Me

Una polaroid per ritrovarsi

“Polaroid for a refugee” è un progetto fotografico di Giovanna Del Sarto, che dal 2015 ha scattato 1.200 polaroid per aiutare i rifugiati in Serbia, Grecia e Turchia

Immagine di copertina

Prendere una valigia, uno zaino, un sacco o qualunque altro contenitore e infilarci dentro tutto ciò che è possibile per non perdere i ricordi di una vita che ci si sta lasciando alle spalle. Per non perdere memoria degli istanti vissuti nei luoghi dai quali si è costretti a scappare. È il percorso di tanti immigrati, in cerca di una nuova casa, che fuggono da guerre, persecuzioni e violenze.

Raccontare queste vite non è mai semplice. Farlo senza scadere nella retorica e nella banalità è quasi impossibile.

Giovanna Del Sarto, fotografa e documentarista, ha voluto provarci e nel 2015 ha preso le sue due macchine fotografiche, di cui una Polaroid Lend ormai d’antiquariato, ed è partita per la Serbia. 

Giovanna giunge a Preševo a ottobre 2015, senza aver preso contatti con nessuno. Inizia a parlare con le persone, a conoscere le loro storie a a collaborare con un gruppo di volontari indipendenti. 

Giovanna vuole raccontare, non frapporre barriere tra sé e le persone che sono lì. Per questo sceglie la via del volontariato.

“Dare una mano è obbligatorio, il mio desiderio era quello di rendermi utile”, racconta a TPI. “Avevo un progetto preciso, regalare un sorriso, un istante di normalità. Non sapevo ancora come avrei fatto, ma col tempo l’idea ha cominciato a prendere forma”.

Giovanna inizia a scattare istantanee con la sua Polaroid. Non si tratta di scatti rubati, ma di fotografie concordate, dove le persone si mettono in posa, decidono liberamente come e quando farsi ritrarre.

“Credo molto nelle foto rubate, negli scatti che raccontano un istante di vita, ma il mio progetto era un altro”, continua a spiegare Giovanna. “Volevo lasciare un dono a quelle persone che avevano condiviso con me un pezzetto della loro vita”.

Prende così vita il progetto Polaroid for a refugee. Ritratti di felicità e normalità: la conquista più ambita quando si vive ogni giorno come la continua ricerca di una meta che sembra lontanissima. Foto di famiglie sorridenti, seppure nella tragedia della migrazione. 

Nei mesi al confine, Giovanna scatta 600 foto. Stampa due polaroid per lo stesso scatto, per poterne lasciare una ai protagonisti dei ritratti.

“Qualunque sia la tua destinazione, fammi sapere se sei al sicuro”, scrive Giovanna sul retro della polaroid, con la sua mail e il numero di telefono.

Il progetto della fotografa non si ferma in Serbia. Si muove verso le zone di frontiera, in quel periodo assiste al mutare dell’atteggiamento delle persone che da migranti in movimento, si ritrovano a diventare stanziali, creando e popolando quelle tendopoli che nascono nelle immediate vicinanze dei confini dove le loro richieste d’asilo sono bloccate o negate. 

Non è più lei a chiedere se può realizzare le foto. Sono i migranti stessi che le si avvicinano per avere un ritratto, per vivere quei minuti di spensieratezza in cui la fotografa deve contare i passi per realizzare la polaroid alla giusta distanza. Si ride, si condividono pranzi e cene, si dorme nella stessa tenda, si soffre lo stesso freddo, le stesse difficoltà per fare una doccia.

E così Giovanna trova il modo per dire al mondo che quegli individui in viaggio sono persone normali, comuni che vivono la vita di ognuno di noi. “Possibile che tra loro si nascondano delinquenti o persone che vogliono approfittarsi della situazione, ma non possiamo credere che siano tutti terroristi”, sostiene la fotografa.

Incredibile come chi ha meno sia proprio colui che è disposto a condividere di più. Giovanna è ospitata in tenda da una donna siriana con tre bambini piccoli che è lì per raggiungere il marito in Germania. Alla fotografa è offerto il cibo e in necessario per trascorrere la notte; lei in cambio dona la bella polaroid che ritrae l’intera famiglia e spera di avere un giorno notizie di quelle persone generose.

Trascorrono i mesi e finalmente la donna siriana le scrive su WhatsApp. Per un po’ comunicano scrivendosi in arabo, la donna è bloccata, non riesce a superare il confine. Da giugno 2016 Giovanna perde i contatti con la donna, passano altri mesi di silenzio. Poi la sorpresa a dicembre, quando la fotografa riceve un messaggio con un’immagine. È la foto della polaroid che ritrae la donna siriana con i bimbi: la polaroid sembra rovinata e consunta, tanto che Giovanna crede che il mandante sia qualche volontario del campo profughi che ha ritrovato per caso la foto. Invece è proprio la donna che è riuscita a raggiungere il marito in Germania. “Un’emozione unica, tremavo per la felicità”, spiega Giovanna.

Fino a oggi sono ancora pochi i profughi che sono riusciti a mettersi in contatto con la documentarista per comunicare il loro stato, ma lei è fiduciosa e nel frattempo è riuscita a portare le loro storie nelle gallerie per esposizione di Londra e Roma, con una splendida mostra all’associazione culturale fotografica Wps.

Nella capitale britannica si possono trovare alcune cartoline ricamate a mano – riproduzione digitale APfaR Polaroid – in edizione limitata nelle sale del The Photographers Gallery. Il ricavato delle vendite viene donato ad Athena, centro per donne rifugiate sull’isola di Chio gestito dall’organizzazione Action from Switzerland.

Con Polaroid for a refugee Giovanna ha partecipato all’importante competizione internazionale World press photo, arrivando alle semifinali nella categoria “People” e posizionandosi tra gli i primi otto fotografi selezionati dal concorso.

Campagna regione lazio

**Non restare fuori dal mondo. Iscriviti qui alla newsletter di TPI e ricevi ogni sera i fatti essenziali della giornata.**