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Che disastro di commedia, che bellezza di spettacolo

La recensione di Edoardo Cieri dello spettacolo teatrale 'Che disastro di commedia' in scena al teatro Greco di Roma fino al 22 gennaio

Immagine di copertina

Chi frequenta il teatro sa che spesso, sempre più spesso, in giro ci sono spettacoli, inguardabili, noiosi, che compiacciono più la compagnia che il pubblico, il quale ha la netta sensazione di aver buttato una serata, oltre che i soldi. Questa increscioso scenario è frutto di logiche produttive tutte italiane, in cui è il nome del personaggio famoso a fare la fortuna di uno spettacolo e non le sue doti recitative.

Per non rischiare, poi, si preferisce ripiegare su autori e spettacoli già noti, azzardando sempre troppo poco in termini di novità. Ecco, se volevate sapere perché il teatro è in crisi, ora avete parte della risposta. Si, sicuramente mancano i fondi alla cultura, ma se questi sono gli spettacoli proposti, verrebbe da chiedersi dov’è la cultura di cui tanto si parla. 

Fortunatamente c’è chi (pochi) ha voglia di vedere come funzioni il teatro all’estero e ha anche il coraggio di riproporre ciò che vede qui in Italia. Oggi parliamo di questi uomini coraggiosi, in scena al teatro Greco di Roma con lo spettacolo Che disastro di commedia, successo inglese, quest’anno rappresentato anche in altre quattro capitali europee: Londra, Budapest, Parigi, Atene. 

Il pretesto dello spettacolo è semplice: una compagnia sgangherata deve mettere in scena un giallo di serie B con una scenografia che sta in piedi per miracolo. 

La storia si basa su un omicidio commesso in una Villa e i personaggi, isolati da una bufera di neve, dovranno favorire le indagini per smascherare il colpevole. 

L’ispettore chiamato a risolvere il caso è Marco Zordan, bravissimo anche nei panni del regista della compagnia. L’esilarante Gianluca Ramazzotti è il maggiordomo che non ricorda le sue battute e se le scrive sulle mani, sbagliando spesso la pronuncia, Gabriele Pignotta è la vittima (di poche parole ma assolutamente efficace), Viviana Colais la sua fidanzata, che interpreta egregiamente la diva isterica, Luca Basile il guitto che ammicca al pubblico e Yaser Mohamed la caricatura del tipico attore di soap opera spagnola. Stefania Autuori è la scenografa che si ritrova a sostituire la protagonista, mentre il tecnico del suono, Alessandro Marverti, ha come unico intento quello di ritrovare il suo cd dei Duran Duran.

Infine c’è lei, la vera protagonista della commedia: la scenografia che con il passare dei minuti crolla un pezzo per volta, mandando in confusione tutti gli attori.

Ma nonostante questi imprevisti, gli interpreti, con un aplomb tipicamente inglese, continuano a recitare. E questo rende il tutto ancora più esilarante.

Il pubblico viene travolto da una serie infinita di gag, movimenti goffi che richiamano la clowneria pura, oggetti smarriti e ritrovati, porte che non si aprono, finestre che si rompono, battute sbagliate e ripetute. La prova attoriale è d’impatto, per interpretazione, espressioni e tempi comici perfetti. A questo va aggiunto che parte del cast ha dovuto cimentarsi nell’arte circense per la preparazione della commedia. 

Il testo firmato da Henry Lewis, Jonathan Sayer e Henry Shields, tradotto da Enrico Luttman, ha una costruzione già vista, ma l’originalità sta proprio in quell’elemento in più, la scenografia, in cui gli attori sono costretti a muoversi con precisione millimetrica richiamando alla mente il rigore e la perfezione che si vede solo al circo. 

Mark Bell firma una regia di uno spettacolo perfetto, con una potenza comica spropositata, e un cast formato da attori vergognosamente bravi. 

L’applauso più grande va al coraggio e all’intraprendenza della produzione firmata AB management, che ha saputo andare oltre gli schemi per portare in Italia qualcosa di davvero innovativo. 

* di Edoardo Cieri