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L’imperdonabile sconfitta dei media sulle elezioni presidenziali statunitensi

Stampa e sondaggi non hanno compreso la vendetta di Trump, il candidato meno presentabile, sull'America "per bene". Il commento di Giorgio Ferrari da New York

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C’è un grande sconfitto in queste elezioni presidenziali e non è Hillary Clinton. Non è la macchina del partito democratico e nemmeno l’America della solidarietà, dell’utopia, della modernità e delle grandi città liberal.

Sconfitto è l’universo dei media, dell’informazione, dei sondaggi. Sconfitti per la seconda volta (è già accaduto questa estate con la Brexit) sono i grandi giornali che non hanno capito o peggio non hanno voluto capire cosa brulicava sotto i piedi dell’America, che si sono trasformati in veicoli di propaganda rinunciando alla loro missione di informare, che hanno martellato per mesi il candidato invotabile e impresentabile con l’intenzione – legittima, ma a quanto si è visto del tutto inutile – di compiere quella character assassination che sulla carta sembrava talmente facile da far indulgere columnist e analisti in una derisoria cavalcata anti-Trump.

Un errore fatale, come quello degli istituti di sondaggio. Questi solo raramente hanno alzato le antenne percependo qualche segnale di allarme. Ma in fondo anche il sondaggio è un mezzo di comunicazione e come tale si adegua a quello sciagurato storytelling nel quale si sono incanalati tutti, dal New York Times al Wall Street Journal, dalle grandi emittenti televisive alle centinaia di blogger, dai maestosi e blasonati Atlantic Monthly e New Yorker fino alle emittenti radiofoniche. Un grande cicaleccio mediatico destinato a sollecitare i riottosi, convincere gli indecisi, spronare i pigri che non intendevano partecipare al voto.

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Il risultato è sotto i nostri occhi: un’America prevalentemente bianca, benestante e in larga misura evangelica si è legata a un’altra America altrettanto bianca, impaurita e impoverita da anni di crisi e da un’amministrazione – quella di Obama – che non ha mai convinto fino in fondo e che soprattutto ha offerto nella figura di Hillary Clinton la sagoma sinistra di una pericolosa continuità.

A questa prospettiva una vasta porzione dell’America rurale ha detto no. Un “no” silenzioso, sotterraneo, uscito dalle urne ma mai o quasi mai rilevato dalle inchieste dei giornali. Inchieste sorde, a cui quest’America non interessava, che preferivano il lato progressista e vincente che le due coste mostravano con orgoglio, lasciando al Midwest, alla Bible Belt, all’ovest montanaro la palma dell’arretratezza culturale e sociale.

Il risultato della vittoria di Clinton, a dispetto del montante consenso che un candidato fuori da ogni schema come Donald Trump andava accumulando, sembrava allora scontato. Quell’America invece stava mulinando una vendetta atroce nei confronti dell’establishment, di Washington, di Wall Street, dei politicanti.

Una vendetta affidata al meno onorevole e presentabile dei candidati possibili, quasi uno sfregio all’America per bene. Ma le vendette si compiono così, senza riguardi e senza attenzione allo stile.

Ora i giornali, fariseicamente, fanno marcia indietro. L’Huffington Post cancella frettolosamente i giudizi su Trump “razzista e xenofobo”. Paul Krugman, bontà sua, ammette che lui per primo e il New York Times a seguire non avevano capito niente.

La stampa, grande imperdonabile sconfitta, si adeguerà scodinzolando, ne siamo quasi certi. Di credibilità ne ha perduta più lei dei pur mediocri candidati che si sono disputati la più volgare elezione presidenziale degli ultimi cento anni.

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