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Viaggio alla scoperta della moda islamica che vuole conquistare il mondo

Giovanna Loccatelli racconta da Istanbul per TPI il fenomeno del modest fashion e il successo di un'azienda turca di e-commerce dedicata all'abbigliamento islamico

Immagine di copertina

Veli colorati, accessori sgargianti, tuniche sinuose. Sono solo alcuni degli indumenti lanciati dalla moda islamica in Turchia. Conosciuta anche come modest fashion, rappresenta un giro d’affari enorme ed è un mercato in crescita esponenziale.

“Essere ‘sobri’ non significa non essere alla moda”, spiega Duygu Demir. Lavora per Modanisa, principale rivenditore online di moda islamica, una start up turca lanciata nel 2011 con l’obiettivo di offrire ‘una scelta di stile’ alle milioni di donne musulmane nel mondo. “Noi forniamo vestiti che coprono il corpo – gambe, braccia e capo – pensati esclusivamente per le donne musulmane”, sottolinea la giovane. Secondo un rapporto pubblicato da Thomson Reuters, Modanisa è il sito di moda islamica più popolare al mondo.

Demir spiega chiaramente che la moda islamica segue minuziosamente i trend del momento: “Non ci facciamo sfuggire le ultime tendenze: ora, ad esempio, vanno molto i giubbotti bomber, i colori metallizzati e, più in generale, ritornano prepotentemente i colori”.

Accende il cellulare e mostra l’ultima collezione. “Come puoi vedere”, indica col dito Demir, “i veli sono coloratissimi: giallo, verde, arancione”. Racconta che quando la start up ha preso il via nel 2011, la moda era diversa: “All’inizio vendevamo molto i vestiti di colore bianco o nero, ora pochissimo”, afferma la giovane. Questa moda, a suo dire, è anche economica: “I prezzi sono inferiori, ad esempio, rispetto a quelli di Zara, nonostante le nostre stoffe siano di qualità nettamente superiore.”

L’intervista si svolge negli uffici di Modanisa, situati nella parte asiatica della città, a Uskudar. Un palazzo di tre piani: in quelli alti ci sono gli uffici dove lavorano centinaia di persone. Mentre al piano terra si trova l’atelier: in questo luogo le modelle indossano ogni giorno le ultime creazioni e svolgono servizi fotografici, a fine giornata il materiale viene messo online.

Qui lavorano una trentina di persone: tra modelle, fotografi, assistenti. Ma anche sarte, addetti al trucco e alla stiratura di capi. L’ambiente è molto movimentato e allegro: via vai continuo di persone, musica in sottofondo, risate delle assistenti e posizioni ammiccanti delle modelle. I vestiti sono appesi ovunque, gli scaffali a muro sono utilizzati come scarpiere e gli accessori, di ogni tipo e gusto, sono sparsi sopra grandi tavoli ovali. Non manca nemmeno una linea per donne curvy.

L’amministratore delegato di Modanisa si chiama Kerim Ture. Spiega che questo progetto si è sviluppato velocemente e ha enormi potenzialità: “È stato calcolato che i consumatori musulmani hanno speso circa 243 miliardi di dollari su abbigliamento e calzature nel 2015. Questo numero è maggiore rispetto ai mercati di abbigliamento del Regno Unito (107 miliardi di dollari), della Germania (99 miliardi di dollari) e dell’India (96 miliardi di dollari).

Questa industria è cresciuta enormemente negli ultimi anni e alcuni indicatori attestano che la moda islamica continuerà a crescere. Ecco perché: la religione svolge un ruolo importante in un numero considerevole di vite musulmane. In secondo luogo, l’età media nei paesi a maggioranza musulmana è circa 30 anni, dunque molto più giovane rispetto a quella in Europa o Stati Uniti. Inoltre, il potere d’acquisto dei giovani consumatori tende a crescere nel corso degli anni. Il terzo fattore di crescita importante è di tipo economico. Il prodotto interno lordo (Pil) dei paesi con una popolazione a maggioranza musulmana è proiettata a crescere a una media del 5,4 per cento l’anno, che è maggiore rispetto al tasso di crescita del Pil annuo in Europa e Stati Uniti nel corso dei prossimi anni.

Infine, il 29 per cento della popolazione mondiale sarà di religione musulmana entro il 2030. La combinazione di questi fattori, con la crescita della della popolazione di internet e dell’ecosistema e-commerce, dà una chiara immagine di come l’industria abbia prosperato e delle potenzialità che ha nel prossimo futuro”, spiega Kerim Ture.

Alla domanda su come ha avuto l’idea di investire, sei anni fa, nella moda islamica, la risposta non tarda ad arrivare: “Internet”, spiega Ture, “ha velocizzato il processo di come pensiamo e agiamo. Le donne musulmane di nuova generazione utilizzano moltissimo il web e comprano online. Vogliono raggiungere più opzioni contemporaneamente. Inoltre il consumo è diventato un tratto distintivo dell’identità: desiderano acquistare l’abbigliamento nel rispetto dei principi della loro fede. Il nostro concetto di bellezza è influenzato sia dalla cultura e fede musulmana che dalle idee globali”.

Il cavallo di battaglia di Modanisa è il mercato estero e l’amministratore delegato ne va molto fiero: “Le nostre vendite internazionali rappresentano fino al 60 per cento di tutte le nostre vendite. Spediamo in più di cento paesi e il nostro sito registra 9 milioni di visitatori al mese. La modest fashion ha un enorme potenziale e molti attori globali stanno investendo in questo settore. Noi lo abbiamo solo capito per primi!”, esclama soddisfatto Ture.

Demir ci tiene ad approfondire la filosofia che è alla basa della moda islamica: “Vogliamo dare potere alle donne musulmane: un potere di scelta. Desideriamo creare una sorta di sorellanza: le donne musulmane devono essere rappresentate anche nella moda. Infine, ma non meno importante, abbiamo una responsabilità che vogliamo portare avanti: è la prima volta che i musulmani, uomini e donne, creano vestiti per donne musulmane”.

Demir racconta che la moda islamica non può che avere come capitale Istanbul: “La nostra posizione geografica è strategica. Siamo fisicamente vicini ai principali consumatori: l’Iran, l’Egitto, l’Arabia Saudita, la Francia, gli Emirati Arabi. Inviamo i pacchi in Europa in 48 ore. E il nostro mercato interno delle stoffe è formidabile”.

La macchina funziona molto bene, racconta Demir: “Abbiamo 30 designer: alcuni lavoravo solo per noi, altri sono indipendenti. Quelli assunti con un rapporto di lavoro esclusivo sono cinque. Tra gli stilisti indipendenti c’è anche Anniesa Hasibuan, molto famosa in Medio Oriente: è la prima stilista musulmana che ha avuto occasione di presentare a New York una collezione di moda concepita secondo i canoni della cultura e religione islamica. Ha partecipato anche alla fashion week qui a Istanbul: è stata un vero e proprio successo!”, esclama Demir.

Non tutti però apprezzano questo nuovo settore che sta spopolando nel paese: le donne anziane più conservatrici criticano apertamente questo mercato perché, a loro dire, il velo non deve essere accostato alla moda: va contro i precetti dell’Islam e come tale rappresenta un peccato. “Non mi piace. Il velo è una cosa religiosa, non deve essere uno strumento di occidentalizzazione”, tuona senza mezzi termini una donna nel quartiere conservatore di Fatih mentre cammina velocemente per strada.

Secondo Demir però i veri oppositori non sono le donne conservatrici: “Quando abbiamo fatto la prima modest fashion week a Istanbul, a protestare per strada erano gli uomini, non volevano che le loro mogli si sentissero attratte da queste nuove tendenze, per loro sconvenienti e contrarie alla religione musulmana. Purtroppo una parte del paese la pensa ancora così”.

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