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Trump, fermati i primi rifugiati in volo per gli Stati Uniti

La linea dura del neo-presidente Donald Trump contro gli immigrati. Già pronte le azioni legali da parte dei gruppi per la difesa dei diritti umani

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Primi contraccolpi dell’ordine esecutivo con cui ieri sera Donald Trump ha sospeso per 120 giorni (quattro mesi) con effetti immediati tutti i rifugiati e le persone provenienti da sette paesi a maggioranza islamica: quelli che erano già in volo per gli Stati Uniti sono stati fermati e detenuti agli aeroporti di arrivo. Sul decreto di Trump avvocati e gruppi per la difesa dei diritti umani stanno attivando azioni legali.

Intanto, Google ha richiamato i suoi dipendenti provenienti dai Paesi islamici a “rientrare negli Stati Uniti il prima possibile” dopo il giro di vite sugli ingressi imposto da Trump nei confronti di tutti i rifugiati e per i cittadini di sette Paesi – Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen – per almeno tre mesi.

Sundar Pichai, amministratore delegato di Google, ha precisato che più di 100 dipendenti dell’azienda sono colpiti dalla misura. “E’ doloroso vedere il costo personale di questo ordine esecutivo sui nostri colleghi. Abbiamo sempre reso pubblica la nostra visione in materia di immigrazione e continueremo a farlo”, ha scritto Pichai.

COSA SAPPIAMO

Rafforzamento dell’esercito e controlli più severi per impedire l’ingresso di terroristi islamici in Usa: Donald Trump procede come un rullo compressore per mantenere le sue promesse elettorali e firma altri due ordini esecutivi al Pentagono, dopo aver incontrato lo stato maggiore congiunto e partecipato alla cerimonia di giuramento del nuovo segretario alla difesa, il gen. James Mattis, “l’uomo giusto al posto giusto”.

“Vogliamo mantenere i terroristi islamici radicali fuori dagli Usa”, per garantire che non si ammetta nel Paese la stessa minaccia che i nostri soldati combattono all’estero, ha osservato.

“Vogliamo ammettere nel nostro Paese solo coloro che lo sosterranno e ameranno profondamente la nostra gente, ha aggiunto, senza pero’ spiegare i dettagli del provvedimento. Nei giorni scorsi erano trapelate sue intenzioni di sospendere il flusso di rifugiati e i visti per le persone provenienti da alcuni Paesi a maggioranza islamica flagellati dal terrorismo, come Siria, Libia, Iraq, Somalia, Sudan e Yemen. In una intervista al Christian Broadcasting Network, Trump ha detto che tra i siriani che chiedono lo status di rifugiati dovrebbe essere data priorita’ ai cristiani, finora “trattati in modo orribile”: “se eri un musulmano potevi entrare ma se eri un cristiano no, era quasi impossibile”.

Parallelamente il presidente vuole rafforzare quello che e’ gia’ il primo esercito del mondo, rischiando di rilanciare la corsa agli armamenti e di gonfiare il deficit pubblico. L’obiettivo, ha spiegato, “e’ iniziare una grande ricostruzione delle forze armate americane, per sviluppare un piano per nuovi aerei, nuove navi, nuove risorse e strumenti per i nostri uomini e le nostre donne in uniforme”.

Ma evitando sprechi. Mattis ha ordinato proprio oggi una revisione dei programmi per gli F-35 e l’Air Force One, gia’ criticati da Trump come troppo costosi. Il capo del Pentagono ha chiesto al suo vice Robert Work di individuare i modi per ridurre significativamente il costo degli F-35, confrontandoli con gli F/A-18 Super Hornet e verificando se un Hornet modernizzato potrebbe rappresentare una valida alternativa. Mattis ha chiesto risparmi anche per i nuovi modelli dell’aereo presidenziale, prodotti dalla Boeing. Il segretario alla difesa avra’ infine l’ultima parola sulla tortura.

“Credo che la tortura, il waterboarding funzionino”, ha ribadito nella conferenza stampa congiunta alla Casa Bianca gelando Theresa May. Ma poi l’ha rassicurata precisando che si atterra’ alle decisioni dei capi del Pentagono e della Cia, che nelle loro audizioni sotto giuramento al Congresso si sono dichiarati contrari alla tortura, vietata peraltro anche dalle leggi Usa. Il neo presidente ha infine continuato la sua guerra contro la stampa, sposando le controverse accuse del suo chief strategist Steve Bannon, secondo cui i media sono un partito di opposizione. “Non parlo di tutti, ma di una grande parte dei media… la loro disonesta’, la loro totale truffa li rende certamente in parte un partito di opposizione”, ha detto in una intervista alla Cbn.