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A Torino è tornata l’eroina in vena, e nessuno ne parla

Il reportage di Marco Sconocchia per TPI dentro le periferie torinesi, dove tra i più giovani che vivono nel degrado è tornata la droga simbolo degli anni Settanta

Immagine di copertina

Torino è la città del Nord più del sud d’Italia, e secondo i dati Istat anche la più povera. Negli anni Sessanta la Fiat e l’industrializzazione imperante hanno canalizzato la manodopera del Sud Italia, e nella nebbia hanno dato lavoro a famiglie pugliesi, siciliane, calabresi, lucane e molisane.

L’onda migratoria, come spesso accade, ha rivoluzionato tutto, le tensioni fratricide si sono congelate dopo anni di lotte ed inverni torinesi e, a causa dello smantellamento della Fiat, il problema dell’immigrazione dal sud verso quella che i più integralisti chiamano ancora la prima capitale d’Italia, è praticamente cessato.

Fca auto, la Fiat Chrysler Automobiles, come ora bisogna chiamarla, e le altre hanno praticamente del tutto abbandonato Torino, lasciando un vuoto sociale economico e fisico, dei veri e propri buchi nella città, cattedrali del vuoto, fra immense costruzioni semidistrutte dove ora bivaccano i vagabondi erranti della città, dove si spaccia droga.

Il sogno “fordista” è finito, e mentre dal 2006 i salotti della Torino bene vengono rispolverati, il divario fra una classe operaia, ormai retrocessa a sottoproletariato, e la solite famiglie sabaude, diventa strutturale.

Nel mezzo ci sono i giovani pieni di idee e lauree che molte volte sono costretti ad emigrare, magari proprio come i genitori 40 anni prima, o chi da imperterrito ed orgoglioso piemontese cerca di ricostruire, innovare dalle macerie, o che aggrappandosi con le unghie cerca semplicemente di non scivolare di sotto.

L’ascesa ed il declino si spartiscono la città, e mentre nel centro storico si chiudono i luoghi di aggregazione giovanile, si bonificano i parchi, si fanno retate buone per la prima pagina locale, le zone storicamente malfamate assorbono tutto quello che possono e sputano via le ossa.

In questa situazione dove la anche la crisi si sente in crisi, e dove sperando di non essere visti si nasconde la polvere sotto il tappeto, il degrado ripropone dinamiche che sembravano un vecchio ricordo anni Settanta o un problema riservato ad una ristretta “élite” di sbandati cronici ed extracomunitari.

È tornata l’eroina a Torino, l’eroina in vena, così iconograficamente diretta ed essenziale da non sembrare vera.

Siamo nel 2016 e sono tornate le pere, o forse non se ne sono mai andate, finite momentaneamente sotto il tappeto anche loro.

In pieno centro, a Porta nuova si ha la congiunzione dei due mondi, quello delle zona riqualificate e quello delle periferie, che porta con se l’incontro Stefano, che ha 17 anni e si buca da 2.

Seguo lui e molti altri fra Barriera di Milano, Porta Palazzo e Porta Nuova, sentendo la sua storia simile a molte altre, fra genitori disattenti, amicizie sbagliate, pochi interessi e vita di strada.

Camminando per Porta Palazzo tutti i giovanissimi che incontriamo parlano di Sert, Metadone da “scalare” e la ricerca morbosa di un buco.

Come in una società ben organizzata, ci si scambiano aghi, consigli, piccole quantità di soldi per arrivare a comprare una busta da 15 euro dagli spacciatori agli angoli della strada, in questa giungla fatta di androni, angoli nascosti, scale, stipiti, puzza di piscio e persone collassate per terra.

Ci si conosce tutti, come un piccolo gioco segreto, ci si parla con gli sguardi per non farsi capire dagli altri, Eataly, lo stadio della Juventus, il cioccolato, le strade pulite del centro, i deliziosi portici, le eccellenze torinesi non sono mai state così lontane mentre guardo il mix di eroina e cocaina entrare nelle vene di un ragazzino di 17 anni.

Incontro altri ragazzi giovani, molti dei quali minorenni aggirarsi come zombie in uno scenario post industriale, nel decadentismo delle loro vite.

Vuoti.

È tornata l’eroina in vena a Torino come negli anni Settanta, sopratutto fra gli italiani, e nessuno ne parla.

*A cura di Marco Sconocchia