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In Venezuela è diventato pericoloso anche uscire di casa: il racconto di una studentessa

La testimonianza per TPI di Flores, studentessa 24enne secondo la quale vivere in Venezuela equivale a vivere in uno stato d’animo di perenne angoscia

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Flores ha 24 anni, è una studentessa e vive a Caracas. Secondo lei il problema più grave del paese è la sicurezza. “Anche non considerando il problema economico, resta comunque questo flagello che ti spinge a voler scappare via da qui il prima possibile, perché vivere in Venezuela equivale a vivere in uno stato d’animo di perenne angoscia. È orribile: non esiste un momento in cui non stai in allerta e non è normale”.

Secondo l’Observatorio Venezolano de Violencia (Ovv), dal 1999 al 2015 sono state registrate 253mila morti violente in Venezuela, circa 82 omicidi ogni 100mila abitanti. Nel 2015 solo a Caracas, le morti violente sono state circa 5.235. Una situazione che, sommata alla fortissima inflazione, alla mancanza di medicine, cibo e beni di prima necessità, sta letteralmente uccidendo la popolazione. 

Passeggiando per le strade della città, si ha subito il sentore di quanto raccontato da Flores: le strade iniziano a svuotarsi completamente poco dopo il tramonto e in giro non si scorge un’anima, la sensazione è quella di trovarsi in una città fantasma.

Tuttavia la cosa grave è che ormai questa atmosfera è percepita come la normalità: aver paura di addormentarsi la sera, vivere sempre sul “chi va là”, fa ormai parte del quotidiano.

Flores con tono serio e deciso, ci racconta un episodio da lei vissuto lo scorso maggio:

“Studio all’Università Santa Maria (Usm) e un pomeriggio, mentre stavo salendo in auto per tornare a casa, un tizio è salito con me, minacciandomi. Mi ha picchiata, intimandomi di partire”. Al pronunciare queste parole, la sua mano trema e i suoi occhi si fanno lucidi. “Teneva la mano dentro un borsello e non ho ben capito se fosse armato o no. Sono partita e mi ha intimato di prendere l’autostrada e raggiungere l’Universidad Central. Una volta giunti lì, mi ha sbattuto giù dall’auto, andandosene con la mia macchina. Mi sono molto spaventata, al punto che ho anche pensato di abbandonare l’università e fuggire da questo paese: da quel giorno non ho mai più guidato. Penso spesso che la prossima volta potrei non essere così fortunata”. 

Oggi la criminalità in Venezuela la fa da padrona: non si incontrano persone che non abbiano avuto qualche amico o familiare rapinato – o peggio sequestrato – oppure che non abbiano sentito di qualcuno che lo è stato.

“Ogni persona che conosco potrebbe raccontarti episodi di sequestri di persona, rapine, aggressioni e quant’altro. Io per esempio ho due fratelli maggiori ed entrambi sono stati sequestrati. Uno ha subito un classico sequestro ‘express’, di quelli brevi che durano una sera, l’altro per cinque giorni. Potete solo immaginare l’incubo vissuto da me e la mia famiglia, un incubo che appartiene a tutto il popolo venezuelano, dato che i sequestri sono all’ordine del giorno: anche la cugina del mio ragazzo è stata sequestrata lo scorso 24 dicembre”.

Quella che si vive tutti i giorni in Venezuela, è la terribile, costante, paura di poter essere il prossimo. Dopo aver ammesso la sua preoccupazione senza alcuna timidezza o vergogna, Flores decide di raccontarci meglio i sequestri dei suoi due fratelli.

“Mio fratello, quello ‘fortunato’ che ha subito il sequestro ‘express’, è stato rapito verso le 22, mentre stava uscendo dal cinema con la sua ragazza, nel centro commerciale di Gaerias Los Naranjos. Sono stati intercettati da due macchine con a bordo individui armati, mentre stavano uscendo dal parcheggio sotterraneo. Li hanno fatti salire sulle loro auto, poi li hanno incappucciati. Dopodiché li hanno portati a ritirare soldi dal bancomat, per poi andare a girare in autostrada, senza fermarsi mai, mentre chiamavano casa per il riscatto”. 

Il ricordo appare vivido nei suoi occhi e nelle sue mani, che si stringono l’una all’altra: “Hanno passato la serata a giocare, con mio fratello e la sua ragazza, al ‘poliziotto buono e quello cattivo’: in pratica uno li minacciava dicendo che avrebbe stuprato la ragazza e poi li avrebbe uccisi, l’altro li ‘difendeva’ dicendo che se si fossero comportati bene, tutto sarebbe filato liscio. Alla fine sono stati liberati”. 

Flores non ci dice quale sia stato il prezzo per la vita, per la libertà del fratello, ma prosegue raccontandoci del rapimento di quello più grande.

“Nel 2010 mio fratello e un suo amico dovevano comprare un fuoristrada per lavoro. Avendo trovato un annuncio interessante, i due hanno preso appuntamento con l’inserzionista e una volta giunti sul luogo sono stati sequestrati. C’era anche la moglie del suo amico e sono stati portati a Cumanà, sono stati prigionieri per cinque giorni”.

A questo punto interrompe il racconto, non sono ricordi facili, ma Flores è una donna forte, tira un sospiro e riprende il racconto.

“Alla mia famiglia è stato chiesto un riscatto di 600 milioni di bolivar (circa 600mila euro), noi ci siamo subito rivolti al Cicpc (Cuerpo Investigaciones Cientificas Penales y Criminalisticas). Il Cicpc ha effettuato un’indagine durata tre giorni, fino a che non hanno scoperto qual era la banda che aveva sequestrato mio fratello. Il gruppo agiva sistematicamente tramite l’esca dell’annuncio, per incontrare persone e poterle rapire. Sono riusciti a sequestrare a loro volta il capo della banda mentre faceva compere al centro commerciale Sambil di Caracas, con la sua famiglia: lui su una macchina e la famiglia su di un’altra. Infine è stato minacciato dicendogli che, se non avesse rilasciato gli ostaggi, loro avrebbero ucciso la sua famiglia. Così lui ha chiamato i complici e detto loro di aver ricevuto il riscatto e quindi di lasciarli andare, e l’incubo è finito”.

Dalle parole di Flores, appare chiaro che la realtà di questo paese, il grado di incertezza raggiunto, sarebbe insostenibile per qualsiasi essere umano: uno stato di anarchia in cui sequestratori e polizia usano gli stessi metodi ed è diventato persino difficile distinguerli.

“Siamo stati davvero fortunati, molti non lo sono stati, basta poco: ad esempio se i sequestratori non sono dei ‘professionisti’ o sono sotto l’effetto di droghe, l’esito non è per nulla scontato, anzi il più delle volte l’ostaggio non fa ritorno a casa. Se invece i sequestratori sono ‘professionisti’, sanno di dover tenere in vita l’ostaggio a tutti i costi. Mio fratello è stato fatto salire su un taxi, gli hanno detto ‘ti porterà nel centro di Cumanà'”. 

Ci mettiamo qualche attimo a realizzare di non aver ben compreso cosa intenda Flores per professionisti, ma lei ci chiarisce subito il concetto: “Tutto (o quasi) è in aumento: l’anarchia, l’insicurezza, i prezzi, la rabbia. E non ci si può neppure rivolgere alla polizia, come si farebbe in un posto normale, perché molte volte sono proprio i poliziotti a effettuare i sequestri: quando ho detto ‘professionisti’ mi riferivo anche a loro. Siamo arrivati al punto che quando passiamo da un posto di blocco, abbassiamo tutti i finestrini e accendiamo la luce dentro l’auto se è notte, sperando che non ci facciano cenno di accostare”.

I poliziotti del paese guadagnano troppo poco e lavorano nelle città più pericolose del mondo e questo non fa che dare una spinta ulteriore alla già dilagante corruzione.

Campagna regione lazio

Flores ci conferma che moltissimi agenti sono corrotti e che “purtroppo in queste condizioni chi resta onesto muore di fame o peggio: quindi prima o poi finisce per piegarsi a questo sistema. A me fa paura soprattutto la Guardia Nacional e la Policia Bolivariana, ne ho il terrore. Una volta mi hanno fermato”, racconta sorridendo. “Funziona così: la maggior parte delle volte ti fermano, ma per chiederti soldi per lasciarti andare via incolume e la cosa finisce lì. A loro non frega nulla. Qua l’unica polizia che fa il suo lavoro è quella di Chacao, in questi anni è l’unica che ho visto far multe al posto di incassare mazzette.

Sono anni che le cose vanno in questo modo e che in Venezuela si vive tra stenti e paura, ma le persone raccontano che almeno prima potevano uscire un po’ di più. Effettivamente i dati statistici confermano che c’è stato un elevatissimo incremento degli omicidi, almeno per quanto riguarda i cadaveri che in obitorio ci arrivano. È molto comune vedere o sentire di omicidi che avvengono all’interno o nelle vicinanze dei locali. Insomma è meglio non uscire, considerando poi che una bottiglia di vodka costa il doppio di uno stipendio. I ragazzi del posto raccontano che quando possono si trovano con gli amici a casa di qualcuno. 

In un paese sospeso tra la sopravvivenza e il baratro, ma sempre più vicino a quest’ultimo, tutto o quasi è una “questione di fortuna”, di dove ti trovi in quel momento e di fronte a chi. “Potrebbero ammazzarti perché in tasca o in casa hai troppo poco o perché hai troppo. Se dici di prendere tutto perché non t’importa basta che non ti facciano del male, ti uccidono perché non t’importa, perché non gli dai valore. Insomma non c’è una logica, soprattutto se si tratta di persone sotto l’effetto di stupefacenti, in quel caso sei spacciato. Spera poi di non capitare per caso in mezzo al funerale di un membro di una gang”.

Incuriositi da quest’ultima frase, le chiediamo dunque di raccontarci di più e Flores procede, senza esitazioni: “Quando c’è un funerale di un membro di una gang di delinquenti, gli altri vanno con il carro funebre in autostrada e con le moto si mettono in fila e rallentano il traffico fino a fermarlo. Una volta interrotto il flusso di transito delle auto, un centinaio di individui inizia a fare piroette e impennate con la moto intorno al carro funebre, naturalmente sparando anche in aria: scene da film ma peggiori, perché sono reali”. 

Insomma una specie di rituale funebre primordiale che non viene mai interrotto da nessuno e che la maggior parte delle volte si conclude con rapine a mano armata agli automobilisti bloccati nel corteo. “Di recente un automobilista fermo in coda in prima fila si è spaventato ed è partito: questi tizi lo hanno ucciso insieme alla moglie perché erano stati interrotti. Si tratta purtroppo, di un fenomeno in aumento”.

La testimonianza di Flores non sembra lasciare spiragli di luce per questo paese allo sbando e, quando le domandiamo se secondo lei il Venezuela e la sua popolazione se la caveranno, lei risponde di essere stata molto sincera finora e di voler esserlo anche ora: “Non nascondo che non sono per nulla ottimista, d’altronde vivendo in questa situazione è anche difficile esserlo, ma dubito che le cose potranno sistemarsi nel breve periodo. La classe media qui è scomparsa, sono rimasti i ricchi e i poveri: i primi sono impegnati a diventare sempre più ricchi e i poveri a sopravvivere”. 

* Articolo di Romana Allegra Monti