Siria, Assad sta vincendo: viaggio nella capitale del regime
Condividi su:

Siria, Assad sta vincendo: viaggio nella capitale del regime

Benedetta Argentieri è stata a Damasco per TPI e racconta come si vive oggi nella capitale siriana, tra voglia di normalità e paura

22 Dic. 2016  

DAMASCO, SIRIA – La coda è perenne. Dalla mattina al tramonto, decine di persone in fila aspettano pazientemente il proprio turno sotto i portici del bazaar coperto al-Hamadiyah. Studenti, anziani e genitori con i bambini. Tutti si vogliono fermare per una pausa al Bakdash, il gelataio più famoso di Damasco. 

“Nel 2003 è venuto anche il re di Giordania”, dice il titolare alla cassa indicando la fotografia di Abdullah II appiccicata con lo scotch sul muro rivestito di marmo grigio dietro di lui. 

Le luci al neon si specchiano sulle pareti lucide. In fondo al locale una dozzina di tavoli, mentre al bancone decine di persone in una fila disordinata cercano di attirare l’attenzione dei commessi. 

Benvenuti a Damasco. A un primo sguardo la città sembra non aver perso le sue abitudini, il rumore delle pedine di backgammon, le case da tè, i colori. Sembra tutto ancora lì. Tanti negozi in centro, a Sham, il nome locale della capitale, sono rimasti aperti. Tutti hanno una bandiera siriana dipinta sulla saracinesca e quando di sera chiudono, le vie poco illuminate e in alcuni punti spettrali, diventano una stanca parata di un regime che resiste nonostante tutto. “Almeno un membro di ogni famiglia è rimasto qui per tenere aperto il negozio… In caso la guerra finisca”, spiega Baha Odin, tappezziere. 

I cambiamenti si vedono nelle piccole cose, ci spiega un archeologo che ha vissuto a Sham fino al 2010 e tornato in visita per pochi giorni. I mendicanti per strada, la criminalità, l’esercito a ogni angolo. La linea del fronte è a due chilometri dal centro, ma a Damasco si è fatto di tutto per mantenere le apparenze. Così le vie del centro pullulano di gente che passeggia, molti si fermano davanti ai negozi.

“Gli affari vanno bene, la gente compra più di prima”, dice Jamal Atto, 53 anni originario di Qamishli, che vende vestiti. Le sue vetrine espongono completi di lingerie rosso fuoco e sono proprio davanti alla moschea Shamsi Basha. Nessuno sembra offeso, anzi. Il negozio è pieno.

I gioiellieri, invece, sono in crisi. “I beni di lusso sono in forte flessione, l’oro non si compra più come una volta”, spiega Basil, guida del ministero dell’Informazione. La gente ha bisogno di uscire, di mantenere una parvenza di normalità per andare avanti e non pensare troppo al futuro. I giovani escono la sera. Bar e locali notturni sono aperti tutti i giorni.   

I colpi di mortaio dei ribelli in centro o i barili bomba del regime, almeno una volta al giorno, richiamano alla realtà. “Di solito arrivano alla mattina. È diventata routine”, spiega Hammad Said Monsour, titolare di un negozio di coltelli sulla via principale. La gente corre nei negozi cercando riparo, poi quando l’attacco finisce le vie ricominciano a vivere come se nulla fosse. “La gente ha ancora paura, ma ha bisogno di normalità. Più che altro siamo stanchi”. 

Mentre la maggior parte dei damasceni è scappata, la città si è popolata di centinaia di migliaia di profughi provenienti da tutta la Siria. “Gli abitanti si sono triplicati. Negli appartamenti ci sono più famiglie. Lo vediamo dalla spazzatura”, dice Elia Samman che gestisce la società per la raccolta dei rifiuti. I meno fortunati vivono all’interno dello stadio, diventato tendopoli.

Basta fermare le persone per strada per chiedergli da dove vengono: Latakia, Tartus ma soprattutto Idlib, Raqqa e Aleppo. Città al centro della guerra cominciata sei anni fa. Secondo le ultime stime stime del Syrian Center for Policy Research, almeno 470mila persone sono morte, due milioni sono rimaste ferite e quasi metà della popolazione, 11 milioni, sono fuggiti: 6,3 milioni in altre parti del paese e 4,8 all’estero.  

Dopo la caduta di Aleppo il conflitto è entrato in una nuova fase: il regime sta vincendo. Le sorti per Bashar al-Assad sono cambiate a settembre 2015 quando i russi hanno aumentato — di tanto — gli aiuti militari: gli aerei di Mosca bombardano i “ribelli” senza tenere conto di ospedali e scuole. I soldati russi assistono l’esercito siriano ad Aleppo. A Palmira hanno vinto e poi perso di nuovo nel giro di pochi mesi. 

Anche il supporto dell’Iran, degli Hezbollah libanesi e della Cina — per lo più con aiuti — è stato determinante. Insieme, stanno riprendendo il controllo della parte occidentale del paese, per loro la più importante perché cuore economico e industriale della Siria. Lo fanno a un costo umano altissimo. 

A Damasco solo Douma, periferia a nordest, è rimasta in mano ai ribelli. Il fronte è a meno di due chilometri dal centro. Il campo palestinese di Yarmouk, invece, è diviso a metà tra il governo e i gruppi che appoggiano l’Isis. Il resto è stato ripreso a colpi di barili bomba — note per essere imprecise nello scoppio e nella caduta — colpendo interi quartieri.

Viene usata anche la tattica di affamare i civili per creare disordini e tensioni nei quartieri ribelli, e la popolazione viene privata di scorte di cibo e medicinali. Vengono tagliate elettricità e acqua, che diventano merce di scambio per una tregua.

Quello che succede dopo la riconquista è difficile da verificare. Gli oppositori del regime parlano di esecuzioni di massa, ritorsioni, arresti indiscriminati. Ma il regime, tramite il ministero per la Riconciliazione, spiega di star lavorando per trovare anche una soluzione politica alla crisi.

Raccontano di accordi con i ribelli non-islamisti per un cessate il fuoco in più parti del paese. Villaggi, quartieri. In alcuni casi, i leader locali della rivolta continuano a mantenere il controllo militare dell’area grazie a checkpoint misti con l’esercito o la polizia locale. “La gente è felice, è tornata la pace”, sottolineano dal ministero dell’Informazione. Ma il problema della sicurezza rimane: “Ci sono ancora terroristi in giro. E potrebbero esserci ancora degli scontri”. 

(Qui sotto un uomo siede nella sua bottega a Damasco. Sui muri e le saracinesche accanto sono dipinte le bandiere del regime siriano. Credit: Benedetta Argentieri)


Proprio citando ragioni di sicurezza, non ci hanno consentito di entrare a Quddsaya, un quartiere alla periferia di Damasco riconquistato a fine ottobre. Dopo ore di attesa per i permessi, all’ultimo checkpoint i soldati si sono rifiutati di farci entrare. Quddsaya era stata “venduta” come fiore all’occhiello del processo di “riconciliazione”. Il titolare del dicastero, Ali Haidar è a capo del partito Nazionalista sociale siriano ed è nella lista nera delle sanzioni delle Nazioni Unite. 

“La comunicazione è stato uno dei problemi principali del governo. Non permettere ai giornalisti di entrare nel paese e fare il loro lavoro”, spiega Danni Makki, giornalista che vive tra Londra e Damasco, in ottimi rapporti con la cerchia di Assad, tra i promotori della conferenza organizzata dalla Syrian British Society con a capo Fawas Akhras, padre del first lady Asma.

L’idea era quella di presentare una narrativa diversa e il punto di vista del regime. Invitati: una trentina di giornalisti e una decina di personalità varie, tra cui un generale inglese in pensione, un politico e un avvocato che si occupa di energia. 

I dirigenti del regime sono saliti in cattedra e hanno detto la loro sull’andamento della guerra e i suoi effetti. Dalle sanzioni internazionali alla sanità. Tutti hanno puntato il dito verso le potenze straniere che hanno interferito con la guerra, armando i gruppi di opposizione. Tra i principali imputati Stati Uniti, Arabia Saudita, Turchia. “Siamo le vittime di una guerra per procura”, dice il ministro degli Esteri Walid al-Moallem, rifiutando tutte le critiche sull’operato del regime. “Noi ci siamo solo difesi”. 

Giornali e televisioni hanno ripetuto allo sfinimento questa teoria del complotto. E dopo quasi sei anni, la gente ci crede. “Sappiamo di che cosa è capace il regime. Ma l’alternativa sembra di gran lunga peggiore”, racconta Asser, studente universitario, riferendosi all’ascesa di Isis e di Jabhat al-Nusra, da luglio scorso rinominato Jabhat Fateh al-Sham per affrancarsi dall’associazione con il gruppo terroristico al-Qaeda. 

Damasco non è una città libera. La paura delle spie del regime serpeggia tra la gente, nessuno vuole correre rischi. Di politica si parla raramente, e al limite in condizioni di anonimato. I checkpoint sono ovunque, molti sono mobili. La paura di attentati è reale.

Grazie a un’assidua campagna di comunicazione, il presidente è diventato il salvatore dal caos e della violenza. Le fotografie di Assad sono in ogni negozio, caffè o ufficio. Anche perché quando non sono appese si nota. “In realtà ne hanno rimosso un bel po’ dal 2012”, racconta Basil. Ma in una delle piazze principali ci sono almeno 11 ritratti del presidente in varie pose.

Alcuni punti strategici, soprattutto vicino al quartiere sciita, sono controllati da Hezbollah e le guardie rivoluzionarie iraniane. Si riconoscono dalle bandiere nere, le barbe lunghe e uno sguardo poco amichevole.

I turisti sono spariti, creando un buco economico. L’aeroporto internazionale di Damasco è in funzione: si può partire per Teheran, Kuwait city, Dubai e Baghdad. I voli spesso vuoti, trasportano quasi esclusivamente russi. 

In cinque anni il costo della vita è raddoppiato. L’inflazione è alle stelle, i soldi non valgono più nulla: nel 2011 con mille lire siriane si cambiavano 20 dollari, oggi meno di due. “Ci sono stati degli incrementi per i salari statali, ma comunque non abbastanza”, conferma Basil.

La povertà ha portato a un’ondata di criminalità organizzata. I rapimenti sono all’ordine del giorno. “Di notte non ci fermiamo ai semafori”, confida una donna che vuole rimanere anonima. Una fonte racconta di non uscire mai di casa senza la sua pistola. Nemmeno quando cerca di svagarsi e va a prendere il gelato da Bakdash.

— LEGGI ANCHE: Tutte le tappe del conflitto siriano dal 2011 a oggi

— LEGGI ANCHE: Humans of Damascus: nella capitale siriana la vita continua