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Il giorno in cui il mio cuore impazzì
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Il giorno in cui il mio cuore impazzì

La testimonianza forte e molto personale di una giovane donna che convive con gli attacchi d'ansia e ha scelto di condividere la sua esperienza su TPI

26 Lug. 2017

Era un giorno come gli altri. Stavo lavando i piatti con la musica alta, cantavo. Mi sentivo persino più serena del solito.

All’improvviso il mio cuore ha iniziato a battere all’impazzata, una tachicardia immotivata e incontrollata. Il braccio e la mano sinistra formicolavano; avevo dei dolori al petto. Senza lasciarmi andare alla preoccupazione sono andata da mia sorella per avvertirla che non mi sentivo bene e lei guardandomi si è spaventata: “Ma perché sei così bianca?”

Il cuore batteva sempre più forte. Panico.

Andai in bagno, mi spogliai, acqua gelata. Mi guardai allo specchio, ero rossa come una lattina di Coca-Cola. Il cuore non smetteva di martellare.

I medici mi dissero che non avevo niente. Analisi ematiche, elettrocardiogramma, ecografie. Ma come poteva essere? Per settimane, lunghe e angoscianti, credevo ogni giorno di essere sul punto di morire.

La tachicardia era continua, l’agitazione immediata, le mani sudavano, la gola si stringeva, sentivo un macigno sul petto. Non riuscivo a deglutire e a respirare bene. Una condizione del genere non ti lascia tempo per nient’altro.

Ahimè, studio medicina, quindi il pensiero di avere problemi fisici che potessero essere sfuggiti ai dottori, dall’ipertiroidismo a gravi difetti cardiaci, mi perseguitava. Stavo male senza sosta. Piangevo tutto il giorno.

Settimane dopo, gli attacchi cominciarono a lasciarmi qualche ora libera. Continuavo a rivolgermi a medici sempre differenti, e tutti mi congedavano allo stesso modo: problemi psicofisici.

La preoccupazione della mia famiglia mi spinse a rivolgermi a uno psichiatra, che capì immediatamente la mia situazione: disturbo d’ansia generalizzata a base depressiva.

Mi prescrisse una terapia farmacologica a base di stabilizzatore dell’umore (Rivotril), antidepressivi (Paroxetina e Citalopram) e ansiolitici (Xanax, Alprazolam).

Ero talmente disperata e gli attacchi erano così invalidanti per la mia vita, che ignorai le mie stesse convinzioni contrarie all’uso di psicofarmaci, e iniziai la cura, abbinata a una psicoterapia.

I farmaci mi facevano dormire tutto il giorno, all’inizio. E dopo qualche tempo mi privarono di ogni pulsione, dalla fame agli istinti sessuali. Mi portavano picchi di iperattività, e un vuoto emotivo innaturale. Il mio sguardo era assente. Mi dicevano: “Non ti riconosco più”.

Arrivai a pesare, senza nemmeno rendermene conto, 41 chilogrammi per 165 centimetri d’altezza. Passavo le giornate a fare tantissime cose senza mangiare nulla.

Non ricordavo mai di nutrirmi, solo di prendere i farmaci. La magrezza impressionante e la mia assenza mentale preoccuparono e addolorarono i miei familiari al punto da spingermi a interrompere la terapia farmacologica.

Gli attacchi d’ansia mi hanno cambiata davvero. È un’esperienza che ti scuote profondamente, ti avvicina all’idea della morte, ti mette alla prova ogni notte che passi da sola senza riuscire a prendere sonno, con il cuore che scoppia e il respiro spezzato.

Ti colpisce indipendentemente da quello che fai. Stai male e ancora male. Nessuna quiete arriva a farti stare meglio dopo la tempesta. Solo una gran paura di svegliarti di nuovo. Ti deprime, ti scoraggia, ti devasta la quotidianità.

Ma se ne esci, sei un’altra persona, e spesso migliore. Ti costringe a prendere in mano la tua vita, a fare scelte importanti, riordinando le tue priorità. Riesci a dare il giusto peso ai problemi, perché – diavolo! – niente terrorizza come un attacco d’ansia. E per lo stesso motivo rinasci con mille nuove forme di consapevolezza.

Ancora non so per quale ragione abbia cominciato a soffrire di attacchi d’ansia. E anzi, dopo qualche mese mi sono tornati. In attesa di far luce sulle cause reali e mettere fine per sempre al problema, prendo ancora lo Xanax ogni volta che ne ho bisogno.

Ci convivo, non mi fanno più paura, nemmeno quando sono forti e non riesco a respirare.

L’arte mi aiuta, dipingere, suonare, scrivere, come se alleggerisse un po’ quella tensione che si accumula dentro e che preme sul petto. Ma calmare il cuore a volte è ancora dura come, credo, un po’ per tutti.

*A cura di Viola Fronterré

— LEGGI ANCHE: Cosa si prova quando si soffre d’ansia

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