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La suprema corte egiziana conferma dieci condanne a morte per le violenze allo stadio di Port Said

Negli scontri avvenuti a febbraio 2010 durante una partita di calcio morirono 73 tifosi. I Fratelli musulmani accusarono i sostenitori del deposto rais Hosni Mubarak

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La Corte superiore egiziana ha confermato il 20 febbraio le condanne a morte per dieci uomini accusati di aver preso parte agli scontri avvenuti l’1 febbraio 2010, nello stadio di Port Said, nel nord est del paese.

Le violenze scoppiarono mentre era in corso la partita di calcio tra la squadra locale e una dei club più quotati del campionato egiziano, l’Al-Masry, per poi degenerare alla fine del match in una maxi rissa durante un’invasione di campo.

Negli scontri morirono 73 tifosi, 47 le persone arrestate dalla polizia. Il governo del Cairo definì la vicenda come “il peggior disastro della storia del calcio egiziano”. Vista la lunga storia di ostilità tra le tifoserie delle due squadre, sfociata più volte in violenti scontri, tutti i media del paese parlarono di “guerra pianificata”, ma alcuni partiti imputarono i fatti di Port Said al movente politico. In particolare, i Fratelli musulmani puntarono il dito contro i sostenitori del deposto presidente Hosni Mubarak.

Le indagini chiarirono che la maggior parte delle vittime furono schiacciate dalle migliaia di persone in fuga dalla struttura. Altre furono scaraventate dalle tribune dello stadio.

L’altra Corte egiziana ha anche confermato la condanna di altre 39 persone, con pene comprese tra i 15 e gli cinque anni di carcere. 

Tre anni dopo, l’8 febbraio del 2015, violentissimi scontri si verificarono al Cairo tra gli ultrà del club Zamalek e le forze di polizia, nei pressi dello stadio principale della capitale egiziana. Il bilancio fu di 22 morti e decine di feriti.

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