcoreano, su un tavolo a cena di fronte a tutti nel suo resort in Florida), quello inglese e quello israeliano. Per quanto riguarda quest’ultimo, Benjamin Netanyahu, i due hanno tenuto una conferenza congiunta durante la quale Trump ha dichiarato di essere favorevole a qualsiasi soluzione che porti alla pace fra gli israeliani e palestinesi, dimostrando di essere propenso persino all’ipotesi di un solo stato. 

Una dichiarazione scioccante, rispetto agli immani sforzi internazionali di promuovere una soluzione fra le due parti che veda la formazione di due stati diversi, uno per gli israeliani e uno per i palestinesi. Anche per quanto riguarda gli insediamenti in Cisgiordania (vero pomo della discordia fra Israele e Palestina), la posizione del presidente è dubbia: prima favorevolissimo, poi sempre meno, fino a criticarne l’esistenza di fronte all’intenzione israeliana di costruire tremila nuove abitazioni in territorio palestinese. 

In fondo stiamo parlando di una persona che vorrebbe spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, cosa che riconoscerebbe la sovranità nazionale d’Israele in una città contesa a metà fra le parti, e che ha nominato un nuovo ambasciatore fortemente a favore della causa israeliana. 

Un altro atteggiamento, a livello di politica internazionale, totalmente inaspettato ed estremamente pericoloso, anche se non una novità, è la posizione di Trump nei confronti dell’Iran. Il tycoon ha definito l’Iran come “il numero uno al mondo delle nazioni terroriste” e ha etichettato l’accordo nucleare concluso da Obama come disastroso. 

Tuttavia, è impossibile pensare che la cosa possa venire meno, anche se la tensione fra i due paesi è tornata ai livelli precedenti l’accordo. 

Donald Trump, nel suo primo mese, ha anche discusso telefonicamente con numerosi capi di altri paesi: ha “bullizzato” il presidente messicano Enrique Peña Nieto (che ha poi annullato la sua visita alla Casa Bianca), dicendogli che avrebbe fatto pagare il muro ai cittadini messicani; ha sbattuto il telefono in faccia al Primo Ministro australiano Malcom Turnbull, di fronte all’accordo (siglato da Obama) di accogliere più di mille rifugiati in terra americana; ha dovuto fare un grande dietrofront con la Cina, dichiarando che ne esiste solo una, mentre a novembre aveva spavaldamente discusso al telefono con il presidente taiwanese. Un gesto mai fatto prima, che è stato visto come un riconoscimento della sua esistenza da sempre negata dal governo cinese, che considera Taiwan come un suo territorio. 

Trump è stato costretto a fare retromarcia e ad accettare la tradizionale linea politica americana che da decenni riconosce “una sola Cina”, su richiesta del presidente Xi Jinping. Troppi gli interessi, economici e militari, per non obbligare il POTUS a un simile gesto. 

Come riassumere la politica internazionale di Trump al momento? Forte con i piccoli, debole con i forti. 

I rapporti con i democratici e repubblicani

I democratici stanno facendo di tutto per andare contro le nomine e le decisioni di Trump, un totale ostruzionismo sotto ogni punto di vista, occupando il Senato anche di notte per protesta o imponendo delle votazioni alle due del mattino, eppure sono totalmente inermi, visto che sono in minoranza sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato. 

Chi ha il potere, adesso, sono i repubblicani. Eppure, come viene visto Donald Trump dai membri del suo stesso partito? I più anziani, vedi Lidsay Graham e John McCain, lo criticano apertamente per le sue dichiarazioni. 

La Graham lo ha attaccato dopo che il presidente ha sostenuto, senza alcuna prova, l’esistenza di frodi durante le votazioni presidenziali da parte di migliaia di immigrati irregolari autorizzati a votare, mentre John McCain ha criticato ferocemente, durante un’intervista con Chuck Todd della Nbc, la crociata di Trump contro i media, dichiarando che: “i dittatori incominciano facendo così”.

Per i veterani del Partito Repubblicano, Trump è una mina vagante, mentre per il resto del GOP il presidente viene visto come un diversivo, che attira l’attenzione su di sé, mentre il partito prova a far passare al Congresso le leggi che vuole, come l’annullamento dell’Obamacare, una gigantesca riduzione delle tasse, numerose regolamentazioni ambientali e sul controllo delle armi. Qualcuna è già passata. 

Un esempio: giusto la settimana scorsa, nel silenzio più totale dei media distratti da Trump, il Senato ha annullato una legge che impediva a più di 75mila persone con problemi mentali di acquistare un’arma da fuoco. La decisione era stata presa da Obama dopo i fatti accaduti alla scuola elementare di Sandy Hook, Connecticut, nel 2012, dove un malato mentale aveva ucciso 27 persone, fra cui numerosi bambini, con vari fucili d’assalto e pistole.  

Per diventare realtà, alla legge manca solo la firma di Donald Trump. 

Un presidente che, secondo Robert Reich, Segretario del Lavoro degli Stati Uniti durante la presidenza di Bill Clinton, è soltanto uno specchietto per le allodole, mentre il GOP si accorda con Mike Pence, il vicepresidente, per far approvare le leggi che più preferisce. 

Reich sostiene di aver avuto conferma di ciò, parlando con un ex membro repubblicano del Congresso (il quale ha voluto l’anonimato).

In parole povere: il Partito Repubblicano non vede di buon occhio Trump, ma per il momento non si oppone e nemmeno sembra interessato ad avviare un’investigazione sui possibili legami del presidente con la Russia. Qualche idea c’è, ma tutti restano in attesa. 

Finché non succederà qualcosa di troppo grosso per essere ignorato, al partito fa comodo avere Trump al comando. 

Il rapporto con i media

Trump ha da sempre avuto un rapporto problematico con la stampa, fin dalle primarie repubblicane, e ora le cose non vanno meglio. Anzi, peggiorano giorno dopo giorno. 

Nel frattempo, le vendite dei giornali, come dichiarato dal New York Times, che ha registrato 267mila abbonati in più nell’ultimo trimestre del 2016, non sono mai andate così bene come ora. 

Il tutto grazie a Trump. 

Mentre Steve Bannon ha definito i media come il vero partito d’opposizione, Trump non perde occasione per delegittimare televisioni e giornali che pubblicano notizie su di lui. Ad esempio, ha definito Buzzfeed “un mucchio d’immondizia fallito”, dopo la sua pubblicazione del dossier redatto dall’ex agente segreto britannico. 

In generale, le due parole che Trump predilige per etichettare tutta la stampa che non loda le sue gesta o che lo critica sono fake news (“notizie false”). 

Giusto venerdì 17 febbraio, in uno dei suoi innumerevoli tweet, ha definito il New York Times, la Cnn, Nbc News, Abc News e la Cbs nemici del popolo americano, nonché “the fake news media”.  

Mentre nella prima conferenza stampa tenuta in solitaria, la settimana scorsa, Trump ne ha avute da dire verso tutti. Testuali parole: “La stampa è diventata così disonesta che se non ne parliamo facciamo un disservizio al paese. Un enorme disservizio. Dobbiamo parlarne. Dobbiamo capire cosa sta succedendo perché la stampa, onestamente, è fuori controllo. Il livello di disonestà è fuori controllo”.

Non esiste un giorno in cui Trump non rivolga un attacco ai media che, secondo lui, sono tutti schierati contro di lui. Basti ricordare le dichiarazioni dopo l’inaugurazione presidenziale di un mese fa, quando, parlando delle persone che vi avevano partecipato, lui sostenesse che fosse stata la platea più grande di sempre, mentre molti media avevano mostrato l’opposto e una grande differenza in termini di dimensioni con quella di Obama.

A riguardo, Trump aveva persino mandato il suo portavoce della Casa Bianca, il povero Sean Spicer, a confermare la cosa, dimostratasi totalmente falsa. Sempre parlando di Spicer, le sue conferenze sono diventate seguitissime, vista la sua difficoltà ad approcciarsi con i giornalisti e l’ostilità nei loro confronti, che ha portato alla creazione di una stupenda parodia da parte dell’attrice Melissa McCarthy al Saturday Night Live.

Una nota speciale la merita una persona: Kellyanne Conway, uno dei consiglieri presidenziali di Donald Trump. La Conway si è resa famosa per diverse uscite imbarazzanti, come quella in cui ha definito “alternativa” la versione dei fatti data dal presidente rispetto a quella dei media per quanto riguarda il pubblico presente alla sua inaugurazione.

Sembrerebbe una persona totalmente inappropriata per il ruolo, ma al contrario è abilissima nel dibattere all’infinito con i giornalisti. Quando viene intervistata dai vari media – che hanno per la maggior parte ormai deciso di non darle più spazio visti i suoi atteggiamenti e le sue dichiarazioni -, la sua tendenza è quella di non rispondere alle domande o di far finta di rispondere. Come mostrato da Vox, la Conway utilizza numerose tecniche per spostare l’attenzione su altro e far innervosire così l’intervistatore. È tutto voluto.

Ad ogni modo, la più grande perla della Conway è stata parlare, il 2 febbraio durante un’intervista con l’emittente televisiva Msnbc, del “Massacro di Bowling-Green”, un presunto attentato del 2011, mai avvenuto, organizzato da due terroristi iracheni sul suolo americano. Tutto ciò per giustificare il temporaneo divieto d’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sette paesi a maggioranza islamica. 

Va detto che nel 2011 furono effettivamente arrestati due cittadini iracheni, Mohanad Shareef Hammadi e Waad Ramadan Alwan, accusati poi nel 2013 di attività terroristiche contro i militari americani in Iraq, tentando l’esportazione di armi verso il paese arabo, ma nessuno dei due aveva mai eseguito né pianificato attentati nella cittadina di Bowling-Green. 

Insomma: con Donald Trump si è arrivati alla dimensione della “Post-Verità”, dove non esistono falsità o verità, ma solo versioni alternative dei fatti, possibilmente veritiere se dette dal presidente, totalmente false se dette dai mezzi d’informazione. E molti americani, tristemente quasi il 50 per cento, preferiscono di gran lunga credere a ciò che dice il loro capo di Stato, piuttosto che alla verità dei giornalisti, come dimostrato da un sondaggio condotto dall’Università di Harvard. 

In conclusione

Tracciare una panoramica totale e comprensiva di tutto ciò che è successo in un solo mese di presidenza Trump non è stato compito facile, va detto, e ci sarebbe tanto altro da dire. Per esempio, giusto alcune: 

1. La numerosa famiglia presidenziale ha speso più soldi, fra spostamenti, sicurezza, weekend a Mar-a-Lago (il resort in Florida del magnate) in un mese che tutta la famiglia Obama in un anno.  

Fa sorridere il fatto che Trump fosse stato il primo a criticare il vecchio presidente per il fatto che usasse troppo l’Air Force 1, persino per fare campagna elettorale a favore della Clinton, e che giocasse troppo a golf, quando l’attuale POTUS ha speso tre weekend alla sua residenza in Florida nel suo primo mese da presidente degli Stati Uniti. 

2. La first lady Melania Trump (che sta dimostrando una completa inadeguatezza al ruolo) preferisce restarsene con il figlio a New York, nella sua dorata dimora sulla Fifth Avenue, piuttosto che vivere alla Casa Bianca con il marito. Si parla anche di una certa ansia mostrata dalla FLOTUS in presenza del marito, tanto che su Twitter è nato addirittura un goliardico hashtag dal titolo #FreeMelania. 

3. La figlia Ivanka Trump è sempre presente agli incontri diplomatici, anche se non sarebbe autorizzata, come quello con il presidente canadese Trudeau o il giapponese Shinzō Abe. Mentre il conflitto d’interesse fra le imprese di Donald Trump e la sua carica presidenziale risulta sempre più evidente, tanto che il presidente è arrivato persino a twittare contro la compagnia d’abbigliamento americana Nordstrom, che si era permessa di annullare la collaborazione con la figlia Melania. 

Tuttavia, nessuno sembra ancora preoccuparsi di tale conflitto. Nel frattempo, l’impeachment appare attualmente un’ipotesi remota, ma non più impossibile, specie se verrà fatta chiarezza sui rapporti fra Trump e la Russia. 

4. Trump, il presidente che ha deciso di non aver bisogno del briefing quotidiano presidenziale da parte dell’intelligente perché ritenuto superfluo, non ha mai rilasciato la sua dichiarazione dei redditi durante la campagna elettorale (primo candidato della storia a non farlo) e non ha assolutamente intenzione di cambiare idea ora che è presidente. 

Eppure, una petizione sul sito della Casa Bianca, che ha superato il milione di firme, ha chiesto al governo federale di pubblicare tutti i documenti inerenti le tasse pagate da Trump, se le ha pagate, degli ultimi anni. La Casa Bianca ancora non ha comunicato la sua risposta a riguardo, anche se sarà tenuta a farlo, mentre nessun repubblicano si è finora mosso in merito. 

Confusi o totalmente travolti dalla quantità di cose successe finora? Pensate questo: è solo passato un mese, chissà cosa succederà nei prossimi. 

Visto tutto ciò che è avvenuto in soli 33 giorni, che sono stati paragonabili a un vero e proprio giro sulle montagne russe, rimane legittimo preoccuparsi. Sotto tutti i punti di vista. 

Potrebbe succedere di tutto. 

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