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Viaggio tra le startup di Teheran
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Viaggio tra le startup di Teheran

TPI ha visitato Finnova, incubatore di nuove imprese made in Iran, e ha incontrato il fondatore di Tap30, l'Uber persiana

22 Giu. 2017

Dimenticatevi le donne in chador o la bandiera americana data alle fiamme: per i prossimi anni non sarà più questo l’immaginario dell’Occidente sull’Iran. La rincorsa che Teheran ha preso dopo l’accordo sullo sviluppo nucleare con il gruppo dei 5+1 (Usa, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania) potrebbe portare il paese degli Ayatollah nel salotto buono dell’economia internazionale.

“L’Iran è il mercato più grande al mondo che aspetta di essere sfruttato”, dice Nasser Ghanemzadeh, giovane direttore dell’acceleratore Finnova, dove decine di startupper lavorano tutto il giorno per lanciare idee innovative.

Ci riceve nel suo ufficio a poca distanza da Vali-e Asr, l’arteria della capitale, piena di uffici e banche. Per decine di anni qui banchieri e grigi burocrati hanno tenuto in mano un’economia frustrata dalle sanzioni internazionali, dalla corruzione e dal clientelismo della classe dirigente.

L’accordo che ha ricevuto il via libera a gennaio 2016 sbloccherà le strade del capitale e del commercio con l’estero. Le nuove generazioni non aspettano altro.

Circa il 60 per cento degli 80 milioni di iraniani hanno fra i 20 e i 32 anni; 40 milioni di loro navigano online; 72 milioni hanno un cellulare – di cui quasi la metà sono smartphone – e negli ultimi tre anni il miglioramento delle infrastrutture ha triplicato la velocità di connessione (in tutto l’Iran c’è il 4G).

“I nostri vecchi hanno iniziato a usare la tecnologia con gli smartphone, saltando la fase dei personal computer”, spiega Ghanemzadeh. “C’è fame di tecnologia ed è per questo che tutti vogliono fare startup. La maggior parte si specializza nella creazione di software”.

I giovani iraniani, nati dopo la rivoluzione del 1979 di Ruhollah Khomeini, non hanno memoria dell’epoca dello Shah, quando l’Iran era l’Eldorado di investitori e viveur occidentali. Sanno benissimo però come si vive fuori dalle mura di casa, perché grazie ai Vpn non hanno mai avuto problemi ad aggirare i filtri applicati a internet dai censori governativi. Non devono far altro che riproporre in Iran quello che vedono online.

È così che le startup iraniane di maggior successo offrono servizi a cui noi occidentali siamo abituati da tempo.

Digikala, valutata 150 milioni di dollari, è un e-commerce sul modello di Amazon. Cafe Bazaar è una app per Android che funziona come Google Play – e con i suoi 20 milioni di utenti vale circa 20 milioni di dollari. ZarinPal svolge lo stesso ruolo di PayPal. Zoraq è il primo portale iraniano per la prenotazione dei viaggi sulla falsa riga di Expedia. La Groupon iraniana si chiama Takhfifan, mentre Aparat è la versione locale di YouTube.

“Aparat e Digikala sono le prime due startup diventate grandi aziende, ma tutti ci provano”, continua Ghanemzadeh. “Gli incubatori come il nostro stanno crescendo e il governo supporta il movimento con il suo Technology Park, ai piedi dei monti Alborz. (Qui campeggia la scritta “Benvenuti nella Silicon Valley iraniana”, ndr). Quello che ancora deve crescere sono gli investimenti. L’afflusso di capitali è la parte più debole del sistema, perché ce ne sono pochi. Speriamo di raddoppiarli in due o tre anni”.

A Finnova si può affittare un ufficio e scambiare idee e contatti utili per trovare finanziamenti. In una stanza si lavora e si progetta, nell’altra si mangia tutti insieme e si gioca con la Playstation.

Una startup uscita da Finnova è Tap30. I suoi uffici sono a Sa’adat Abad, uno dei nuovi quartieri residenziali di Teheran che si sono sviluppati vicino al carcere di Evin.

Tap30 – che nella lingua locale suona come “tapsì” – è l’Uber persiano, lanciato sul mercato cinque mesi fa. È un servizio di non poco conto, in una città di 14 milioni di abitanti che si spostano quasi esclusivamente in macchina.

“Cinque anni fa sono tornato in Iran dal Canada perché vedevo che le cose stavano cambiando velocemente”, racconta Monshipour, il fondatore di Tap30. “Così ho deciso di investire due milioni di dollari e ho creato Tap30. Mi chiamavano a tenere lezioni su come creare una startup e uno dei miei studenti è diventato mio socio cofondatore”.

Sì, sembra proprio che l’Iran resterà un’economia non sfruttata ancora per poco.

*A cura di Andrea Milluzzi

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