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Io, torturato come Giulio Regeni, vi racconto i soprusi nelle carceri egiziane

Ahmed Said, chirurgo egiziano che oggi vive in Germania, racconta a TPI la prigionia, le violenze subite e di quando chiese la verità sulla morte del ricercatore italiano

Immagine di copertina

Ahmed Said è un chirurgo, un attivista per i diritti umani e uno scrittore. Ha conosciuto la prigionia, le torture egiziane, la violenza e le ingiustizie del regime e si è battuto per essere un uomo libero.

Ahmed vive da anni in Germania, ma dal 2011, ogni novembre, torna al Cairo, in Egitto, per un’occasione particolare: le manifestazioni in ricordo di 47 giovani uccisi dalla polizia durante uno scontro di piazza avvenuto sei anni fa nella capitale egiziana. Ma il viaggio del 2015 gli costò caro.

Il 19 novembre di quell’anno Ahmed fu arrestato dalla polizia mentre curava i manifestanti feriti in piazza. Rimase in carcere per dodici mesi, nonostante la condanna iniziale fosse di due anni. Il suo arresto scatenò una mobilitazione internazionale.

“Loro pensano veramente che sradicando le persone che credono in un’idea si possa uccidere l’idea stessa”, scriveva Ahmed in una lettera pubblicata da Amnesty International per rendere noto il suo caso. “Ma io ho fatto ciò che ho fatto per essere un uomo libero, e per riprendermi la mia libertà prima che diventasse solo un ricordo”.

Durante la sua prigionia Ahmed venne a conoscenza dell’uccisione di Giulio Regeni e proprio per lui realizzò una maglietta che il 3 febbraio 2016 uscì clandestinamente dalla prigione di massima sicurezza di Tora, al Cairo.

“A uccidere Giulio Regeni sono stati gli apparati di sicurezza egiziani, gli stessi che nel giugno 2010 massacrarono fino a renderlo irriconoscibile, un giovane egiziano (Khaled Said)”, riportava un messaggio sulla maglietta. “E fu proprio dall’indignazione per la morte brutale di quel ragazzo che nacque la primavera egiziana del 2011”.

Ahmed Said racconta a TPI dei giorni di prigionia e del caso Regeni:

Sono un chirurgo e un attivista, ho condiviso i principi della rivolta egiziana del 2011 e degli anni successivi e ho condiviso la lotta contro i Fratelli musulmani. Mi hanno arrestato il 19 novembre 2015 in piazza al Cairo, mentre prestavo soccorso a manifestanti rimasti feriti durante i tafferugli. Le motivazioni addotte per il mio arresto sono state “manifestazione senza permesso e minaccia per la sicurezza nazionale”. La sentenza prevedeva due anni di carcere, ma sono stato rilasciato l’anno dopo.

Hai subito torture durante il periodo di detenzione?

Sì, con scosse elettriche e altre forme di violenza. Per esempio mi spegnevano le sigarette addosso.

Chi erano gli autori delle torture?

Un poliziotto dell’agenzia di sicurezza nazionale.

Il periodo delle torture è durato molto?

No, solo durante i primi giorni di detenzione, quattro per la precisione, poi la pressione dei media si è fatta più forte, proprio quando si è diffusa la notizia del mio arresto. Anche il ministero degli Esteri tedesco si è adoperato per la mia causa.

Ma cosa volevano sapere, perché ti torturavano?

Volevano informazioni riguardo gli attivisti egiziani e la mia possibile connessione con alcuni politici tedeschi.

Te la sentiresti di raccontare il tipo di torture alle quali sei stato sottoposto?

In realtà non mi piace ricordare quei momenti, ma ti assicuro che è stata un’esperienza orribile che non auguro a nessuno. Spero nessuno altro sia mai costretto a vivere tutto questo.

Come sei sopravvissuto?

Ancora non lo so in realtà, ma ho sempre pensato che non sarebbe durato per sempre, che presto tutto sarebbe finito.

Durante la prigionia hai avuto modo di contattare un avvocato o l’ambasciata tedesca?

No, non mi era permesso. In prigione non potevo nemmeno ricevere messaggi, libri o giornali.

E chi ti ha aiutato?

Quando si è venuto a sapere del mio caso moltissime persone e organizzazioni, dentro e fuori l’Egitto, hanno voluto aiutarmi. In tribunale c’erano esponenti dell’Assemblea generale dell’Onu, membri del parlamento e dell’ambasciata tedeschi, ma non potevano farmi visita né parlarmi.

Com’è la situazione in Egitto oggi?

Sono solito dire che oggi l’Egitto è sotto l’occupazione militare, e puoi immaginare quello che voglio dire.

Conoscevi Giulio Regeni?

Venni a sapere di Giulio mentre ero in prigione e scrissi sulla mia maglietta, nella parte interna, “Chi ha ucciso Giulio Regeni? Domanda Khalid”.

Cosa pensi del caso Regeni?

Le persone prima di tutto devono sapere che chiunque può scomparire, essere torturato e ucciso in Egitto. Credo che Giulio sia stata una delle tante vittime della dittatura dei militari. È stato rapito e torturato dai funzionari egiziani del servizio di sicurezza, come accade ormai tutti i giorni ad altri egiziani. Regeni è un nuovo simbolo per noi, un simbolo dei diritti umani e dei difensori della libertà in Egitto. Ha pagato con la vita il prezzo di aver detto la verità su questo paese ed è nostro dovere lottare per far luce su quello che gli è accaduto.

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