Me

Mosul: Cronache dal fronte

Il diario di Amedeo Ricucci su TPI, che racconta l’offensiva per cacciare l’Isis da Mosul e Raqqa

Immagine di copertina

La prima lezione la imparo dal linguaggio dei segni, assai più eloquenti delle parole. Noto infatti che c’è sempre un tripudio di folla ad accogliere l’ingresso dei soldati iracheni nei villaggi della periferia e nei quartieri di Mosul che in questi giorni, uno dopo l’altro, vengono strappati all’Isis. Ma dietro le strette di mano e gli abbracci cordiali si percepisce una profonda, reciproca diffidenza: fatta di mezze parole e sguardi un po’ obliqui.

La verità è che gli abitanti di questi stessi villaggi, due anni fa, accolsero come liberatori anche i miliziani dell’Isis, sunniti come loro. Lo sanno tutti. E il sontuoso banchetto che viene offerto ai liberatori di oggi – montone, quintali di montone, tutti a terra sulle stuoie, i soldati di fronte ai civili – è solo uno spettacolo messo in scena per noi giornalisti, coi sorrisi di circostanza che in realtà celano a fatica le preoccupazioni per un futuro su cui gravano molte, troppe ombre.

Se ci si sottrae infatti alla grancassa mediatica che accompagna e celebra quest’offensiva su Mosul manco fosse il D-Day, non ci si può non chiedere cosa succederà da queste parti una volta che l’Isis sloggerà. Finirà l’incubo jihadista, tornerà la pace e trionferanno libertà e democrazia? Il mio amico Ahmed ci crede poco.

Pensa invece che a battaglia finita ci sarà l’occupazione militare di questa regione da parte dell’esercito iracheno – a maggioranza sciita – e questo non contribuirà certo alla riconciliazione nazionale, lasciando anzi ampi margini per il proselitismo jihadista fra la popolazione sunnita, che qui è maggioranza.

Per non parlare dei problemi che sorgeranno fra il governo centrale di Baghdad e quello regionale del Kurdistan: la regione di Mosul è sempre stata contesa, fra gli uni e gli altri, e se non si tira fuori dal cilindro una soluzione “federale” si rischia la paralisi. Insomma, è un po’ presto per cantare vittoria. E i selfie, che qui furoreggiano, rischiano di essere di cattivo gusto.