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Trump difende il Muslim ban mentre continuano le proteste

Il presidente americano sostiene che le restrizioni all'accesso non siano un provvedimento contro i musulmani, decisione contestata leader europei e dalla Silicon Valley

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Continuano le proteste negli Stati Uniti contro la decisione di Donald Trump di bloccare l’accesso nel paese per i cittadini di sette nazioni a maggioranza musulmana e di sospendere il programma di accoglienza per i rifugiati siriani. Il provvedimento è diventato noto con il nome di “Muslim Ban” (bando per i musulmani) e ritenuto discriminatorio.

Manifestazioni si sono tenute domenica 29 gennaio 2017 a New York e a Washington, intorno alla Casa Bianca. La protesta dilaga anche negli aeroporti statunitensi, dove migliaia di persone hanno manifestato e decine di avvocati si sono mobilitati per offrire assistenza legale alle persone bloccate nei terminal di New York, Chicago, Los Angeles, Boston, Atlanta e di altre città.

Sedici procuratori generali hanno dichiarato che l’ordine è incostituzionale e un giudice federale di Brooklyn ha fermato temporaneamente l’espulsione per chi si trova già in territorio americano.

Nella notte italiana Trump ha emesso un comunicato in cui difende la sua decisione, dicendo che non si tratta di un provvedimento contro i musulmani, come “i media stanno riportando in modo falso”. Trump ha parlato di una misura di prevenzione contro il terrorismo.

Intanto  Reince Priebus, capo di gabinetto di Donald Trump, ha fatto sapere che saranno esentati dal divieto di ingresso i possessori della green card, che garantisce il soggiorno su territorio statunitense. Tuttavia, la polizia di frontiera manterrà “l’autorità discriminatoria” di trattenere e sottoporre a interrogatorio viaggiatori sospetti che provengono da alcuni paesi.

“Il nostro Paese ha bisogno di confini forti e controlli estremi, adesso”, ha scritto in un tweet il presidente Trump domenica 29 gennaio 2017. “Guardate cosa sta succedendo in tutta Europa e nel mondo, un caos orribile!”.

Contro il provvedimento si sono schierate esponenti della Silicon Valley, tra cui il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg. “Apple non esisterebbe senza l’immigrazione”, ha dichiarato l’amministratore delegato di Apple Tim Cook. Steve Jobs, il fondatore di Apple, era figlio di un immigrato siriano.

Numerose le reazioni dall’estero. Un portavoce di Angela Merkel ha detto che la cancelliera tedesca ha chiamato Trump sabato scorso per “spiegargli” gli obblighi previsti dalla Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati. Merkel ha detto che la lotta globale contro il terrorismo non è una scusa valida per le misure e che non giustifica il “sospetto indiscriminato” su persone appartenenti a una determinata religione.

”Il terrorismo non ha nazionalità”, ha detto il ministro degli esteri francese Jean-Marc Ayrault.

La premier del Regno Unito Theresa May si è detta contraria alla decisione e il ministro degli esteri britannico Boris Johnson ha scritto in un tweet che stigmatizzare sulla base della nazionalità ”crea divisione ed è sbagliato”. Critiche sono arrivate anche dai governi di Indonesia e Iran.

Il divieto di Trump, disposto per almeno 90 giorni, riguarda i viaggiatori con passaporti di Siria, Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan e Yemen, inclusi quelli con doppia cittadinanza di uno di questi paesi. 

Di fatto il provvedimento vieta a cittadini di paesi a maggioranza musulmana di recarsi negli Stati Uniti e dà priorità alle domande di asilo provenienti da cristiani perseguitati.

L’ordine esecutivo firmato da Trump venerdì 27 gennaio ha già impedito ad alcune persone di entrare negli Stati Uniti, bloccandole in aeroporto dopo il loro arrivo.

— LEGGI ANCHE: Cosa prevede in pratica il divieto contro immigrati e musulmani voluto da Trump

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