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Io, fino a ieri vittima delle purghe di Erdogan, ora brindo vedendo nuove teste saltare

TPI ha incontrato un ex ufficiale della Marina Militare turca accusato di progettare un golpe contro Erdogan: “Io ero innocente, ma le purghe attuali sono giustificate”.

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Nella casa di Ankara di Enver Aksoy, ex ufficiale di alto grado della Marina Militare turca, si respira una normalità che sembra rimasta tale per anni. Nel salotto arredato con suppellettili bianche penetrano gli schiamazzi dei bambini della scuola di fronte, nella zona del parco Kuğulu. Lui si muove granitico – lento ma al contempo imperioso, trasmette calma e sicurezza di sé.

La moglie si chiama Ipek, come la fascinosa protagonista del romanzo “Neve” di Pamuk tanto amato dall’ex Colonnello. Il figliolo le traduce qualche frase dal turco all’inglese, ma è appena risalito da scuola e avrebbe solo voglia di tuffarsi in poltrona coi suoi videogiochi. E infatti, dopo aver chiarito di non voler fare l’interprete, lo fa. 

A casa Aksoy, in verità, la normalità si è ristabilita da meno di un anno, e neppure del tutto. Per due anni Enver è stato in esilio in Australia, dove lavorava in un ristorante di Kebab a Canberra. Non parlava con i suoi familiari neppure su Skype, per paura di essere localizzato. La moglie, rimasta a prendersi cura del figlio malato di diabete, non poteva andare a trovarlo perché gli australiani sospettavano volesse trasferirsi e non le concedevano il visto turistico.

Coinvolto nel caso Sledgehammer (Balyoz in turco) – l’intrigo politico-giudiziario forse più clamoroso nella storia contemporanea della Turchia – Enver era stato accusato di aver pianificato un colpo di stato contro Erdogan all’indomani dello storico trionfo dell’AKP nel Novembre 2002. Insieme ad altri 300 ufficiali dell’esercito era stato epurato dal fronte islamista degli allora sodali Gulen e Erdogan, con l’obiettivo di indebolire i militari e sottometterli una volta per tutte al controllo delle autorità civili. Un caso molto simile a quello dell’Ergenekon, che si consumava negli stessi anni.  

“Attraverso le sue infiltrazioni nel mondo della giustizia e della polizia, il movimento gulenista ha orchestrato una vera e propria messa in scena, forgiando prove artefatte per incriminarci”, dice Aksoy, definendo se stesso e i suoi colleghi “sostenitori di Ataturk”. “Ovviamente, con il sostegno se non con il mandato dello stesso Erdogan”.

I capi di accusa erano piuttosto gravi: voler creare una situazione di caos scatenando un conflitto con la Grecia e bombardando moschee del periodo ottomano a Istanbul, per poi presentarsi come deus ex machina e strappare il timone dalle mani del leader AKP.

“Questi piani fasulli erano stati caricati su dei dischi, nascosti a casa di un ufficiale dell’aeronautica ad Eskişehir e poi nella base della Marina Militare a Gölcük per accusarci”, continua Aksoy, “e facevano riferimento a un presunto seminario di cospirazionisti nel 2003”. Tuttavia, emergeva chiaramente che quei piani non potevano essere stati elaborati all’indomani della vittoria AKP nei primi anni 2000: “erano pieni di anacronismi, come nomi di strade attuali che all’epoca erano diversi, riferimenti a fatti non ancora avvenuti”. 

Tant’è, nel 2012, mentre era rappresentante diplomatico della Marina Militare ad Atene, Enver Aksoy riceve la notizia dal suo avvocato di Istanbul: “ti hanno dato 13 anni e sei mesi, con pensionamento forzato dalla Marina”. Fare appello e sperare in un capovolgimento della sentenza non aveva senso, spiega: “i giudici di secondo grado appartenevano al movimento di Gulen, eravamo talmente sotto tiro che le nostre conversazioni telefoniche finivano direttamente sui giornali di Erdogan la mattina successiva, e in tribunale per essere usate contro di noi nel pomeriggio”.

Così, Enver decide di prendere il primo volo per la Malesia, dove ottiene un visto per l’Australia all’ambasciata di Kuala Lumpur. “L’Australia mi sembrava far and fair enough”, dice, giocando sull’assonanza inglese nella frase “abbastanza lontana e abbastanza giusta”. La sua nuova vita era fatta di isolamento e kebab. 

La svolta nel destino della famiglia Aksoy arriva con i dissidi fra Gulen e Erdogan, “i benedetti fatti del 17-25 dicembre”, li descrive lui con un sorriso. Alla fine del 2013 viene infatti alla luce il conflitto che più di tutti segna la Turchia odierna, quello fra il predicatore esiliato in Pennsylvania e il primo ministro che vuole il sistema presidenziale per farsi re.

“Le infiltrazioni guleniste nel sistema giudiziario e nella polizia, che Erdogan aveva sguinzagliato contro di noi, ora si rivoltavano contro l’AKP”, spiega l’ex Colonnello. Accusati di corruzione, oltre 100 personaggi vicini ad Erdogan finivano nel mirino delle Corti, scatenando la risposta governativa con le prime purghe anti-Gulen. “Per screditare i processi contro i suoi, basati su accuse tutt’altro che peregrine, Erdogan aveva interesse a rivelare la farsa dei processi Balyoz”, dice. Sotto pressioni governative, la Corte Suprema riapre il caso e tutti gli accusati vengono scagionati. Compreso Enver Aksoy. 

“Solo nel giugno 2015 la mia innocenza è stata ufficializzata, e mi sono messo a cercare un impiego”, dice lui rievocando i tempi felici ma duri del ritorno. “Ma niente da fare fino al luglio dell’anno scorso, quando ho cominciato a lavorare alla ThyssenKrupp: molte aziende mi vedevano ancora come un pregiudicato”. Proprio a metà di quello stesso mese il tentativo di colpo di stato scatenava la furia di Erdogan contro Gulen. Da allora, più di 100mila persone sono state colpite dalle purghe, fra funzionari, giornalisti, accademici, piloti, politici e imprenditori.

La demonizzazione del movimento gulenista – responsabile in parte del tentato golpe – funge tutt’ora da pretesto per applicare liste di proscrizione a vari livelli delle istituzioni, anche a danno di persone innocenti. L’arbitrio, che qualche settimana fa ha colpito anche i redattori del prestigioso quotidiano Cumhuriyet e i politici del partito filo-curdo HDP con accuse di vicinanza a Gulen e PKK, richiama i fatti che coinvolsero Enver Aksoy.

“Non provo nessuna solidarietà o compassione per chi viene espulso, licenziato o imprigionato nell’ondata di purghe attuale”, dice lui. “I gulenisti sono colpevoli, sono stati colti sul fatto. Alla Marina vedo saltare le teste di quelli che ci avevano estromesso nel 2012. E brindo”. 

Fra i suoi colleghi coinvolti nei casi Balyoz ed Ergenekon sono in pochi a trarre vantaggio dall’ira funesta di Erdogan contro Gulen: “qualcuno sta venendo reintegrato nella Marina, prendendo il posto dei gulenisti cacciati. Ma dubito che il premier ci restituirà granché”. La soddisfazione sta tutta nel piacere della vendetta, un istinto che acceca di fronte all’ingiustizia. E fa sembrare la democrazia turca un perenne scontro fra clan, con scarso rispetto per le regole del gioco.