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Io, studentessa di Bologna, non mi sento rappresentata da voi finti rivoluzionari

Silvia Carucci, studentessa del Dams, ha scritto a TPI per rispondere alla versione del collettivo universitario autonomo Bologna sugli scontri con la polizia

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Rispetto agli scontri avvenuti nella giornata di giovedì 9 febbraio tra la polizia e gli studenti dell’università di lettere di Bologna, Silvia Carucci, una studentessa del Dams, ha voluto scrivere a TPI per fornire una diversa versione dei fatti e per rispondere alla versione del collettivo degli studenti universitario autonomo Bologna:

“Caro TPI, vorrei anche io raccontare la mia versione.

Sono una studentessa Dams, presso l’Università di Bologna. Zamboni 36 è la biblioteca universitaria del dipartimento di Lettere e Beni Culturali, penso l’unica a Bologna a far entrare senza alcun controllo. Si entra senza nemmeno lasciare un documento.

Il rettorato, con la decisione di voler aprire la biblioteca fino a mezzanotte – questo fa parte di un progetto per risollevare la zona universitaria e aiutare chi ha necessità a studiare fino a tardi – ha deciso di mettere i tornelli, per permettere di accedere alla biblioteca solo tramite badge. Badge che ogni studente universitario possiede.

Primo punto: chiunque inneggi alla privatizzazione, alla privazione dell’accesso di uno spazio pubblico, si dovrebbe ricordare la differenza tra biblioteca universitaria e biblioteca comunale. Quella biblioteca è universitaria e appartiene agli studenti. Chiunque altro può andare in qualsiasi biblioteca comunale, tra cui il bellissimo Archiginnasio o la Sala Borsa. 

Secondo punto: il degrado e l’uso della biblioteca per uso non didattico. Cito il fatto dello scorso anno, quando un uomo si masturbò davanti a una studentessa. Tutti noi studenti sappiamo che tipi di persone popolano Piazza Verdi e son capaci di entrare liberamente in quella biblioteca.

Detto questo torniamo a cosa è successo: Il Collettivo universitario autonomo (Cua) grida allo scandalo, parla di deliberata chiusura di uno spazio di socialità e aggregazione da parte dell’Università e decide di boicottare i tornelli, spalancando prima le uscite di emergenza e due settimane dopo decide di smontare fisicamente i tornelli e di portare i resti in rettorato.

L’Ateneo, com’era prevedibile, chiude la biblioteca, in attesa di ristabilire le condizioni minime di sicurezza necessarie a tenerla aperta. Il Cua, previa assemblea, decide di forzarne la riapertura e di autogestire lo spazio. Cosa succede poi? L’Università chiede alla polizia di intervenire. Il risultato? Barricate coi cassonetti in Piazza Verdi, interno della biblioteca gravemente danneggiato, arresti e scontri durati una sera intera.

Ora: sì, la polizia ha usato la forza e non è mai bello vedere usare la forza contro gli studenti. Rispondere alla violenza con la violenza è la carte peggiore da giocare. Se tutti coloro che fanno parte del Cua avessero riflettuto solo un po’ di più su ciò che l’Università stava facendo, se avessero capito che quello era un servizio che l’Ateneo stava offrendo agli studenti, per permetterci di studiare in sicurezza fino a tardi, forse tutto questo non sarebbe successo.

Ma non l’hanno capito e ora ci ritroviamo con danni ingenti a una struttura universitaria, dovendo sentire tali persone che dicono di rappresentarmi e gridano alla rivoluzione.

No, non state rivoluzionando nulla. No, non mi rappresentate.

Per ultima cosa vi chiedo un favore: fatemi studiare, perché sono tre anni che spesso trovo le sedi universitarie occupate, sto parlando del caro 36 e del celeberrimo 38, e sono anni che private me e altri ragazzi di far lezione. Viva il diritto allo studio”.

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Aggiornamento (11 febbraio 2017): L’autrice ha raccolto alcune frasi contenute nel suo messaggio da un intervento di Federico Lampis.

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