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Da ex campione di nuoto in Australia a combattente per la causa curda in Siria

Dopo la sua morte, i genitori hanno deciso di raccogliere la sua eredità facendo opera di sensibilizzazione sulla condizione dei curdi in Siria e Turchia

Immagine di copertina

Reece Harding con indosso una divisa militare e un fucile posa con altri cinque combattenti curdi in un momento di pausa. Tutti quanti appartengono all’Unità di difesa del popolo (YPG) in Siria, attiva nei territori a maggioranza curda nel nordest del paese.

Quella è una delle ultime immagini che ritrae il giovane di nazionalità australiana ucciso in Siria nel giugno del 2015. Il ragazzo era uno dei numerosi combattenti stranieri occidentali che avevano deciso di lasciare il proprio paese di residenza per andare a combattere in Siria o in Iraq contro il sedicente Stato islamico. 

La vita di Reece prima di partire per la Siria era quella di un ragazzo normale, nato e cresciuto nella città australiana di Gold Coast, nello stato del Queenland, e dedito allo sport.

Fin dall’età di tredici anni, il giovane era cresciuto praticando il nuoto e diventando un campione. Ma la piscina non era il suo unico impegno. A questo si sommavano altri piccoli lavori, utili per guadagnarsi qualche soldo, almeno fino al giorno in cui decise di lasciare tutto per arruolarsi.

Aveva abbandonato lo sport, il lavoro e soprattutto la sua famiglia. Ai suoi genitori, Michele e Keith Harding, aveva detto di volersi recare in Nepal per dare un aiuto concreto ai terremotati e agli sfollati. In realtà, Reece aveva scelto come meta finale la città di Rojava – l’enclave curda in Siria – dove si trovano i combattenti appartenenti all’Unità di protezione (Ypg) impegnati nella lotta contro i miliziani dell’Isis.

L’idea balenò nella mente di Reece durante un periodo di riposo forzato a casa per un infortunio. Trascorreva lungo tempo davanti al computer e un giorno si trovò a visionare una serie di filmati terribili che provenivano dalla Siria. Questi mostravano con crudezza le decapitazioni di massa compiute dai miliziani dell’Isis e altre nefandezze. 

Il giovane ne rimase profondamente colpito. Fu in quel momento che decise di partire alla volta di Rojava dove venne reclutato nella squadra dell’YPG specializzata nel disinnesco degli ordigni. Il ragazzo ricevette l’incarico di smantellare le trappole esplosive e gli ordigni improvvisati nei villaggi curdi. 

Dopo un mese trascorso sul campo di battaglia, Reece telefonò alla famiglia esprimendo la volontà di far rientro a casa, nella sua città. Ma pochi giorni dopo quella conversazione, il ragazzo è morto. 

Il 27 giugno del 2015, Reece si trovava a pochi chilometri dalla città di Raqqa – ex capitale de facto del sedicente Stato islamico – quando con il piede calpestò una mina che non gli lasciò scampo. 

“Non era mai stato un soldato né tanto meno un combattente. Anche i ragazzi laggiù gli dissero quando lo videro ‘Che cosa ci fai qui?’, ma Reece aveva una testa dura”, ha raccontato la madre in un’intervista.

– Dopo la morte di Reece, i genitori raccolgono la sua eredità

Le unità Ypg hanno anche una divisione composta da combattenti stranieri conosciuti come i Leoni del Rojava. Michele e Keith Harding ne sentivano spesso parlare dal figlio durante le lunghe telefonate. Nonostante il dolore per la perdita del loro primogenito, la coppia ha deciso di raccogliere l’eredità del figlio e di continuare a sostenere la lotta e la causa dei curdi. 

Quattro mesi dopo la morte di Reece, Michele si è recata a Rojava ripercorrendo i passi finali compiuti da suo figlio. Qui ha incontrato diversi soldati dell’Ypg ed è riuscita a recuperare alcuni degli effetti personali del ragazzo, tra cui due t-shirt che lei stessa gli aveva comprato. 

Il viaggio l’ha aiutata a capire i motivi che hanno spinto suo figlio a propendere per questa scelta, sacrificando la stessa vita. Per questo, i genitori continuano a mantenere viva la memoria del loro figlio con regolari messaggi sui social media e con numerosi discorsi di sensibilizzazione tenuti in occasione di eventi organizzati a sostegno della causa curda. 

Regolarmente, Michele e Keith Harding si recano sulla lapide del loro figlio, a pochi minuti dalla loro abitazione e circondata da un ricco paesaggio verde. Quello è l’unico posto che riesce a donare alla coppia inconsolabile un senso di pace.

Il senso di vuoto è incolmabile e in particolare Keith non riesce ad accettare fino in fondo le ragioni che hanno spinto Reece a partire in guerra.”Nutriamo sentimenti contrastanti, perché da un lato lo vorremmo di nuovo qui con noi, dall’altro, siamo profondamente orgogliosi di lui”. 

La coppia è impegnata in numerose campagne di sensibilizzazione che puntano i riflettori sulla difficile situazione politica dei curdi in Turchia e in Siria, condannando la posizione del governo australiano che criminalizza coloro che sostengono i curdi. 

L’allora primo ministro australiano, Tony Abbott, aveva rafforzato i poteri di polizia e aveva dato maggiore libertà ai servizi segreti australiani, al fine di prevenire e, in caso, bloccare tempestivamente nuovi potenziali atti di terrorismo.

Abbott aveva concesso al ministro dell’Immigrazione, Peter Dutton, il potere di cancellare la cittadinanza australiana a quei combattenti che ne possedevano almeno un’altra, dietro consiglio dei servizi segreti australiani.

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(Qui sotto Michele Harding stringe la mano ai combattenti curdi in Siria impegnati nella lotta contro l’Isis. Credit: Lions of Rojava/Twitter)

(Qui sotto Michele Harding con in mano una foto del figlio e alcune combattenti dell’Ypg curda. Credit: Lions of Rojava/Twitter)