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Ricordando Bettino Craxi

Il 19 gennaio del 2000 moriva ad Hammamet il leader socialista Bettino Craxi

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Il 19 gennaio del 2000 moriva a Hammamet, in Tunisia, Bettino Craxi, figura di primo piano della politica italiana durante la Prima repubblica.

Nato a Milano il 24 febbraio del 1934 in una famiglia di idee socialiste, Benedetto (questo era il suo nome di battesimo) si avvicinò ben presto a questi ideali, aderendo al Partito Socialista Italiano e partecipandovi fin dai tempi dell’università, e già nel 1956, ad appena 22 anni, fu eletto consigliere comunale a Sant’Angelo Lodigiano, e l’anno successivo entrò nel comitato centrale del partito come esponente della corrente dell’allora segretario socialista Pietro Nenni.

Nel 1968, quando il segretario del partito era Francesco De Martino, Craxi fu eletto per la prima volta deputato, in rappresentanza della circoscrizione Milano-Pavia.

Nel 1976 il PSI, che aveva appena causato la caduta del quarto governo toccò uno dei suoi peggiori risultati elettorali di sempre arrivando sotto il 10 per cento dei consensi. Questo fatto fu imputato all’atteggiamento, considerato troppo accondiscendente verso il Partito Comunista Italiano (che, diversamente dal PSI, era all’opposizione), del segretario De Martino, costretto alle dimissioni.

Il successivo congresso, svoltosi all’Hotel Midas di Roma, portò all’elezione di Bettino Craxi a nuovo segretario. Da quel momento, la linea del partito cambiò e questo favorì notevolmente l’ascesa politica dello stesso Craxi sulla scena italiana.

Il primo segretario iniziò a prendere le distanze dai comunisti (dai quali già nel 1956 si era fortemente dissociato dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria), criticando il marxismo e il leninismo e ridimensionando il ruolo della falce e martello nel simbolo del PSI, sostituita dal garofano rosso, simbolo delle lotte socialiste di inizio Novecento.

Craxi, per l’epoca, risultò un politico molto innovativo nel porsi sulla scena nazionale. Diversamente da molti suoi colleghi, era molto attento all’aspetto mediatico e alla cura della propria immagine.

Nel 1983 Bettino Craxi fu a capo del suo primo governo, il primo guidato da un esponente del PSI nella storia d’Italia, che divenne – per l’epoca – il più lungo della storia d’Italia (è stato poi superato dal Berlusconi II e dal Berlusconi IV). A sostenere questo governo era il cosiddetto “Pentapartito”, la coalizione formata da DC, PSI, PRI, PLI e PSDI.

Il governo fu molto attivo, si caratterizzò per una politica estera (il ministro degli Esteri era Giulio Andreotti) che guardava a un ruolo fondamentale dell’Italia nel Mediterraneo, arrivando anche allo scontro diplomatico con gli Stati Uniti, come quello avvenuto con la crisi di Sigonella, per far valere questa posizione.

Il governo, inoltre, realizzò un nuovo Concordato con la Chiesa Cattolica, e acutizzò la propria rottura con i comunisti con il taglio della scala mobile, il meccanismo per cui i salari erano ancorati all’andamento dei prezzi.

Ma la rottura con il PCI fu ancora più palese nel 1984 quando, al congresso di Verona, il segretario comunista Berlinguer fu fischiato dai militanti socialisti. Successivamente Craxi disse che se quei fischi erano indirizzati alla linea politica del PCI, lui non vi si era unito solo perché non sapeva fischiare. Lo stesso anno Berlinguer morì, e i militanti comunisti fischiarono Craxi al funerale del loro segretario.

Il governo Craxi I terminò nel 1986, ma venne dato un nuovo incarico allo stesso Craxi che lo portò avanti fino al 1987.

Alle elezioni europee del 1989 il PSI di Craxi raggiunse il 14,78 per cento, il massimo del periodo craxiano.

Con gli anni Novanta, e in particolar modo a partire dal 1992, il PSI – e con esso il craxismo – subirono una grossa crisi. Nel mese di febbraio, l’esponente socialista milanese Mario Chiesa viene infatti arrestato per aver intascato una tangente. Ha l’inizio il cosiddetto scandalo di Tangentopoli che in breve tempo arriverà a travolgere un’intera classe politica.

In breve tempo numerosi esponenti del mondo politico e statale vennero indagati e arrestati. In questo clima, Craxi in parlamento pronunciò uno storico discorso: “Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”.

Nessun politico rispose all’appello di Craxi, il quale fu sempre più critico per il clima di caccia alle streghe che stava nascendo sotto il vento delle indagini della Procura di Milano che coinvolgevano sempre più esponenti del mondo politico. “Hanno creato un clima infame”, dichiarò in questo senso Craxi.

Tuttavia, tra il dicembre 1992 e il marzo 1993 anche il leader socialista fu raggiunto da ben 11 avvisi di garanzia, fatto che lo portò a lasciare la segreteria del PSI, dove fu sostituito dal sindacalista Giorgio Benvenuto, dal momento che anche Claudio Martelli, considerato il delfino di Craxi, venne indagato.

Craxi, da quel momento, ammise in modo chiaro di aver avuto responsabilità nel finanziamento illecito del PSI, definendolo uno strumento usato da tutti i partiti al fine di mantenere le proprie strutture organizzative, ma si definì innocente rispetto a chi lo accusava di corruzione o di essersi arricchito personalmente attraverso strumenti illeciti.

Il 29 aprile 1993 la Camera dei deputati votò contro l’autorizzazione a procedere nei confronti di Craxi, passaggio all’epoca necessario per portare avanti misure cautelari verso un parlamentare. Il giorno seguente, numerose manifestazioni e proteste ebbero luogo a Roma, di cui la più emblematica quanto controversa fu il selvaggio lancio di monetine contro lo stesso leader socialista mentre usciva dall’Hotel Raphael, la sua residenza romana.

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Nel 1994 Craxi non fu ricandidato in parlamento, fatto che fece venire meno la sua immunità parlamentare. Per evitare il rischio di fuga, le autorità gli ritirarono il passaporto, ma ormai era tardi: con un gesto controverso, infatti, il leader socialista aveva già lasciato l’Italia per raggiungere la sua casa di Hammamet, in Tunisia, dove non avrebbe avuto problemi di estradizione.

Da quel momento, Craxi continuò a vivere nel paese nordafricano, considerato un esiliato dai suoi sostenitori e un latitante dai suoi detrattori, fino alla sua morte, avvenuta in seguito a una lunga malattia il 19 gennaio del 2000. Il presidente del consiglio Massimo D’Alema propose i funerali di stato per Craxi, ma oltre ai detrattori del leader PSI, anche la famiglia dell’ex premier si disse contraria, dopo che lo stesso governo non gli aveva permesso il ritorno in Italia per curarsi.

La sua tomba, situata nel cimitero di Hammamet, è simbolicamente rivolta verso l’Italia.