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Il tempio per filosofi, pellegrini e punk di Parigi

Seymour + è una spa per la mente dove tutto sembra invitare al viaggio, anche se ancora non si sa in quale direzione. TPI ha intervistato la fondatrice Melissa Unger

Immagine di copertina

Seymour + è il posto che nessuno conosce eppure tutti amano. Da due anni è nascosto al civico 41 di Boulevard de Magenta, tra la Gare du Nord e il Canal Saint Martin. Concede solo tre parole sotto l’insegna sulla vetrata principale: philosophers, pilgrims, punks.

Una volta entrati i rumori si allontanano, il tempo si fa liquido e la luce delicata. Procediamo così in punta di piedi nel silenzio della nostra anima. Avanziamo incerti verso la reception in uno spazio che non sapremmo se definire bizzarro hotel particulier, ottocentesca casa di cura mitteleuropea o eclettica galleria d’arte.

A Seymour + non si paga il biglietto, non è concesso superare il guardaroba con il cellulare in tasca, non si dialoga se non con se stessi.

Tutto sembra invitare al viaggio. Ma ancora non si sa per dove.

L’organizzazione no profit è stata fondata da Melissa Unger, newyorkese di madre francese, scrittrice, giornalista, direttrice della pubblicità.

Ha iniziato la sua carriera a Londra e a Los Angeles come manager di produzione dei videoclip del regista Ralph Ziman, ha poi conosciuto il cinema come assistente personale di Robert De Niro e Daniel Day-Lewis, ha riscoperto l’arte come manager della prestigiosa Galerie Thaddaeus Ropac di Parigi e non ha mai smesso di sognare a occhi aperti.

“L’immaginazione è la mia religione”, avverte Unger che a un certo punto del suo viaggio ha invertito la rotta per ricominciare una pagina bianca dall’altra parte dell’Atlantico.

Tra le vie di Parigi ha ritrovato se stessa, tracciando così il cammino che ogni giorno i visitatori di Seymour + inconsciamente ripercorrono, ognuno a modo suo.

Surf your mind, è l’invito di Unger a riconnettersi con se stessi in un mondo iperconnesso. Non pretendete, però, risposte certe da Seymour, piuttosto cercate le domande che forse il vostro io sta già scrivendo.Lasciatevi esplorare. Senza fretta

Qualcuno la paragona a una contemporanea Apollinaire per aver attraversato le arti, ignara dei loro confini. Ma infine, dopo tante esperienze, cosa l’ha portata a creare Seymour +?

È un progetto personale che si è sviluppato in modo naturale. A New York vivevo la mia vita come tutte le donne della mia età, poi dopo alcuni avvenimenti ho cominciato a ripensare tutto. Così ho deciso di partire e sono andata a Parigi, la città di mia madre.

Quando sono arrivata qui non avevo amici, né un ragazzo, né un lavoro ma neanche problemi o preoccupazioni. Passavo le giornate a passeggiare, iniziando così un’esperienza meditativa senza saperlo. È un po’ come Seymour. In questa lunga vacanza sono riuscita a liberarmi dalle ansie che mi tormentavano.

In questo silenzio poi mi sono ritrovata con una frase in mente, “Peter never eats, che è diventato l’inizio del mio romanzo. Così mi sono seduta a scriverla e scrivendola ho avuto la sensazione di non guardare attraverso i miei occhi ma di guardarmi dall’esterno, è quello che succede con la meditazione, si diventa testimoni dei propri pensieri, obiettivo della propria visione. Allora ho pensato se mi guardo guardare i miei pensieri, chi sta scrivendo?

Ho passato anni a fare ricerche che alla fine mi portavano sempre a riflettere sugli stati alterati della coscienza. Quella ragazza stressata che fumava due pacchetti di sigarette al giorno iniziava a porsi delle domande su se stessa, sui suoi genitori, sul passato.

“Ho aperto, così, il mio blog che poi è diventato un giornale, poi un progetto, un progetto 3D. Un giorno ci siamo ritrovati con una comunità di affezionati, di lettori. Il mio ragazzo di allora mi disse devi fare qualcosa. Allora mi è venuta l’idea di creare una spa per la mente. Espandere la coscienza umana in un mondo digitale, conservare i valori fondamentali dell’essere umano in un mondo tecnologico erano i miei obiettivi.

Mi hanno chiamata pazza, ma c’è bisogno di un po’ di follia a volte per far diventare possibile l’impossibile.

Perché il nome Seymour +?

Seymour è il nome di mio padre e casualmente anche un gioco di parole. La pronuncia di Seymour assomiglia a quella di “see more”, vedere di più. Il simbolo + racchiude, poi, tanti concetti: la coscienza, lo spirito, la mente, la positività, ma il + è anche il simbolo della farmacia che connota Seymour come spazio terapeutico dove curare la propria creatività.

Spa della mente, tempio buddista, come definirebbe Seymour +?

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Io non lo definisco. L’ho chiamato spa for your mind che in francese sarebbe spa pour l’ésprit, perché in francese non esiste la parola mente, ma non ha lo stesso significato di mind. Perciò preferisco non definire Seymour se non vogliamo perderci nella traduzione, rischiando di rimanere intrappolati nella definizione.

Avendo sempre vissuto in un ambiente di artisti sono abituata ad avere a che fare con l’ignoto. All’inizio volevo aprire senza mostrare l’interno e dire giusto alle persone ‘venite a vedere questo posto figo’. Ma non è possibile in Francia, le persone hanno bisogno di sapere. Allora l’importante era che Seymour fosse catalogato nella categoria benessere perché chi mi conosceva pensava che fosse uno spazio culturale, un’esposizione. Ma niente affatto.

Seymour per me è psicologia, filosofia, un club house della comunità, un posto in cui le persone vengono a passare del tempo, per me Seymour è come yoga, pilates, un percorso specifico che ho pensato a lungo e che vorrei far rivivere alle persone.

(Nella foto l’entrata di Seymour +, a Parigi. Credit: Francesca Ferri. Il pezzo prosegue dopo la foto)

Seymour trasporta il visitatore, a sua insaputa, in uno stato meditativo attraverso diverse fasi che rispecchiano quindi le tappe del suo percorso?

Seymour ripercorre esattamente la mia storia. Si entra e si lascia il cappotto al guardaroba, e lì sono io che arrivo a Parigi, poi ci si guarda allo specchio, sono io che finalmente trovo il tempo per me, per guardarmi dentro, così si entra nella seconda camera, il momento in cui mi libero dalle ansie, dalle mie voci di dentro.

La meditazione per me non funzionava, la scrittura invece mi calma, mi dà la sensazione di svuotarmi, quindi si arriva alla scrivania al piano di sotto, cioè il momento in cui inizio a prendere contatti con le persone intorno a me per poi passare al lounge, in cui io, una volta svuotata, posso ricevere. Infine il giardino simboleggia la nuova me che ha ritrovato l’equilibrio e può riprendere il suo posto in un nuovo mondo.

Questo è il mio percorso ma poi ognuno segue il proprio. C’è chi lo prende per un gioco e chi la vive davvero come un’esperienza spirituale o psicologica. Molti visitatori ritornano ma non fanno mai il percorso in ordine.

Seymour dunque resta un quadro aperto. La sintesi di tutto ciò che sono e ho vissuto finora, un progetto che io ho costruito ma che alla fine ha costruito me. Seymour è la mia creatura che oggi non mi appartiene più.

Un’esperienza in qualche modo catartica che passa principalmente per la scrittura, una scrittura automatica alla André Breton?

Esattamente, anche se non mi sono ispirata a Breton, almeno non coscientemente. Ho sempre scritto e parlo molto, per me tutto è parola.

E chi non ama la scrittura, ama comunque Seymour?

Il 99 per cento dei visitatori è rimasto folgorato dal posto. Al di là della scrittura, comunque, quello di cui hanno bisogno le persone è del tempo per se stessi. Respirare, non essere giudicati, ascoltare il loro intuito. Per me era più che altro una questione di scrittura, per il pubblico è la libertà.

Ma in fondo perché andare a riflettere in un luogo apposito quando lo si può fare da casa propria?

È lo stesso concetto della palestra, puoi fare sport anche a casa ma alla fine nessuno ha mai tempo per farlo. La nostra cultura occidentale ci porta a fuggire continuamente da noi stessi, ma a volte abbiamo bisogno di fermarci e guardarci dentro, anche se è impegnativo.

E perché aprire Seymour a Parigi e non a New York?

Prima avrei risposto perché abito qui affianco, poi mi sono resa conto che il destino ha portato Seymour a Parigi perché la Francia ne ha veramente bisogno. La riflessione sulla coscienza qui è ancora aperta, a differenza degli Stati Uniti. La gente ha bisogno di riflettere, anche se scandagliare nella propria coscienza è difficile e impegnativo. Perciò questo posto non attira tanta gente. Se vendessimo coca cola ci sarebbe già la fila fuori.

Ma, in fondo, dove è diretto Seymour?

Da nessuna parte, Seymour è sempre lì, non si rinnova, sono le persone a cambiare. Cerchiamo sempre il cambiamento senza renderci conto che il cambiamento è avere occhi nuovi sullo stesso mondo. Pilgrims, siamo pellegrini per cui il viaggio conta quanto la destinazione.

A cura di Francesca Ferri