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Una donna è stata presa a calci su un bus a Istanbul perché indossava gli shorts

L'uomo ha confessato di aver reagito così per difendere i valori sociali del suo paese. Dopo l'episodio le donne turche hanno lanciato una campagna di protesta su Twitter

Immagine di copertina

Per diversi giorni la stampa turca ha dato spazio a un caso di violenza commesso ai danni di una giovane donna, presa a calci in faccia da un uomo per aver indossato dei pantaloncini giudicati troppo corti. L’episodio risale al 12 settembre scorso, ma l’uomo è stato condotto davanti a una corte solo giovedì 26 ottobre.

La vittima, una giovane di 23 anni, stava viaggiando a bordo di un autobus pubblico a Istanbul, quando è stata aggredita, picchiata e ferita da un passeggero. Il responsabile Abdullah Cakiroglu, è stato arrestato soltanto sei giorni dopo, ma subito rilasciato per aver ammesso la sua responsabilità. 

L’uomo si è giustificato replicando di aver agito così solo per difendere i valori sociali del suo paese che, secondo lui, erano stati calpestati da quella donna con un abbigliamento troppo discinto.

“Se fosse stata vestita correttamente, con un paio di pantaloni lunghi o una tuta da ginnastica, tutto questo non sarebbe successo”, ha dichiarato l’uomo nella sua testimonianza rilasciata il 18 settembre scorso e riportata dal quotidiano turco Hürriyet.

“Quando mi sono voltato e ho visto quella donna con indosso quei pantaloncini, ho perso totalmente la lucidità. Ho pensato che stesse ignorando i valori del nostro paese e della nostra società, e che non mostrasse rispetto nemmeno per sé stessa, né per le persone intorno a lei con quello stile di abbigliamento. Così il mio lato spirituale ha prevalso e l’ho presa a calci in faccia”, ha confessato candidamente l’uomo. 

Tuttavia, dopo aver reagito in maniera così violenta, l’uomo a sua volta è stato picchiato da alcuni passeggeri che viaggiavano sul mezzo, intervenuti per difendere la giovane. 

Secondo le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Cakiroglu, egli ha lavorato per un mese come guardia di sicurezza presso una società privata e ha ammesso di aver sofferto di problemi psicologici un anno fa, ricevendo un trattamento ospedaliero per quindici giorni. L’uomo ha poi confessato di essere sotto cura con farmaci antidepressivi. 

Il caso ha attirato l’attenzione del ministro delle Famiglia e della Politica sociale della Turchia. Fatma Betul Sayan Kaya ha detto che il ministero aprirà un’indagine sull’incidente. “Siamo solidali con la ragazza e con tutte le vittime che subiscono violenza”. 

IL VIDEO 

– Altri episodi di violenza

Questo non è però l’unico caso registrato. Nei giorni successivi, in diverse aree del paese si sono verificati altri episodi di violenza nei confronti di altre donne. Nella provincia settentrionale di Smirne, una donna è stata aggredita per essersi rifiutata di cedere a delle avances da parte di un uomo.

La medesima situazione si è poi ripetuta nella provincia nordoccidentale di Bursa, dove un’altra donna è stata verbalmente aggredita e minacciata su un vagone della metropolitana, dopo aver chiesto a un ragazzo di abbassare il volume della musica. 

La vittima ha raccontato poi i dettagli dell’episodio: “Quando ho domandato a quell’uomo di abbassare il volume della musica, lui di rimando mi ha risposto ‘Sai cosa è successo alla donna che indossava i pantaloncini. Stai zitta puttana”. 

– Le proteste in tutto il paese

Gli episodi di violenza, il mancato supporto delle autorità e della polizia nel restituire dignità e giustizia alle vittime, hanno scatenato la reazione delle donne in tutto il paese. Per spingere le autorità a intervenire sul caso di Abdullah Cakiroglu, assicurandolo alla giustizia, è stata necessaria una campagna sui social media. 

Campagna regione lazio

Su Twitter è stato lanciato l’hashtag #AyşegülTerzininSesiOlalim attraverso cui le donne turche hanno postato le loro immagini con indosso dei pantaloncini, in solidarietà con la vittima del bus. 

Nel week end successivo, gli attivisti si sono riuniti a Istanbul per protestare contro l’attacco e fare pressione sulle autorità affinché si ponga fine alla violenza contro le donne.