Me

Belice, le baracche d’amianto ancora in piedi dopo quasi 50 anni dal terremoto

A Montevago, vicino Agrigento, i dati del comune mostrano un numero particolarmente alto di morti per mesotelioma, il tumore provocato da esposizione all'amianto

Immagine di copertina

C’era un freddo straordinario nella valle del Belìce la notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968. Chi c’era ricorda che aveva nevicato: un evento eccezionale per quella parte di Sicilia, compresa tra le tre province di Trapani, Palermo e Agrigento e abituata ad altre temperature.

Quando arrivò la prima scossa, intorno all’ora di pranzo del 14 gennaio, nessuno era pronto. Non erano pronti gli abitanti della valle – tanto che nel panico un padre richiamò il figlio in casa urlando “Vieni dentro che c’è il terremoto!”, come racconta il sociologo Lorenzo Barbera nel suo libro I ministri dal cielo. Non era pronta nemmeno l’Italia, che non aveva ancora niente di lontanamente simile alla protezione civile.

Il risultato fu devastante. Quando la scossa più forte, di magnitudo 6.4, colpì 21 comuni nel cuore della notte moltissime case di tufo crollarono e il bilancio complessivo fu di quasi 400 vittime, un migliaio di feriti e circa 98mila sfollati.

A quella tragedia, così simile a quella che ha colpito nel 2016 il centro Italia prima ad agosto e poi a ottobre, ne fece seguito una seconda, stavolta fatta di appalti e cemento che dovevano servire a ricostruire quello che il terremoto aveva distrutto e lo hanno fatto solo in parte.

La ricostruzione del Belìce va avanti ancora adesso e, a quasi cinquant’anni dall’evento sismico che l’ha resa necessaria, ci sono ancora opere da completare e i 133 milioni di euro promessi dallo stato nel 2005 non sono mai arrivati.

(Le rovine di Montevago, uno dei 21 paesi colpiti dal terremoto nel 1968 nella Valle del Belice, in Sicilia. Credit: Anna Ditta. Il pezzo continua dopo la foto)

Per gli abitanti di Montevago, comune di circa 3mila abitanti nell’agrigentino, al danno del terremoto e alla beffa della ricostruzione infinita si aggiunge il dramma dell’eternit. Infatti, alcune delle baracche donate ai terremotati a due anni dal sisma, che dovevano essere ricoveri temporanei, sono ancora in piedi dopo quasi 50 anni e hanno tetto, pareti e cisterne in amianto.

“Sono tre villaggi, chiamati Tempo, Bergamo e Trieste”, spiega a TPI la sindaca di Montevago Rita La Rocca, che è anche membro dell’assemblea regionale siciliana. “Al loro interno vivono tra le trenta e le quaranta famiglie, alcune stabilmente, altre ne hanno fatto una casa di villeggiatura”.

Sotto la precedente amministrazione, il comune di Montevago ha realizzato un censimento a partire dai dati dei decessi degli ultimi 15 anni. “Moltissimi sono i casi di morte per tumore e per un comune piccolo come il nostro è particolarmente alto il numero dei decessi per mesotelioma”, racconta la sindaca.

Questa tipologia di tumore nasce dalle cellule del mesotelio, il tessuto che riveste come una pellicola la parete interna di torace e addome e lo spazio intorno al cuore, ed è quello che colpisce soprattutto persone che sono entrate in contatto con l’amianto sul posto di lavoro. Secondo l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), il principale fattore di rischio nel mesotelioma è proprio l’esposizione questo tipo di materiale.

“In ogni caso, che tu viva o meno all’interno di queste abitazioni, le polveri dell’amianto vengono respirate anche da chi risiede nelle zone circostanti”, dice Rita La Rocca, “Per esempio c’è una piazza, nella zona nuova della città, dove famiglie intere sono state sterminate in giovanissima età per tumore. Per tagliare la testa al toro bisognerebbe scavare e vedere se lì è stato sepolto qualcosa, ad esempio”.

“Con questi dati sui decessi il legame con l’amianto diventa più di un sospetto”, sostiene la sindaca. “Al di là di questo, mantenere ancora in piedi queste baracche è sicuramente dannoso, dal momento che dopo tutto questo tempo il deterioramento dell’amianto è inevitabile”.

A Montevago c’è anche una chiesa con pareti e tetto d’amianto, e al suo interno viene celebrata la messa ogni domenica. La chiesa di Sant’Antonio, cosidetta chiesa di Bergamo, ospita anche “la tredicina”, ovvero 13 giorni di riti in onore del santo.

(La chiesa di sant’Antonio a Montevago, in provincia di Agrigento. Credit: Anna Ditta. Il pezzo continua dopo la foto)

Il comune agrigentino non è l’unico della valle del Belìce dove rimangono in piedi costruzioni in amianto. Nel 2013 il ministero dell’Ambiente ha ottenuto lo stanziamento di 10 milioni di euro per la bonifica della zona, ma a quasi quattro anni di distanza non è arrivato neanche un euro.

“Montevago doveva avere più di un milione di euro per la bonifica”, dice la sindaca di Montevago, “Ma non si capisce nemmeno dove siano andati a finire questi soldi”.

La regione Sicilia infatti avrebbe dovuto anticipare il denaro tramite la protezione civile regionale. Lo Stato li avrebbe poi restituiti. Ma l’ente regionale sostiene di non avere questi fondi. “In questo rimpallo continuo di responsabilità chi ne paga le conseguenze sono i cittadini”, dice la sindaca.

— Leggi anche: LA CITTÀ FANTASMA ABBANDONATA DOPO IL TERREMOTO DEL BELICE

— Leggi anche: RICORDANDO DANILO DOLCI, IL GANDHI DELLA SICILIA