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Può la presidente della Corea del Sud sopravvivere allo scandalo sulla corruzione?

La corruzione continua a infestare il palazzo presidenziale, Park sarà davvero la prima presidente sudcoreana a doversi dimettere? L'analisi di Francesca Frassineti

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Nella mattina del 4 novembre la presidente Park Geun-hye, in carica dal 2012, è apparsa pubblicamente per la seconda volta per assumersi la piena responsabilità per lo scandalo di abuso di potere che ancora una volta ha colpito la nazione a causa del rapporto con Choi Soon-sil – una donna che è “rimasta al suo fianco nei momenti più bui della vita” (il padre, il presidente Park Chung-hee, fu assassinato dal capo dei servizi segreti nel 1979 e la madre era rimasta uccisa per errore in un attentato diretto al marito quattro anni prima) e che per questo ha “offuscato la sua obiettività e capacità di giudizio”.

Mentre le voci circa l’influenza del padre, Choi Tae-min, e della figlia sulla famiglia Park sono sempre esistite, il grado di dipendenza nel corso degli ultimi quarant’anni non è mai realmente emerso. Fino ad ora.

La Procura distrettuale di Seul ha formalizzato l’arresto di Choi dopo le rivelazioni che la vedrebbero profondamente coinvolta negli affari di stato riuscendo, pur senza alcun ruolo formale nell’amministrazione, a influenzare le politiche nazionali più importanti e a esercitare una forte pressione sui principali conglomerati industriali affinché “donassero” milioni di dollari a due fondazioni che fanno capo proprio a lei. 

L’arresto di Choi è avvenuto all’indomani di una nuova tornata di rimpasti (il capo di gabinetto e un alto consigliere politico) da parte della presidente conservatrice Park per placare le ire dell’opinione pubblica, come avvenuto in precedenza con la nomina di un nuovo primo ministro appartenente allo schieramento opposto, Kim Byong-joon, già ex consigliere politico del defunto presidente progressista Roh Moo-hyun.

Quest’ultima scelta evidenzia il rifiuto di delegare l’intero processo di selezione del nuovo primo ministro, la cui nomina è affidata dalla Costituzione al presidente per poi essere confermata dall’organo legislativo, a un consenso bipartisan come richiesto dai partiti di opposizione che per questo hanno minacciato di bloccarne l’approvazione da parte dell’Assemblea nazionale.

L’intervento a sorpresa indicherebbe la volontà della presidente di non lasciare le redini di governo e fare marcia indietro. La Casa Blu, il palazzo presidenziale, ha infatti definito la decisione una mossa “inevitabile” per scongiurare un possibile vuoto di governo causato da “una paralisi dell’esecutivo”, spiegando inoltre che con la nomina di figure dell’amministrazione democratico-progressista Roh (2003-2008) e della regione di Honam (una tradizionale roccaforte liberal) la presidenza ha di fatto onorato le richieste di un gabinetto multipartitico.

La scelta di una figura di diversa tradizione politica come quella di Kim potrebbe indicare l’affidamento della gestione degli affari interni, come l’economia e l’istruzione, al nuovo primo ministro (se confermato) mentre il capo dello stato conserverebbe l’autorità esclusiva sulla politica estera e la sicurezza nazionale.  

Proprio Kim si è espresso sulla questione più dibattuta: l’impeachment. Durante una conferenza stampa, il professore universitario ha detto che sarebbe possibile per i pubblici ministeri indagare la presidente, se risultasse necessario, in quanto “tutte le persone, compreso il presidente, sono uguali davanti alla legge”.

Un numero crescente di esponenti dell’opposizione, così come molti membri della società civile, ha invitato Park a dimettersi, ma il Minju Party, principale partito dello schieramento democratico-progressista, si sta muovendo con molta cautela e non ha ancora chiesto l’avvio di una procedura di impeachment.

Nonostante i numerosi scandali nel corso della storia democratica della Corea del Sud, nessun presidente è stato mai costretto a dimettersi o è stato messo sotto accusa con successo – secondo la costituzione, il presidente in carica non può essere accusato di reato tranne in casi di insurrezione o tradimento.

C’è andato vicino lo stesso Roh Moo-hyun durante il primo anno della sua presidenza, ma in quel caso la Corte costituzionale ribaltò il voto parlamentare che aveva scelto a favore dell’impeachment.

È ancora possibile che Park Geun-hye resti in carica fino alla fine del suo mandato che scadrà a febbraio 2018, ma è altamente improbabile che da un’amministrazione conservatrice caratterizzata da politiche inconsistenti e molti passi falsi (Park si era insediata promettendo di reprimere la corruzione che aveva afflitto quasi ognuno dei suoi predecessori, ma le promesse elettorali sono naufragate quasi subito)  scaturirà alcun cambiamento politico di rilievo.

Nel caso della presidente Park, l’opposizione non vuole innescare elezioni anticipate perché al momento non avrebbe la garanzia di una vittoria.

Nonostante il successo elettorale per il rinnovo dell’Assemblea nazionale lo scorso aprile, il fronte democratico-progressista rimane, al pari del partito conservatore di governo Saenuri, spaccato e le trattative per esprimere il proprio candidato alle elezioni del dicembre 2017 sono ancora in corso anche se probabilmente la scelta ricadrà su Moon Jae-in, uscito sconfitto nel 2012.

La prudenza dell’opposizione è giustificata dal fatto che l’impeachment è sempre un gioco d’azzardo e sarebbe un errore politico credere che il sentimento anti-Park (Gallup oggi attesta che l’indice di gradimento del presidente è piombato al 5 per cento) si traduca automaticamente nel sostegno per l’opposizione, soprattutto se si considera il capitale politico e personale del quasi certo candidato Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite uscente, che voci sempre più insistenti vedono come candidato per  Saenuri, nonostante abbia servito come ministro degli Esteri dal 2004 al 2006 nell’amministrazione liberal di Roh Moo-hyun.

In occasione del tentato impeachment di Roh i conservatori, che avevano votato per la messa in stato d’accusa, subirono una pesante sconfitta alle urne e il partito del presidente riuscì a triplicare i seggi parlamentari all’elezione seguita al pronunciamento della Corte che aveva rovesciato il voto dell’Assemblea.

In effetti, non c’è nulla di particolarmente insolito negli indici di gradimento in caduta libera durante il quinquennio presidenziale. Nella democrazia sudcoreana, in particolare, l’uscita dalla Casa Blu dei cinque presidenti che hanno preceduto Park Guen-hye è coincisa con l’abbandono, o con la cacciata, dai rispettivi partiti.

Solo il conservatore Lee Myung-bak (2008-2013) ha raggiunto la fine del suo mandato mantenendo intatta l’affiliazione partitica.

Passata la fase più calda dello scandalo, si potrebbe tornare a dibattere sull’attuale costituzione adottata nel 1987 quando si era convenuto che un singolo mandato di cinque anni fosse il modo più efficace per scongiurare il reflusso autoritario.

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Il “Choi Gate” ha ancora una volta portato alla ribalta la necessità di più equilibrio tra i poteri e controllo sull’esecutivo riconoscendo un ruolo maggiore all’Assemblea nazionale. Considerazioni che la competizione già iniziata per le elezioni presidenziali del dicembre 2017 offuscherà per ripresentarsi al prossimo scandalo.  

— L’analisi è stata pubblicata da ISPI con il titolo  “‘Choi Gate’: in Corea del Sud i fantasmi della corruzione continuano ad infestare il palazzo presidenziale e ripubblicata in accordo su TPI con il consenso dell’autrice 

*Francesca Frassineti, dottoranda in studi globali e internazionali, Università di Bologna