Me

Gli abitanti di un villaggio iracheno festeggiano la liberazione dall’Isis

Negli ultimi due anni i residenti di Gogjali, a 12 chilometri da Mosul, hanno vissuto sotto il controllo del sedicente Stato islamico

Immagine di copertina

Una donna sorride timidamente e fa un cenno di saluto rivolto ai soldati delle forze irachene impegnate nell’offensiva per liberare la città irachena di Mosul dalla stretta dell’Isis.

Nel frattempo, un uomo seduto sugli scalini che conducono all’ingresso di una moschea situata nel villaggio curdo di Gogjali (nella periferia orientale di Mosul), armeggia con un rasoio elettrico per barbe e capelli. 

Mentre compie quel gesto radendosi da cima a fondo, altri uomini attendono in religioso silenzio il loro turno, quasi fosse un momento sacro. E per certi versi lo è.

Per due anni i residenti di questo piccolo villaggio alle porte della città hanno dovuto subire la tirannia dei miliziani dell’Isis, fino a quando l’intera area è stata liberata due giorni fa dalle forze irachene con l’ausilio dei combattenti curdi Peshmerga e il supporto della coalizione guidata dagli Stati Uniti.

Ecco perché stringere un oggetto come un semplice rasoio elettrico – concesso in prestito da un militare iracheno – ha assunto per gli abitanti di Gogjali un significato preciso: oltre a conferire loro un senso di piena libertà, radersi la barba è un atto di sfida che contravviene ai divieti e alle regole imposte dal sedicente Stato islamico. 

(Qui sotto alcune donne escono per la strada del loro villaggio appena liberato dalle forze irachene: Credit: Twitter)

Da quando i miliziani dell’Isis proclamarono la nascita del Califfato nel 2014 e scelsero come loro quartier generale in Iraq proprio Mosul allargandosi poi verso le aree adiacenti, nessuno dei residenti poteva più sottrarsi ai dettami che regolamentavano ogni aspetto della loro vita: gli uomini erano costretti a portare le barbe lunghe e le donne dovevano obbligatoriamente indossare l’abito integrale (niqab). 

“Abbiamo dovuto indossare la dishdasha”, ha raccontato un adolescente all’agenzia di stampa AFP, riferendosi al tradizionale abito arabo. “Anche la lunghezza dei vestiti era messa in discussione, e se non venivano rispettate queste regole allora si ricevevano le frustate”, ha sottolineato il giovane, che ha fatto sfoggio di una camicia a scacchi e di un paio di pantaloni casual. 

Anche le donne hanno celebrato la liberazione del villaggio di Gogjali a modo loro, svestendosi degli ingombranti niqab, mentre le strade intorno si ripopolavano di bambini festanti. 

Ma il ritrovato senso di libertà per questi residenti non cancella affatto tutte le angherie, le violenze e la costante paura di essere uccisi per una parola fuori posto o un abito non conforme alle regole imposte dall’Isis. 

“A volte, mentre guidavo il mio taxi mi fermavano per annusare il mio alito o il mio respiro e constatare se sapeva di fumo. Spesso mi accusavano ingiustamente di aver fumato”, ha raccontato un uomo di 60 anni. 

“Se reputavano che il test non era abbastanza soddisfacente, allora mi minacciavano dicendomi di dover controllare le mie dita per vedere se erano gialle di nicotina”. 

In altri casi capitava di finire in prigione senza nessuna ragione apparente. Qui la vittima veniva sottoposta a ogni tipo di tortura psicologica: bendato e legato, spesso subiva false esecuzioni per decapitazione. 

In questo contesto cupo e drammatico, non mancavano le vere esecuzioni di massa effettuate davanti a un pubblico. “L’intero villaggio era costretto a partecipare e guardare”, ha raccontato ancora un testimone all’AFP, mentre un gruppo di bambini intorno a lui annuivano in silenzio.

“Una volta, una donna è stata lapidata e tutti coloro che distoglievano lo sguardo venivano picchiati con violenza”, ha sottolineato un altro residente. Un terzo invece ha raccontato come “molti uomini sono stati lanciati nel vuoto dai tetti degli edifici di sei o sette piani. La maggior parte dei quali erano ex membri delle forze di sicurezza”. 

(Qui sotto alcuni residenti del villaggio di Gogjali liberato dalle forze irachene. Credit: Twitter)

Alle torture fisiche, alle decapitazioni di massa e alle esecuzioni in pubblico, si sommavano anche le torture psicologiche. Diversi residenti hanno confessato come molti dei loro parenti siano stati incarcerati  dai miliziani dell’Isis al solo scopo di estorcere i soldi della cauzioni in denaro. 

Campagna regione lazio

Nell’istante dopo la liberazione del villaggio da parte delle forze irachene, i residenti sono usciti fuori dalle proprie abitazioni per vivere appieno quel momento. Decine di donne completamente velate e uomini con le barbe lunghe hanno gradualmente invaso le strade di Gogjali, con lo sguardo riacceso da una nuova speranza di tornare a vivere un’esistenza normale.

“Stiamo uscendo solo ora da questa prigione a cielo aperto in cui siamo stati costretti a vivere”, ha mormorato uno di loro. 

(Qui sotto il video che mostra la liberazione dall’Isis del villaggio curdo a 12 chilometri da Mosul. Credit: YouTube)