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Quanta plastica c’è nel pesce che mangiamo?

Rifiuti come microplastiche entrano prepotentemente nella catena alimentare di pesci e molluschi. Quali effetti ha sulla fauna marina? E quali rischi per i consumatore?

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Dopo le denunce sulla contaminazione del tonno da metalli pesanti, come mercurio, arsenico, cadmio, si aggiunge un’altra inevitabile seccatura a causa di un’azione incurante, perpetrata nel corso degli ultimi decenni dall’uomo. La plastica ha infatti invaso i nostri mari e i nostri oceani, in ogni sua forma, dal sacchetto al fusto di detersivo, sino alle microplastiche: componenti molto piccole che derivano dall’utilizzo di prodotti cosmetici e dell’igiene personale, che finiscono per scalare la catena alimentare della fauna marina fino a raggiungere la nostra tavola. 

Sono particelle prodotte dalle industrie o che in taluni casi raggiungono dimensioni inferiori a 5 millimetri attraverso la degradazione (con il vento o il moto ondoso) o la fotodegradazione (per effetto della luce ultravioletta) degli oggetti di plastica. Pressoché impercettibili all’occhio umano. Qualcuno li definisce “lacrime di sirena”, come se fossero qualcosa di incantevole.

La plastica, in generale, può soffocare le creature del mare che la ingeriscono: la tartaruga, per esempio, si nutre di un sacchetto scambiandolo per una medusa. Naturalmente, le conseguenze possono essere tanto dannose da condurre l’animale alla morte. Il rapporto di Greenpeace dello scorso agosto dal titolo “Plastics in seafood”, ha stimato, attraverso modelli teorici, che la plastica rappresenta circa il 60 o 80 per cento dei rifiuti presenti in mare.

Ma lo studio si concentra in particolar modo sulla presenza delle microplastiche in pesci e molluschi e sul potenziale effetto sanitario derivante dal consumo di prodotti ittici contaminati con frammenti plastici, inserendo almeno 170 organismi marini fra quelli che certamente li ingeriscono. È inoltre emerso che su 121 esemplari di pesci del Mediterraneo centrale, tra cui specie ampiamente acquistate come il pesce spada, il tonno rosso e il tonno bianco, la presenza di frammenti di plastica rappresenta il 18,2 per cento dei campioni analizzati. Lungo le coste brasiliane, la presenza di microplastiche è stata rilevata invece nel 75 per cento dei campioni studiati.

“Da nostri studi recenti, abbiamo dimostrato che nel 30 per cento dei pesci prelevati nell’Adriatico, fra le specie commerciali, si rinvengono microplastiche. Risultati simili sono stati riscontrati un po’ in tutte le latitudini del pianeta”, spiega il professore Francesco Regoli, Vice Direttore del Dipartimento di Scienze della vita e dell’ambiente dell’Università Politecnica delle Marche che illustra quali siano le modalità di accumulo di queste microscopiche particelle plastiche negli organismi marini e quali impatti possano generare.

“Talvolta sono scambiate con il plankton ed entrano così nei primi livelli della rete trofica. I pesci più grandi le assorbono perché si nutrono a loro volta del pesce più piccolo che le ha già assunte. Queste microplastiche non sono materiali inerti: dopo la loro ingestione i pesci possono sviluppare alterazioni che comprendono infiammazioni del sistema immunitario, fino a danni al DNA. Non solo, le microplastiche possono liberare additivi chimici che normalmente sono utilizzati nella costituzione delle plastiche. Si tratta di sostanze che hanno spesso effetti endocrini, cioè sostanze che, una volta assimilate, vengono in qualche modo scambiate per ormoni finendo per provocare alterazioni nella riproduzione”.

Il documento pubblicato e diffuso da Greenpeace documenta come la presenza di frammenti di plastica negli oceani sia passata dalle 204 tonnellate nel 2002 alle 299 tonnellate nel 2013 e cita un recente studio della Fondazione Ellen MacArthur da cui si evince che nel 2050 gli oceani potrebbero contenere più bottiglie di plastica che pesci (in termini di peso oggi nei mari finiscono circa 8 milioni di tonnellate di plastica ogni anno, come un camion zeppo di spazzatura al minuto). Anche l’autorevole rivista “Science”, lo scorso giugno, ha indagato circa le gravi conseguenze delle microplastiche su quegli organismi marini che poi finiscono nei nostri piatti.

La pubblicazione riprende un esperimento dell’Università di Uppsala, in Svezia, dove un team di ricercatori ha offerto microplastiche ad alcuni pesci di mari nordeuropei. È venuto fuori che questi le hanno preferite al plankton. Lo stesso è avvenuto con pesci allo stadio larvale. Tutti gli organismi che hanno ingerito piccole “dosi” di plastica sono diventati maggiormente suscettibili alla cattura dei predatori, incapaci di deporre uova e sono morti entro 48 ore.

“Le microplastiche possono assorbire efficacemente molti contaminanti chimici presenti nell’acqua anche a concentrazioni molto basse. Abbiamo verificato per la prima volta che, se si espongono le cozze a microplastiche contaminate con idrocarburi aromatici, le concentrazioni di questi inquinanti aumentano molto nei tessuti degli organismi: significa che le sostanze potenzialmente tossiche assorbite sulle microplastiche possono essere liberate dopo la loro ingestione. Oltre ai potenziali effetti diretti, destano preoccupazione perché possono rappresentare una sorgente di esposizione a sostanze o microorganismi pericolosi. La comunità scientifica oggi non è ancora in grado di escludere alcuna ipotesi. Quel che è certo è che le evidenze emerse dai laboratori focalizzeranno ulteriori attenzioni sugli effetti ecotossicologici delle microplastiche nell’ambiente” così il professor Regoli che da anni si occupa dell’effetto delle sostanze chimiche negli organismi marini.

Esistono invece effetti tossicologici sull’uomo con l’ingestione di pesce contaminato da plastica? Dal punto di vista tossicologico, non ci sono certezze sugli effetti delle microplastiche per gli organismi umani. È un aspetto ancora poco esplorato e ciò suggerisce come, in effetti, sull’argomento non siano convogliate le adeguate attenzioni. È però possibile elencare alcuni degli inquinanti comunemente trovati nelle microplastiche e che potremmo ingerire mangiando, per esempio, una impepata di cozze (in cui, diversamente dal pesce, i frammenti di plastica sono difficilmente individuabili).

Questi elementi hanno già trovato motivo di approfondimento in argomenti come “l’imballaggio” degli alimenti: bisfenolo A (BPA), ftalati, nonilfenoli (NP), polibromo difenil eteri (PBDE), policlorobifenili (PCB), idrocarburi policiclici aromatici (IPA), residui di pesticidi come il DDT e gli esaclorocicloesani (HCH). Il famoso BPA, per esempio, è un interferente endocrino con possibili effetti tossici sullo sviluppo del feto e degli infanti; tra gli ftalati, alcuni sono tossici per il sistema riproduttivo, altri, a concentrazioni elevate, possono causare danni al fegato; e si potrebbe andare avanti con gli effetti delle altre sostanze ma occorre anche chiedersi: quanto ne siamo esposti?

“È importante sottolineare la differenza fra pericolo e rischio. Mentre il pericolo è l’elemento che caratterizza la potenza intrinseca di una sostanza nel provocare un danno, il rischio è l’unione fra il pericolo e l’esposizione, cioè la quantità reale a cui gli individui sono esposti. I frammenti di microplastica che inquinano gli oceani potrebbero rappresentare un rischio per la popolazione allorquando superassero le dosi considerate a rappresentare un rischio”, è cauto il professore Corrado Galli del Dipartimento di Scienze farmacologiche e biomolecolari dell’Università di Milano, nonché Presidente della Società Italiana di Tossicologia (Sitox) che allontana ogni ipotesi di rischio.

“Se ragionassimo con il dato della Fondazione Ellen MacArthur delle 299 tonnellate di frammenti di plastica presenti nel 2013 negli oceani, avremmo 2×10-13 chilogrammi di frammenti di microplastica per tonnellata d’acqua (0,2 nanogrammi per tonnellata d’acqua, nda), fenomeno da non confondere con la presenza di rifiuti di plastica che rappresentano un problema ben diverso, cioè un problema legato al soffocamento della fauna ittica e non di tossicità. A mio giudizio, il rischio potenziale di questi minuscoli frammenti è insignificante, anche perché non raggiungono gli alimenti per la preparazioni dei quali non viene certo usata l’acqua degli oceani ma acqua ultra-filtrata e batteriologicamente pura», conclude Galli.

Primum non nocere, diceva Ippocrate, oggi traducibile col più banale “prevenire è meglio che curare”. Allarmare no, ma cautelare sì. E informare su un fenomeno scientificamente comprovato e in rapida crescita come quello delle microplastiche e, più ampiamente, quello della plastica, significa appellarsi a quel principio di precauzione che la stessa Unione Europea ci impone di attuare: già nel 2008, la Direttiva sulla strategia per l’ambiente marino (2008/56/CE, “Marine Strategy”), recepita in Italia con il D. lgs. 190/2010, propose di raggiungere entro il 2020 il buono stato ambientale per tutte le acque marine (“Good Environmental Status”, GES).

“Le microplastiche, contenute in dentifrici, prodotti esfolianti o per il lavaggio dei panni, sono sempre più presenti nei pesci e nei frutti di mare che mangiamo. Occorre maggiore consapevolezza del fenomeno. Quest’estate Greenpeace ha elaborato la guida al consumo responsabile di prodotti ittici “FishFinder”, per valorizzare la pesca sostenibile e artigianale”, dichiara Giorgia Monti, responsabile Campagna Mare di Greenpeace Italia che punta il dito contro le industrie del pesce, colpevoli di mettere a serio rischio l’ecosistema marino.

“Come già avvenuto con la Direttiva europea (2012/19/EU) sulla gestione dei rifiuti elettrici ed elettronici e il decreto che l’ha recepita (“Decreto RAEE”, D. lgs. n. 49 del 14 marzo 2014) – che ha regolamentato e limitato l’uso di sostanze pericolose delle apparecchiature, promuovendone il riciclaggio e il reimpiego –, l’idea è di portare la stessa tendenza sui rifiuti di plastica. Su queste problematiche prevalgono considerazioni come ‘Io non posso fare niente’ e così via. Basterebbe iniziare dall’attuazione di politiche locali. In Olanda si educa il cittadino allo smaltimento delle bottiglie in Pet attraverso l’utilizzo di appositi raccoglitori nei supermercati che rimettono un buono spesa. Il problema della plastica in mare si sta espandendo e si rende necessario un approccio globale”, conclude lei.

 *A cura di Davide Lorenzano