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Meglio un’Europa a più velocità che l’immobilismo totale

Da decenni l'Unione europea fa concessioni ai paesi membri sull'integrazione, ma ora questa potrebbe diventare la strategia politica dell'Europa del prossimo decennio

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L’Unione europea, così com’è, ha fallito i suoi obiettivi. Ne sembrano convinti anche i più forti sostenitori del progetto europeista. 
Il 25 marzo il premier Gentiloni accoglierà a Roma i leader dei paesi dell’Unione Europea per festeggiare il sessantesimo anniversario dalla nascita della Comunità economica europea. Ma non sarà una semplice festa.

La decisione dei britannici di lasciare l’Unione, il dilagare dei populismi in tutta Europa e la Grecia che stenta ancora a riprendersi, hanno spinto i leader europei all’azione per salvare il salvabile.

“Diversi percorsi di integrazione e di cooperazione rafforzata potrebbero fornire risposte efficaci alle sfide che interessano gli Stati membri in modi diversi”. In altre parole: l’Europa deve viaggiare a diverse velocità. La proposta è arrivata dai paesi del Benelux (Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo).


Pochi giorni dopo la cancelliera tedesca Angela Merkel rilancia la proposta che, a stretto giro, riceve la benedizione del governo italiano. Così il 25 marzo potrebbe essere un nuovo inizio per l’Unione europea. Un’Europa a più velocità. 
Sì, ma che significa?

L’idea che sta alla base della teoria delle geometrie variabili – o della multi-velocità – è questa: se non tutti i membri dell’Unione sono disposti a cedere parte della propria sovranità nazionale nel processo di integrazione europeo, allora è bene che chi è disposto a farlo lo faccia lasciando indietro, almeno in un primo momento, chi non vuole. 
Un gruppo di paesi viaggerebbe spedito verso la piena integrazione, gli altri resterebbe indietro.

Secondo i sostenitori delle geometrie variabili questo sarebbe l’unico modo per portare a termine, almeno in parte, gli obiettivi dei padri fondatori dell’Unione che sognavano un organismo capace di parlare al mondo con una sola voce su questioni quali la sicurezza militare, le politiche energetiche, lo sviluppo economico e la politica estera.

A ben vedere, però, le geometrie variabili sono state una costante nel processo di integrazione europeo. Se tutti i membri dell’Unione hanno accettato la libera circolazione delle merci e l’abbattimento totale dei dazi doganali, non tutti hanno accettato la moneta unica e non tutti hanno aderito allo Spazio Schengen.

Nel corso degli anni sono state fatte decine di “concessioni particolari” ai paesi che non erano disposti a scendere a compromessi sull’una o l’altra questione. Quale sarebbe, allora, la novità? Fino a oggi si è trattato, appunto, di concessioni, fatte per tenere nel mercato unico il maggior numero possibile di stati. Da marzo 2017 l’idea delle diverse velocità potrebbe essere istituzionalizzata. Potrebbe diventare la strategia politica dell’Europa del prossimo decennio.

Come a dire: finora ci abbiamo provato a tenere tutti dentro, ma se non volete seguirci, andiamo avanti noi. 
Ma noi chi? Di sicuro la Germania. La più grande e florida economia del continente sa che per avere voce in capitolo a livello internazionale sulle questioni che contano da sola non può farcela. Deve portarsi dietro le grandi potenze europee. In primis Francia e Italia – membri del G8 – ai quali si unirebbero gli altri paesi fondatori dell’Unione. Ma l’interesse maggiore della Germania in questo momento sembra essere il perfezionamento del processo di integrazione economica e commerciale (ancora incompleto) tra i paesi dell’eurozona.

Gli interessi tra questi paesi sono diversi. Guardando al futuro, la Germania dovrà scendere a compromessi con chi vuole rivedere al ribasso le regole europee sul bilancio e dovrà cedere alle pressioni di chi chiede di non sforare il tetto del 6 per cento del Pil nel valore delle esportazioni. Ma soprattutto dovrà risolvere, insieme agli altri membri della zona euro, il problema Grecia la cui economia stenta a decollare nonostante i grandi sacrifici chiesti ai greci. O proprio a causa di quei sacrifici e dell’austerità imposta.

Poi c’è la questione della creazione di una politica estera e di sicurezza comune. Se ne parla da anni ma non sono mai stati fatti passi in avanti. Oggi, in politica estera, ogni governo europeo parla per sé e l’alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune sembra avere un ruolo poco più che simbolico. Ma la debolezza dei confini esterni dell’Unione, il pericolo di infiltrazioni terroristiche e i grandi flussi migratori dall’Africa sono questioni che dovranno essere risolte di comune accordo.

Più di ogni altra cosa sarà necessario prendere una posizione comune sulla questione Ucraina, il più strategico tra i paesi vicini all’Unione. Ciò che accadrà in Ucraina avrà ripercussioni serissime in tutto il continente e per questo l’Europa dovrà fare i conti a est con la Russia – che ha forti interessi nell’area – e a ovest con gli Stati Uniti di Trump, che ha più volte messo in discussione l’ombrello militare fino ad ora garantito all’Europa con la Nato. 


Economia, finanza, sicurezza interna, politica estera. È difficile pensare di creare su tutti questi temi un gruppo compatto pronto a organizzarsi. L’ipotesi più credibile è la creazione di diversi gruppi di stati pronti – di volta in volta – a salire sul treno dell’Europa ad alta velocità.

Qualcuno potrebbe restare indietro su tutti i fronti. Qualcuno potrebbe addirittura decidere di seguire l’esempio inglese e abbandonare l’Unione. Il pericolo è reale, ma non ci si può fermare. Perché la perdita di ulteriori pezzi sarebbe un duro colpo per l’Unione. Ma l’immobilismo sarebbe un suicidio.

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