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Virginia Woolf e la lontananza al tempo dei social network

È dall'assenza, non dalla connessione compulsiva dei giorni nostri, che si genera il pensiero creativo. Il commento di Fiorenza Loiacono

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“Nella solitudine non si è lasciati a se stessi, ma a qualcosa nell’universo, e d’un tratto nel mezzo della tristezza, della depressione, del tedio, si vede una pinna che passa lontano”

I. Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 1926

La pinna per Virginia Woolf è una risonanza, una suggestione, un significato improvviso colto nel contatto profondo con la realtà, che colpisce quando si è soli.

La solitudine è per Hannah Arendt la condizione indispensabile per pensare, per dialogare profondamente con se stessi, senza perdere per questo il contatto con gli altri esseri umani. In solitudine si scopre e si costruisce la propria identità, che la compagnia degli altri contribuisce a confermare, rendendola unica.

La solitudine, il vuoto, il silenzio, la noia contengono potenzialità conoscitive e creative che stiamo disperdendo. In questo tempo di connessione virtuale continua quante pinne, quante risonanze abbiamo mancato? Quanta realtà non abbiamo visto, navigando piuttosto sulla sua superficie? Quanti significati abbiamo perduto alla ricerca di un appagamento momentaneo e compulsivo nelle lunghe sequenze di volti e parole rigurgitate dai social network?

L’attenzione si sposta dal mondo interno a quello esterno cercando sollievo dall’angoscia e dal tedio, qualora presenti, senza tuttavia risolverli, senza trasformarli in opportunità di conoscenza e creazione.

Per Virginia Woolf era fondamentale cogliere “il canto del mondo reale”, la realtà nei suoi gradi più sottili e profondi, navigando oltre l’apparenza. Attraverso questo acume e la capacità di accogliere il mondo dentro di sé mediante la sua raffinata sensibilità, Virginia riusciva a scavare ”bellissime miniere” dietro ai personaggi dei suoi romanzi, offrendo una resa profonda dell’esistenza e degli esseri umani.

Come lei, anche la scrittrice Cristina Campo (pseudonimo di Vittoria Guerrini, ndr) riteneva che l’attenzione dovesse convogliarsi verso la vita, cioè verso il centro delle cose. Per entrambe, il contatto profondo con la realtà permetteva di accostarsi all’autenticità, alla bellezza, all’essenza di quanto amavano, attraverso la scoperta di sé e degli altri. In tal senso il raccoglimento, la solitudine, la distanza per pensare e lavorare erano per loro preziose e indispensabili.

Sia Woolf sia Campo non erano creature solitarie, amavano molto la compagnia dei veri amici e “il fiore” della loro presenza, ma ritenevano fondamentali anche il silenzio e lo spazio tutto per sé, necessario per accrescere il legame con la realtà.

Distogliendo continuamente lo sguardo da noi stessi e spostandolo sulla sequela ottundente e anestetizzante delle vite artificialmente raccontante e condivise sui social network, non troviamo una soluzione alla noia o ai pensieri e alle emozioni che vorticano dentro di noi, non cerchiamo nuovi significati, non ci liberiamo attraverso l’elaborazione di quanto ci tormenta.

Lasciamo che il mondo entri dentro di noi in misura massiva e irriflessiva, alla stregua di un’invasione che ci riempie e dissipa. Restiamo fermi al punto di partenza, spesso ancora più svuotati.

Cristina Campo scriveva che la sola condizione possibile per accettare il vuoto è di percorrerlo per colmarlo (Lettere a Mita, 1957). Esistono molte vie, di cui almeno due fondamentali: quella conoscitiva e quella creativa. Nella distanza, attraverso il contatto con i propri pensieri e le proprie emozioni, si crea lo spazio per la conoscenza di sé e dunque dell’altro – sono qui le radici dell’empatia; e se l’altro ci manca o lo abbiamo perduto possiamo trasformare creativamente il dolore dell’assenza.

Nella distanza ciò che è lontano e che si ama “gronda realtà”, come scrive Cristina Campo in una delle sue meravigliose lettere all’amica Mita. Si è vicinissimi a quel che si ama perché nell’attesa e nella mancanza ci si muove su un piano di realtà più profondo e più autentico, non immediatamente visibile.

Non a caso, prima dell’avvento delle chat e dei social network, la comunicazione nella distanza passava soprattutto attraverso le lettere, dove il contatto con l’altro si stabiliva anche con il tramite dell’immaginazione. L’altro era più presente a se stessi perché ci si concedeva il tempo e lo spazio per sentirne la mancanza e per farlo crescere dentro di sé.

La connessione virtuale continuativa scaturisce spesso da un senso di vuoto che non si vuole riconoscere e che per questo non viene colmato mai. Un profluvio di immagini e parole già date quanta libertà lascia alla fantasia? Quanto concede della gioia autentica, dell’ebbrezza del “vento di mare” – per citare ancora Campo – che gli epistolari portavano con sé?

A mancare è la “scoperta”, la ricerca di una vera soluzione al tedio o all’angoscia che assale. Se ci si sente sviliti, desiderosi di cura e di attenzione, i social network offriranno non la relazione autentica con l’altro ma la conferma, l’appagamento fine a se stesso, il puntello al proprio narcisismo. Al centro è il sé, non l’altro.

Eppure i contatti su Facebook vengono definiti “amicizie”.

Nel 1942 Simone Weil scriveva che l’amicizia “è il miracolo grazie al quale un essere umano accetta di guardare a distanza e senza avvicinarsi quello stesso essere che gli è necessario come un nutrimento”, mentre trent’anni dopo Cristina Campo la definiva il “guardare insieme con amore la stessa cosa”. Entrambe sottolineavano il riconoscimento reciproco, non quello unidirezionale.

La distanza, quindi, come condizione necessaria per cogliere l’autenticità, ciò che non è immediatamente visibile.

Non lo diceva anche la volpe del Piccolo Principe che l’essenziale è invisibile agli occhi? E che all’essenza si arriva solo con l’anima, quando ci si dispone a cogliere i significati della realtà? Non è questo il passaggio indispensabile alla costruzione del legame, la condizione necessaria per accorgersi anche di un solo essere umano, quello che potrebbe essere per noi unico al mondo? La vita ne risulterà certamente più illuminata.

Non si conoscono se non le cose con cui si costruisce un legame, dice la volpe, cioè tutto ciò che riusciamo a vedere in profondità.

Non abbiamo il coraggio di confrontarci con il nostro mondo interno, ma ci struggiamo perché altri, dall’esterno, con i loro like, i cuori e le note positive ne riparino le ferite. Non essendoci elaborazione non vi è che una infinita e inappagabile ripetizione, che alle pinne e alle risonanze sostituisce una ben più povera e misera frustrazione.

Non ricaviamo un sentimento più vivido del reale ma ce ne allontaniamo, mentre l’umanità circostante si scompone, frammentandosi in una miriade di immagini e parole.

Quanta bellezza perdiamo a causa della connessione virtuale continua? Quanto della nostra umanità disperdiamo non confrontandoci con il vuoto e con l’assenza?

Dialogando con noi stessi, confrontandoci con i nostri pensieri e sentimenti scopriamo nuove e sorprendenti possibilità di rinnovamento.

Virginia Woolf scrisse il suo capolavoro Gita al faro muovendosi nello spazio dell’assenza, nel tentativo di ripararla. Il viaggio verso il faro, luminoso e lontano, rappresentava simbolicamente il superamento del vuoto e, in parte, del dolore provocato dalla perdita della madre, quando la scrittrice era appena tredicenne.

In un movimento nostalgico, che dalla distanza traeva la sua forza, l’approdo finale rappresentava una sorta di ricongiungimento con l’esperienza perduta, offrendo alla sofferenza un’occasione di trasformazione.

Lo stesso fu per Dante quando Beatrice gli negò il saluto. Dopo lo smarrimento iniziale, egli non si diede per vinto e traspose nelle parole che avrebbero lodato la donna sua la beatitudine che prima trovava nella sua presenza.

Dall’assenza, non dalla connessione compulsiva dei giorni nostri, si genera il pensiero creativo, insieme alle parole.

Immergendosi in strati profondi della realtà, Dante trasfigurava quanto aveva perduto passando a qualcosa di nuovo. Non era più Beatrice, la figura umana, ma molto di più: un amore trasposto in parole e consegnato all’eternità, da cui chiunque può attingere una lezione sui tesori generati dalla distanza.