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Dentro gli insediamenti israeliani in Cisgiordania

Nel 2017 ricorre il cinquantesimo anniversario della guerra dei sei giorni. II reportage di TPI dagli insediamenti

Immagine di copertina

Nell’insediamento israeliano di Neve Zuf, in piena Cisgiordania, la vittoria di Donald Trump è stata accolta come una premessa propizia al 2017, l’anno che segna il cinquantesimo anniversario dalla guerra dei sei giorni. Tanto più dopo il suo tweet contro la condanna degli insediamenti da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu: “Israele tieni duro, il 20 gennaio (giorno dell’insediamento del nuovo presidente statunitense, ndr) sta arrivando!”. 

“Forse ben presto mi sposterò dal mio caravan in una vera casa!”, ha detto Miri Ovadia, un’abitante di Neve Zuf. Distinta signora inglese sulla trentina, elegante e di buon gusto come se ancora sorseggiasse tè nei pettinati giardini privati dell’upper class londinese, la sua immagine graziosa sembra fuori contesto nella roulotte scalcinata che ospita lei, il marito e il figlioletto biondo che si chiama “Neve”, come il villaggio.

Ai margini di una collina brulla e ricoperta di ulivi, con il vento che gonfia il grande stendardo israeliano, i seicento metri d’altezza di Neve Zuf allargano l’orizzonte fino al mare e fanno intravedere i grattacieli di Tel Aviv sullo sfondo sfumato fra rosa, arancione e turchino.

Una grande bellezza, la Samaria, ma Miri ha paura. Paura di vivere al confine dell’insediamento, che preferisce chiamare “estremità” per ragioni ideologiche.

Paura del cinquantesimo anniversario dell’occupazione, che la violenza palestinese potrebbe infiammare per ricordare la “Naksa”, la sconfitta araba nel giugno 1967. La vittoria militare di Israele, che conquistò oltre alla Cisgiordania anche Gerusalemme est, Gaza, la penisola del Sinai (sottratta all’Egitto) e alture del Golan (sottratte alla Siria), creò le condizioni per l’inizio dell’impresa degli insediamenti. 

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“Le fazioni palestinesi stanno sicuramente preparando qualche atto di resistenza clamoroso in vista del giugno prossimo”, dice Sergio della Pergola, noto demografo italo-israeliano. “Ormai negli insediamenti ci abitano almeno 400mila persone, la vecchia stima di 300mila è largamente superata”.

Girando in macchina per la Cisgiordania con Shilo Adler, amministratore delegato di “Yesha”, l’ente che coordina a livello statale gli interessi delle colonie, si vede chiaramente che gli insediamenti crescono di giorno in giorno.

“Nessuna città israeliana crescerà come la mia nei prossimi anni”, racconta Oded Revivi, sindaco dell’insediamento di Efrat, a una ventina di minuti di macchina da Gerusalemme. “Ho ottenuto il permesso di aggiungere 1.100 unità abitative, la mia popolazione crescerà almeno del 60 per cento”.

Attraverso un prolungato lavoro diplomatico con il ministero della Difesa, oltre che con le pletoriche autorità che governano le evoluzioni urbanistiche della Cisgiordania, Ravivi farà passi da gigante in maniera del tutto legale.

E sa bene che i permessi che ha ottenuto non erano per nulla scontati, visto che i nuovi quartieri si conficcheranno nella periferia meridionale di Betlemme, unendo di fatto la parte settentrionale di Efrat alla cittadina del Bambin Gesù.

(Alcuni operai palestinesi lavorano alla costruzione di un edificio nell’insediamento israeliano di Efrat, in Cisgiordania. Credit: Baz Ratner. Il pezzo continua sotto la foto.)

“Bisogna smetterla di sorprendere le autorità con avamposti illegali, irritare l’esercito con iniziative avventate; la strategia vincente è quella della collaborazione con il governo, in particolare adesso che Trump è presidente, sarà più propenso ad ascoltare la nostra voce”.

Durante l’intervista il sindaco Ravivi lancia dunque un messaggio a Shilo Adler di Yesha, che privilegia una strategia più oltranzista per l’espansione ebraica in Cisgiordania.

Si potrebbe bollare come “strategia della cima della collina”, roba superata per chi, come il sindaco Ravivi, preferisce “l’approccio istituzionale”. Per scoprire come funziona basta spostarsi di un paio di chilometri verso lo svincolo di Gush Etzion, dove ogni giorno transitano migliaia di arabi ed ebrei per sposarsi fra le cittadine della Cisgiordania.

La notte in cui furono ritrovati i corpi senza vita dei tre ragazzi israeliani rapiti nel giugno 2014, Elyashiv Kimchi, un abitante di un insediamento della zona, decise di fondare una nuova cittadina per dedicargliela. Mise una tenda sulla collina che affianca il raccordo in direzione del villaggio arabo di Bayt Fajar, e piantò a terra una bandiera israeliana. 

“Non c’era nulla qui, gli arabi usavano la collina come discarica per i loro rifiuti”, dice, “allora ho voluto reagire all’uccisione dei tre ragazzi con un atto di vita: intitolare loro questo nuovo presidio”.

Così nasce la “Shmurat Oz VeGaon”, che in quanto illegale non compare sulle mappe del ministero della Difesa israeliano, né tantomeno su Google Maps. Eppure, di fianco alla tenda dove Kimchi abita con moglie e bambini, i soldati vegliano notte e giorno sul loro “cowboy”.

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Ogni giorno la collina si riempie di visitatori dalle altre città ebraiche della Cisgiordania, i bambini invadono il parco giochi con i loro picnic. Qualcuno esprime il desiderio di restare, “per replicare il sionismo dei pionieri della prima ora”. E chiede: “Con che cuore si potrebbe smantellare questo nuovo insediamento, che porta il nome di tre ragazzi barbaramente massacrati cinquecento metri più in là?”.

Se lo domanda fra gli altri Davidi Perel, il sindaco della municipalità regionale di Gush Etzion che comprenderebbe geograficamente la nuova colonia. Il suo ruolo è cruciale nello sforzo di lobbying necessario per preservarla, proteggerla dalla rimozione che rischia fin dalla fondazione ormai due anni fa.

Passeggia sorridente nel parcheggio dello “svincolo Gush Etzion”, una volta noto come luogo d’incontro pacifico fra arabi ed ebrei. Andavano tutti a fare shopping da Rami Levi, il supermercato strategicamente piazzato nella zona di sosta. Mangiavano il gelato all’autogrill, dove lavorano gli arabi dei villaggi vicini. Facevano benzina tranquillamente immersi fra kefieh e kippà.

“Ora tutto questo non c’è più”, dice Perel, “quel rapimento ha messo fine alla nostra esperienza che dimostrava come la forza dell’economia può mettere a tacere il conflitto politico”. Da quando è iniziata la cosiddetta terza intifada, una serie di attacchi all’arma bianca che hanno fatto 35 morti fra gli israeliani dall’ottobre 2015, l’incrocio è divenuto uno dei luoghi più militarizzati della Cisgiordania.

“Ci batte solo Hebron”, ride il sindaco, molto scettico che nel 2017 la situazione possa migliorare.

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