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La scuola francese che insegna l’arte della conversazione

Oggi comunichiamo sempre di più con lo smartphone, ma la conversazione è un'arte antica a rischio. Siamo stati nella scuola francese che insegna a dialogare

Immagine di copertina

Oltre alla Divina Commedia, al mito della caverna e alle leggi della fisica, quante volte tra i banchi di scuola avremmo preferito studiare come conquistare il nostro vicino di banco, come convincere i genitori a rientrare più tardi la sera o come relazionarci con uno sconosciuto?

Per rispondere alle domande che non abbiamo mai osato chiedere a nessuno Alain de Botton, filosofo svizzero-britannico, ha aperto nel 2008 a Londra The School of Life. E i parigini sembrano apprezzare l’esperimento della scuola inaugurata due anni fa, all’apparenza estrosa boutique o accogliente salotto di casa, sotto la guida della frizzante direttrice Fanny Auger.

Imprenditrice di 38 anni, con studi in lettere e scienze politiche, Auger ha lavorato per più di dieci anni nella moda, tra Dubai, Milano e Parigi prima di tornare in Francia a dare lezioni su “Dress for success”, “Come trovare il lavoro dei sogni”, “Come avere migliori conversazioni”, che abbiamo seguito per voi.

Voglia, serendipity e ascolto

In vetrina un cartello avverte: “Se desiderate qualcosa che non avete mai avuto, dovete fare qualcosa che non avete mai fatto”.

Dalla strada semibuia alle sette di sera, The School of Life risplende di luci, colori e vitalità. Pareti azzurre, sedie gialle, parole di ottimismo sparse tra cuscini e scaffali rendono l’ambiente abbastanza invitante per dimenticare la stanchezza di fine giornata.

Auger prepara il suo buffet con taboulé, torta di carote bio e té verde, così come prepara il menu della conversazione.

Bonsoir”, la padrona di casa accoglie uno per uno gli ospiti che, questa volta, sono sorprendentemente tutte donne.

“Come avere migliori conversazioni è di solito il corso più seguito dagli uomini, interessati a come sedurre una donna o come gestire dibattiti politici a cena con gli amici”, scherza Fanny per riscaldare l’ambiente. Si inizia, dunque, con un giro di presentazioni: basta dire il proprio nome e un aggettivo per definire se stessi. Molte sono alla loro prima lezione, tutte dallo sguardo curioso e l’aria attenta.

“Voglia, serendipity all’inglese e ascolto sono i tre ingredienti di una buona conversazione”, esordisce Fanny, “questo non è un corso all’americana, non sono qui per dirvi la regola esatta, ma per dare suggerimenti, porre quesiti”.

Alle partecipanti che si aspettano una lezione su come rivitalizzare conversazioni piatte, come sfuggire al chit-chat, le banali chiacchiere sul meteo e come mostrarsi più attraenti di quel che si è, Fanny preferisce rispondere con domande, aneddoti personali, citazioni culturali.

Alla scuola della vita, però, dove la studentessa siede tra la casalinga e il giudice, non si prendono brutti voti per non aver studiato tutti i libri e i film che Fanny nomina. Ciò che conta è approfondire la conoscenza di sé per conoscere meglio gli altri. Così, Fanny inizia con un estratto del film Quello che le donne vogliono solo per ricordare quanto oggi ci sentiamo persi nel mare della comunicazione scandita dai bip del nostro smartphone.

Oggi riusciamo a parlare dei massimi sistemi anche su WhatsApp, tra un’emoji e una nota vocale, ma la conversazione è un’arte antica, tiene a precisare Auger. È nata nel Settecento in Francia, nei salotti mondani di marchesi e nobildonne. Auger rievoca madame De Stael e Marie Antoinette, Il rosso e il nero di Stendhal e l’introversione romantica, fino al famoso manuale di Dale Carnegie, How to win friends and influence peopleper attraversare rapidamente la storia della conversazione a colpi di slide.

Ciò che è rimasto costante negli anni, tuttavia, è l’amore dei francesi per il dialogo, che sia secondo i principi di educazione e gentilezza degli antichi salotti o sui toni accesi di animati dibattiti. Il rischio di sempre, però, è quello di rimanere prigionieri di pregiudizi e stereotipi che incasellano le persone in rigidi contenitori.

Cosa fai nella vita?

“Allora, invece di chiedere a uno sconosciuto cosa fai nella vita, quale può essere una domanda alternativa?”. Silenzio.

“Mi piace molto”, continua Fanny, “la risposta degli italiani: faccio l’avvocato invece di dire sono avvocato, la professione non si identifica con l’essenza della persona. Ma noi francesi siamo cartesiani”.

Eppure, cambiando latitudine, la domanda non cambia. A Beirut si chiede “qual è il tuo nome di famiglia?”, a Dubai “di dove sei?”, ma il fine è sempre quello di catalogare le persone.

“La conversazione invece è un rischio da prendere”, ammicca la professoressa, “quando lavoravo da L’Oréal, alla domanda cosa fai nella vita rispondevo che rendo le donne belle”.

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(La vetrina di The School of Life. Credit: Francesca Ferri. Il pezzo continua sotto la foto)

Trovare perifrasi, parlare delle proprie passioni o del proprio contributo alla società possono essere interessanti alternative alla noiosissima domanda a cui segue una ancora più noiosa risposta.

Per i più audaci vale anche una provocazione, “passo infinite giornate a divorare libri che aspettavano da anni”, invece di dire “sono disoccupato”. Il sollievo di molte.

La migliore conversazione

E poi all’improvviso, “qual è la migliore conversazione che hai mai avuto?”, irrompe Fanny, ricordando i compiti a casa che aveva assegnato per mail il giorno prima del corso.

Leggera inquietudine nel ricordo dei veri compiti a casa. “Qual è la scintilla della conversazione?”, insiste Fanny, iniziando a raccontare di quando un giorno, davanti a una vetrina, fa un complimento a una signora molto elegante per i suoi particolari orecchini a forma di rosa, e dopo mezz’ora di chiacchiera sul marciapiede viene invitata la domenica per un té a casa di quella che si rivela essere una baronessa.

Tutti sono fonte di rivelazione potenziale, se lasciamo all’altro la possibilità di togliersi la maschera che vorremmo fargli indossare. Il tono si fa serio sul suo viso, sempre sorridente, solo quando ricorda: “Nelle settimane dopo gli attentati dello scorso novembre, le persone davvero aspettavano una risposta alla domanda «come stai?»”.

La torta di carote è quasi finita, uno strano buonumore riflessivo sembra aver contagiato tutte. Ma la domanda sulla migliore conversazione rimane dipinta sul viso di molte, che visibilmente sfogliano tutta la loro esistenza alla ricerca dei momenti più coinvolgenti.

Fortunatamente, la risposta del poeta David Whyte salva tutte. “In una vera conversazione, si ha la certezza che qualunque sia l’identità che abbiamo costruito con tanta cura fino a quel momento della nostra vita non sopravviverà alla conversazione. Una vera conversazione riesce allo stesso tempo ad arricchirci e a distruggere la persona che siamo, per far posto a una nuova persona. Alla fine le vere conversazioni sono questioni di vita o di morte”.

E di fronte alla famosa scena di Pulp Fiction, in cui Uma Thurman e John Travolta discutono dell’inconfortabile silenzio tra sconosciuti, Fanny si avvia a ringraziare le partecipanti. A fine lezione non saranno diventate tutte maestre della conversazione come Woody Allen, ma almeno nessuno osa chiedere alle sconosciute compagne di classe: “Cosa fai nella vita?”.

*A cura di Francesca Ferri