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Ecco la foto che ha cambiato il modo di vedere la guerra in Iraq nel 2005

La protagonista della foto è Samar Hassan, 5 anni, orfana di entrambi i genitori uccisi da alcuni militari a un check-point nel gennaio del 2005

Immagine di copertina

Una bambina con i vestiti e le mani insanguinate piange disperata. I capelli scarmigliati e la polvere sul volto si mescola con le lacrime e il sangue rappreso. A poca distanza da lei, un soldato imbraccia un fucile e la tiene sotto stretta sorveglianza quasi ne temesse la fuga. Ma quella bambina non può andare più da nessuna parte. In pochi istanti, lei e suo fratello sono rimasti orfani.

I genitori sono stati uccisi a sangue freddo da un commando di militari a un posto di blocco, scambiati per kamikaze pronti a farsi esplodere. 

La famiglia Hassan viaggiava a tutta velocità a bordo di un auto sgangherata. Avevano lasciato la loro casa nella città irachena di Tal Afar, nella provincia di Ninive, sotto il fuoco incrociato delle forze statunitensi supportate da quelle irachene impegnate nel respingere i gruppi ribelli affiliati ad Al Qaeda. Era il gennaio del 2005 e la guerra in Iraq aveva raggiunto il suo apice in quanto a violenza e brutalità. 

Non era la prima volta che i veicoli con a bordo dei civili venivano scambiati per autobombe ai check-point disseminati sulle arterie principali delle città irachene. 

Quel giorno a documentare le operazioni di pattugliamento dei soldati americani ai posti di blocco c’era il fotoreporter americano Chris Hondros che all’epoca lavorava per Getty Images ed era stato integrato con un’unità dell’esercito. Fu lui a catturare il momento drammatico trasmettendo immediatamente le sue foto all’agenzia di Seattle.

Il giorno seguente, la foto della bambina al check-point ricoperta di schizzi di sangue campeggiava su tutti i giornali del mondo. Con quelle immagini, Hondros non solo riuscì a documentare in maniera vivida le brutalità e le violenze ingiustificate da parte delle forze americane sul campo, ma spinse gli Stati Uniti a rivedere le procedure di sicurezza da adottare ai posti di blocco. 

Da quando era iniziata la guerra in Iraq nel 2003, le organizzazioni non governative avevano denunciato innumerevoli casi di civili uccisi ai check-point. In un rapporto diffuso all’epoca da Human Rights Watch, s’invitavano le forze armate americane e irachene a compiere ulteriori passi per migliorare i posti di blocco, rendendoli più illuminati e segnalati in maniera evidente con grandi cartelli recanti scritte anche in arabo.

Non solo, occorreva anche avviare una campagna informativa che spiegasse ai civili iracheni quali comportamenti adottare in questi casi, servirsi anche di interpreti o soldati che sapessero parlare in arabo in qualsiasi momento. 

Nonostante gli appelli a cambiare le regole d’ingaggio, i civili uccisi ai posti di blocco tra il 2004 e il 2010 sono stati circa 700 e oltre 2mila i feriti. 

– La bambina del Checkpoint rintracciata anni dopo

Sei anni dopo quel tragico appuntamento con la morte documentato da Chris Hondros (morto in Libia nel 2011), il New York Times riuscì a rintracciare Samar Hassan. 

Samar non aveva mai visto quella foto che ritraeva lei bambina mentre urlava tutto il suo dolore per la morte dei genitori, e che milioni di persone avevano visto stampata sulle copertine dei giornali di mezzo mondo.

Lei non sapeva neppure che quell’immagine divenne una delle più famose della guerra in Iraq del 2003. “Mio fratello era malato e quel giorno lo stavamo portando in ospedale. Eravamo sulla via del ritorno, quando ci hanno sparato”, ha raccontato la giovane. 

“Mio padre e mia madre sono morti sul colpo”. 

Quando è stata rintracciata e intervistata nel 2011, Samar aveva undici anni e viveva alla periferia di Mosul, in una casa a due piani con altre quattro famiglie, per lo più parenti. 

Tre anni dopo la morte dei genitori, Samar aveva subito un altro lutto: il fratello Rakan era stato ucciso durante un attacco dei gruppi estremisti affiliati ad Al Qaeda, che avevano danneggiato la casa dove lei attualmente vive. 

La foto di Samar ha avuto un impatto di vasta portata, perché rappresentava la testimonianza visiva di quanto accadeva in un paese dilaniato dalla guerra: l’uccisione ingiustificata di civili innocenti che si avvicinavano ai posti di blocco scambiati troppo spesso per attentatori suicidi, e le regole d’ingaggio troppo elastiche e spesso soggette “agli umori e ai capricci dei comandanti”, come raccontò in un’intervista risalente al 2005 un soldato americano.

(Qui sotto Samar Hassan durante un’intervista rilasciata nel 2013 a Reuters. Credit: Thaier al-Sudani)

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