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Noi trentenni che non riusciamo a smettere di pensare alla lettera di Michele

Il commento di Lara Tomasetta alla lettera d'addio lasciata da Michele, il grafico suicida di 31 anni, e pubblicata per volontà dei genitori

Immagine di copertina

“Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte”. No, nessuno può costringerti Michele, e da “persona libera” quale ti sei dichiarato, sei uscito da questa vita esattamente come ci sei entrato.

Avrò e avremo letto la lettera che hai lasciato ai tuoi genitori prima di toglierti la vita in migliaia, forse milioni di persone: ragazzi, ragazze, adulti, figli e genitori di questa Italia.

Ci saremo commossi e arrabbiati, l’avremo condivisa sui social network, l’avremo girata ai nostri amici, ai nostri fratelli e sorelle lontani. Ma nemmeno rileggendola centomila volte qualcuno potrà dire davvero perché hai preso una decisione così forte.

E ti assicuro che la tua lettera l’ho riletta così tante volte che le tue frasi sono tornate a conati a tormentarmi anche se non ti conosco, anche se sei solo parole scritte e ricopiate milioni di volte. Ho indagato ogni angolo, ogni spigolo, ogni virgola e ogni pausa di quel testo, come forse avresti voluto tu e i tuoi genitori, che hanno deciso di rendere pubblico quel testo.

Sai cosa ho pensato? Che le tue parole mi sembravano estremamente lucide, ferme. Dominate da una rabbia razionale che mirava a dire esattamente e semplicemente quelle cose. No, della presunzione di indagare i tuoi più intimi pensieri, i tuoi reali problemi e la tua sofferenza non posso e non voglio farmene carico. 

Ho trent’anni esattamente come te e come i tanti ragazzi che quella lettera l’hanno letta, e so benissimo che esiste un senso più profondo di questa realtà rispetto a quello che una qualunque giornata di febbraio può restituirci, e di certo non posso affidarmi a una sola lettera – per quanto forte e ragionata possa essere – per farne un manifesto generazionale.

Sarebbe presuntuoso e stupido, come cadere nella trappola del web, dell’informazione facile, dell’ideologia spicciola. Ma in tanti siamo rimasti colpiti dalle tue parole e oggi ci troviamo a doverle rimasticare, assimilare, digerire. Prima che la velocità del nostro tempo ce le faccia dimenticare.

Mica tanto facile dimenticare. Quando abbiamo pubblicato la tua lettera sul giornale, poco dopo mi è arrivato un messaggio privato. “È normale che io condivida tutto di quella lettera? Anzi, oserei dire che è lo scritto dal quale mi sento più rappresentato negli ultimi 30 anni”. 

Qualcosa hai fatto Michele. Ci hai ricordato che tutti gli uomini possono prendere decisioni diverse, seppur dolorose. Hai aperto un varco, hai fatto luce su una piccola ferita che è dentro di noi e che ogni giorno ignoriamo conducendo la nostra vita – talvolta precaria, insoddisfacente, insignificante e dolorosa esattamente come la descrivi tu – ma pur sempre vita. Bella e ostinata. Difficile ed entusiasmante, anche.

Una prova alla quale nessuno può sottrarsi, fino a quando quel qualcuno decide di non volerlo fare più. Che la vita abbia un senso, o che sia giusta con le persone sensibili come te, non possiamo dirlo. Forse no.

Ma è una corsa alla quale è sempre un onore prendere parte, fin quando fiato e forza ce lo permetteranno. 

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