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Freud e l’umanità che si schiera con la morte

Nella settimana del Giorno della Memoria, ricorrenza ormai tradita, Pateh Sabally è morto nell'indifferenza e i diritti dei cittadini sono stati erosi negli Stati Uniti

Immagine di copertina

Domenica 22 gennaio 2017 è una data che dovremo tenere a mente. In una Venezia luminescente, come sola sa essere in una giornata di sole, un uomo è affogato nel Canal Grande senza che nessuno lo salvasss. Si è suicidato perché l’Italia, l’Europa, lo hanno respinto.

Pateh Sabally, 22 anni, gambiano, è arrivato in Europa dal mare, per rinascere, e al mare è tornato per soffocare definitivamente le sue speranze deluse.

È sufficiente soffermarsi su questa vicenda per capire dove sta andando buona parte dell’umanità. Non è necessario ricorrere alle altre notizie drammatiche della settimana appena trascorsa. Nella solitudine della sua morte, nel disprezzo che gli viene rivolto, nel rapido scomparire del suo volto indistinto, si riflette il disfacimento della civiltà.

Non c’è azione volta a evitare quella morte, non c’è silenzio pietoso, ma ludibrio, schiamazzo, riso. Non c’è un nome o un richiamo gentile, se non molteplici “Oh!” o “Africa!”. Non c’è una mano che si allunghi a salvarlo, ma il grido “A casa!”. Venezia è la città che rischia di inabissarsi, il simbolo di una dissoluzione. Le rovine sono già tutte in quell’immagine, di un uomo lasciato affondare, circondato da sguardi, eppure completamente solo.

Il suo viso resta indistinto, come quello delle molte figure umane che affollano il vaporetto che gli scorre accanto. Nulla vediamo dei volti di chi guarda e urla e ride, ma avvertiamo l’atmosfera dello spettacolo e della goliardia, mentre a un telefono, a un oggetto inanimato, è affidata la registrazione della realtà. Quando l’uomo scompare, inghiottito dall’acqua, qualcuno ribalta il senso di impotenza e il peso della responsabilità in un’accusa infantile: “Ma questo è scemo…”. È il massimo della generosità che il pubblico possa offrire.

Nella massa confusa del vaporetto, nell’assenza di una solidarietà potente e tenace, come quella profusa senza risparmio sui cumuli di neve e macerie dell’hotel Rigopiano, c’è la parvenza, l’immagine in dissolvenza dell’umanità. Un’umanità che non si schiera con la vita, ma con la morte. Per tale motivo, per il suo peso tragico e simbolicamente devastante, questa notizia doveva essere pubblicata in prima pagina. Come monito, come avvertimento di quanto sta accadendo nel nostro tempo.

La portata dell’indifferenza andata in scena a Venezia, dell’incapacità di agire, non è stata colta.

Il 26 gennaio sul Corriere della Sera, il quotidiano nazionale più diffuso, Aldo Cazzullo sembra mancare la rilevanza della questione smarrendola in una serie di considerazioni sull’omissione di soccorso. Sin da subito avanza l’ipotesi che alcuni gridassero per incoraggiare “il ragazzo” a vivere, non a morire. Come spesso succede a chi assiste direttamente o indirettamente a situazioni estremamente violente, sembra qui agire un meccanismo psichico di diniego, finalizzato a proteggere l’individuo dalla percezione di una realtà troppo brutale.

Si tratta di un processo insidioso, di cui è necessario avere consapevolezza, perché non riconoscere la violenza in tutta la sua realtà significa non opporre ad essa alcun ostacolo, consentendole di avanzare inesorabilmente. Cazzullo si domanda perché un popolo “ospitale e ricco di umanità” come quello italiano sia arrivato a questo punto di esasperazione, ma il suo interrogativo poggia su un presupposto errato, cioè la retorica degli “italiani brava gente”.

Questo presupposto impedisce a sua volta di fare i conti con la realtà delle atroci violenze perpetrate dai nostri connazionali durante il periodo coloniale e l’invasione fascista della penisola balcanica, nonché con la collaborazione offerta al nazismo nella deportazione degli ebrei italiani. Le ragioni dell’esasperazione degli italiani e delle italiane non vanno pericolosamente spostate sui “tre o cinque o sette stranieri” che chiedono l’elemosina ai tavolini del bar, ma sulla difficoltà dei cittadini e delle cittadine a dare uno sfogo appropriato alla rabbia esacerbata da anni e anni di duri sacrifici.

Il problema non è il migrante, disgraziato come milioni di italiani, ma l’assenza di soluzioni politiche alla miseria e allo sfruttamento.

Come scriveva Freud nel Disagio nella civiltà durante la crisi economica del 1929, dieci anni prima del secondo conflitto mondiale, quando lo stato di infelicità e le rinunce imposte dalla civiltà sono eccessive, sbilanciate rispetto al soddisfacimento dei bisogni degli individui, vi può essere un rigetto delle istanze morali e uno scoppio di distruttività, rivolta su di sé e sul gruppo di appartenenza.

Per tale motivo, per preservare l’unità della propria comunità, lo straniero e il diverso sono utilizzati dai gruppi politici estremisti e nazionalisti come canale di sfogo della violenza. Conoscere questo meccanismo è fondamentale per capire che la soluzione dei problemi economici e sociali, all’origine della rabbia individuale, non è nella violenza contro un altro essere umano, ma nell’essere ferocemente propositivi, vitali, resistenti e combattenti nella ricerca e nella costruzione di soluzioni politiche alternative e democratiche che migliorino lo stato della comunità in cui si vive. Non una comunità fondata su “sangue e suolo”, ma sul rispetto dei diritti umani fondamentali, dove la rabbia sia incanalata.

La settimana in cui Pateh Sabally è morto nell’indifferenza e in cui i diritti sono stati erosi negli Stati Uniti, è stata anche quella della Giornata della Memoria, una ricorrenza continuamente smentita e tradita, diventata una sorta di rito purificatorio e catartico della colpa, un’ubriacatura collettiva, un martedì grasso dell’etica.

Sul Corriere della Sera del 25 gennaio Ernesto Galli della Loggia definisce la violenza e la guerra “una dimensione fondamentale della politica”, cui lo spirito pubblico europeo ha rinunciato a causa del rimorso. Un tabù che si può ormai superare – una guerra che si può finalmente fare – data la “fine ideologica” della Shoah.

A dimostrare invece che questo crimine contro l’umanità non è stato affatto elaborato è l’aumento esponenziale dei crimini razziali in Europa, il respingimento dei profughi da parte dei singoli Stati, l’edificazione di muri e barriere, l’indifferenza che ha accompagnato la morte di Pateh Sabally, e il fatto stesso che sul maggiore quotidiano nazionale italiano un intellettuale invochi l’uso della forza “per difendere le buone ragioni” contro un nemico non meglio precisato.

Con un tono da Manifesto del futurismo, Della Loggia scrive: “[…] gli uomini della politica la smettano di invitarci ai buoni sentimenti, alla tolleranza, a essere comprensivi, a non essere xenofobi!”. In queste affermazioni è percepibile la perdita del senso della misura e del limite, per ripristinare i quali è dunque necessario coalizzarsi e costruire argini che preservino il rispetto dei diritti fondamentali.

All’esplosione della violenza si reagisce con la forza dei legami, della spinta alla vita che si oppone a quella di chi vuole distruggerla. I legami da vivere nella realtà, non da sperimentare nel “piacere a buon mercato” dei social network, dove l’umanità si cerca ma si tiene anche a distanza, dove agevolmente si esprime odio e disprezzo, dove l’altro è spesso usato con finalità narcisistiche. Il tutto per appagare il proprio io ferito e frustrato, fino a disperdere il valore di un incontro e di ciò che davvero significa amare un altro essere umano.

Per attenuare il disagio e la rabbia servono soluzioni politiche democratiche, recuperando il senso della realtà, lasciando che siano il lavoro, il godimento della bellezza e le attività creative, e non la carne dello straniero, a fungere da valvola di sfogo. Contro l’offesa della dignità umana è fondamentale mantenersi eticamente fermi e saldi, protestando, resistendo, dando un limite a chi lo ha disperso. Senza questo argine la falsità è spacciata per verità, il rispetto di un diritto si ribalta nella sua violazione, la morte di un essere umano svanisce nell’indifferenza e nella violenza.

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Donald Trump è un uomo solo, ma ci sono milioni e milioni di individui che devono scegliere se seguirlo o opporsi alla direzione che sta tracciando.

Freud scrive nel 1929 che “la convivenza umana è possibile quando la comunità si oppone alla forza bruta del singolo”, cioè quando reagisce e resiste, quando pensa e crea soluzioni costruttive, quando non si dà all’inazione, alla sottomissione e allo sfogo distruttivo della violenza, al cui termine c’è solo la morte.

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