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Come migliorare l’efficacia delle politiche sanitarie sul fumo con gentilezza
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Come migliorare l’efficacia delle politiche sanitarie sul fumo con gentilezza

Il divieto di esporre tabacco ai clienti riduce gli stimoli verso il fumo senza compromettere la libertà delle persone, ecco perché queste scelte vanno incoraggiate

04 Set. 2018

Fumare sigarette è un fattore di rischio rilevante per lo sviluppo di numerose patologie croniche tra cui tumori e malattie dell’apparato cardiovascolare. Smettere di fumare (o non iniziare affatto) rappresenta sia un vantaggio individuale (i.e. chi non fuma ha più probabilità di vivere a lungo e in salute rispetto a chi fuma), sia un risparmio economico collettivo (a un minor numero di persone che sviluppa malattie croniche legate al fumo corrisponde una minore spesa a carico del sistema sanitario nazionale).

Tanto per la salute individuale quanto per la salute pubblica, quindi, contrastare l’abitudine al fumo di tabacco rappresenta una priorità.

Nel corso dei secoli sono stati utilizzati una grande varietà di metodi per affrontare tale questione, dalla proibizione del 1600 fino all’uso delle sigarette elettroniche dei giorni nostri, passando per medicinali creati ad hoc, campagne di sensibilizzazione, interventi di psicoterapia, aumento della tassazione, etc.

Tra i diversi approcci utilizzati nel tempo il cosiddetto tobacco display ban, in uso in diverse parti del mondo già dai primi anni 2000 e reso “famoso” nel 2013 grazie all’allora sindaco di New York Michael Bloomberg, merita una particolare attenzione.

Consiste in una regolamentazione per cui nei negozi è proibito esporre sigarette o altri prodotti legati al tabacco in punti visibili ai clienti. In questo modo se un cliente vuole comprare un pacchetto di sigarette risulta libero di farlo, ma al contempo vengono ridotti gli stimoli che possono incoraggiare l’inizio o la continuazione dell’abitudine tabagica.

Tale regola così semplice e chiara, così rispettosa della libertà di ogni persona di scegliere se fumare o meno, e così economica (a costo zero) per le casse pubbliche, è stata nel tempo utilizzata da un numero crescente di nazioni ed ha contribuito a favorire una riduzione del consumo medio di sigarette nella popolazione, specialmente tra i giovani.

Il tobacco display ban, peraltro, non solo è una forma di regolamentazione che si può facilmente applicare anche in Italia o in altre parti del mondo, ma rappresenta un modello di un nuovo approccio con cui si possono concepire le politiche di sanità pubblica: un metodo “gentile” (un nudge secondo la terminologia inglese), che al cittadino non impone o vieta nulla, che garantisce l’autonomia della scelta individuale, ma che al contempo tiene in considerazione i processi psicologici che guidano le scelte delle persone e favorisce la giusta decisione da prendere.

Come descritto nel libro “Nudge: La spinta gentile” di Richard Thaler e Cass Sunstein, “un nudge […] è ogni aspetto nell’architettura delle scelte che altera il comportamento delle persone in maniera prevedibile ma senza proibire la scelta di altre opzioni e senza cambiare in maniera significativa gli incentivi economici ad esse collegate. […] I nudge non sono ordini. Posizionare la frutta al livello degli occhi conta come un nudge. Proibire il cibo spazzatura no”.

Come sottolineato nel libro “Fare meglio con meno” di Andrea Casu, uscito da poche settimane per i tipi di Franco Angeli, “un nudge è un intervento che ambisce a ridefinire il contesto in cui si opera una scelta ponendosi su un terreno diverso rispetto ai concetti di diritto e divieto tipici del carattere cogente delle norme”.

Si tratta di un metodo “gentile” fondato sullo studio della psicologia e del comportamento che può essere applicato a moltissime questioni di primaria importanza in ambito medico-sanitario.

Un metodo per rendere più facili le scelte salutari. Un metodo che, seguendo il recente esempio di numerosi leader internazionali, anche i nostri governanti potrebbero iniziare a tenere in considerazione.

@savebers

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