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La vita sospesa dei migranti a Ventimiglia

Nella città di confine un centro ospita circa 600 migranti che provano a raggiungere la Francia, ma spesso restano bloccati per mesi a causa dei respingimenti

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“Di qui passa la storia, si può decidere di capirlo e sostenere questa gente, oppure no”. Mi accoglie così una giovane volontaria che dona un po’ del suo tempo per migliorare le condizioni di vita dei migranti che sostano a Ventimiglia nell’attesa di poter varcare il confine.

L’obiettivo è la Francia. La terra promessa, per alcuni la meta finale di un lunghissimo viaggio, per altri solo un’ulteriore ma indispensabile tappa verso il nord Europa. Ventimiglia, città di confine a meno di 10 chilometri dalla Costa Azzurra, affronta l’emergenza ormai da mesi. 

I respingimenti alla frontiera da parte della autorità francesi sono continui, i migranti attendono, ci provano e ci riprovano. E così sono in centinaia in città, bloccati tra il centro d’accoglienza temporaneo campo Roja gestito dalla Croce Rossa e quello allestito alla chiesa di Sant’Antonio dalla Caritas, mentre altri preferiscono non appoggiarsi a nessuna struttura e bivaccano vicino al fiume Roja, sotto i cavalcavia. Ogni sera, ogni giorno, provano ad arrivare in Costa Azzurra, ma quando la polizia francese li individua li respinge in Italia. 

Lontano dal centro e dalla spiaggia di Ventimiglia, nella zona dello scalo merci ferroviario, ha aperto il Centro d’accoglienza temporaneo Parco Roja. Attualmente ospita 550-600 migranti.

“Dall’apertura del campo, lo scorso 16 luglio, sono transitate 6mila persone: l’80 per cento sono sudanesi”, commenta Valter Muscatello, responsabile del centro. “Appena 28 le richieste di asilo, 11 le richieste di ricollocamento di ragazzi eritrei (trasferimento diretto in altri paesi membri dell’Ue per le persone che hanno bisogno di protezione internazionale, ndr) e due quelle di rimpatrio assistito, insomma numeri molto ridotti rispetto ai migranti in transito in questa struttura”.

I migranti dovrebbero sostare qua sette giorni, ma spesso i tempi si allungano e a volte ritornano a distanza di settimane, dopo essere stati riaccompagnati nei centri del sud Italia.

Un viaggio di andata e ritorno che spesso si ripete anche tre o quattro volte, così come ci racconta Mohammed, 22 anni, sudanese: “Sono arrivato fino a Montecarlo, poi indietro a Taranto, così per quattro volte. Il mio sogno è arrivare in Francia, e poi magari proseguire per l’Inghilterra”.

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Al centro sono garantiti i pasti, un kit igienico, docce, servizi igienici e assistenza sanitaria. In alcuni periodi è arrivato a ospitare anche 750 migranti, alcuni di loro dormono su brande messe a disposizione dall’associazione fuori dai moduli abitativi, sfruttando il riparo di un cavalcavia che nelle prossime settimane sarà sistemato in modo da far fronte all’inverno e al numero di arrivi che sembra destinati a non calare. Giocano a calcio, pregano, si riposano, curano le ferite alle gambe a causa del terribile viaggio, attendono il momento giusto per ripartire.

Le famiglie e le donne vengono ospitate poco lontano, alla chiesa di Sant’Antonio alle Gianchette, dove l’oratorio della parrocchia è stato trasformato in un centro di accoglienza, con brande, cucine e un cortile dove poter giocare.

Ad accoglierli c’è il parroco di origini colombiane don Rito Alvarez, un prete che conosce bene cosa vuol dire fuggire da un paese dove la vita è seriamente in pericolo. “Sono nato in un territorio di guerra, così con la mia famiglia, abbiamo dovuto abbandonare tutto”, racconta. “Ho vissuto in prima persona cosa vuol dire dover scappare da casa”.

“Dal 30 maggio scorso, con la Caritas e il sostegno di altre associazioni, abbiamo aperto questo punto di accoglienza, offrendo semplicemente un po’ di dignità e poi abbiamo iniziato un’avventura intensa, bella ma difficile, fino a metà luglio quando gli uomini sono stati trasferiti al campo Roja. Qua siamo rimasti con le donne, i bambini e le famiglie. La situazione attuale con i problemi con la frontiera con la Francia e non solo, sta portando all’aumento del numero di migranti. Non possiamo essere indifferenti, li vediamo soffrire e piangere tutti i giorni. Hanno solo il diritto di soffrire”.

Era partita da qua la giovane Milet, la ragazza eritrea di 17 anni investita e uccisa sull’A10 mentre cercava di raggiungere la Francia a piedi. “È un capitolo davvero doloroso e difficile, per tutti. Voleva in tutti i modi arrivare in Francia, come la maggior parte di loro”.

La situazione è difficile, attualmente sono ospitate un centinaio di persone. Ogni giorno provano a partire ma spesso ritornano, come una mamma vedova con i suoi sette figli che cerca disperatamente di arrivare in Francia, dove vuole raggiunge il cognato, l’unico sostegno che le sia rimasto. 

Cosa serve al centro? “Abbiamo bisogno di tutto, paghiamo le utenze e il cibo con le raccolte fondi e il sostegno di chi di aiuta. Servirebbe un’altra struttura”, ci dice don Rito “per poter affrontare i numeri in crescita e ospitare al meglio chi rimane”. 

*A cura di Ilaria Blangetti