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L’illustratrice siriana che si occupa dei bambini rifugiati in Libano

Francesca Mannocchi ha intervistato per TPI Diala Brisly, un'artista siriana che ha lasciato il suo paese e ora aiuta i bambini con la sua arte

Immagine di copertina

Diala Brisly ha nelle mani delle armi molto potenti: le sue armi sono i colori. Sono armi che possono smuovere il mondo, ma non possono ferire nessuno. Sono le armi della fantasia e della curiosità.

Diala fino a pochi anni fa viveva in Siria, e in Siria ha cominciato a disegnare, per aiutare i bambini a sopportare il peso della guerra, per aiutare se stessa a sopportare il peso di un conflitto che le ha portato via un fratello. Diala è dovuta scappare, come altre migliaia di persone, e oggi vive in Libano, a Beirut.

Diala oggi si sveglia al mattino e dall’altra parte delle montagne c’è il suo paese, ma lei non può tornarci. Allora prende i colori, i pennelli – le sue armi – e va nelle tende dove vivono i rifugiati (quasi due milioni di siriani, secondo alcune stime) a combattere con loro la guerra quotidiana per sopravvivere alla nostalgia e alle difficoltà.

Quando la osservi sembra un folletto, una giovane donna dagli occhi che brillano di vitalità, una giovane donna che sta mettendo a disposizione il suo tempo e il suo talento per alleviare il peso dell’esilio ai piccoli rifugiati costretti al quinto anno di vita in tenda.

Sono 500mila i bambini siriani in età scolare che vivono in Libano dall’inizio del conflitto.

Oltre la metà di loro non ha accesso al sistema scolastico. Il paese non ha posti a sufficienza, nonostante da un anno sia stato inserito un secondo turno di scuola pomeridiano.

(Nella foto qui sotto: un disegno dell’illustratrice siriana Diala Brisly, per gentile concessione dell’artista; l’articolo continua dopo l’immagine)

È del destino di questi bambini che si occupa Diala, da quando, come loro, è fuggita dalla guerra.

“Ho iniziato a disegnare nel 2001, avrei voluto fare molte cose diverse, dedicarmi alla pittura, creare cartoni animati per bambini. Avevo molti sogni”, dice Diala. “La consapevolezza che l’arte potesse diventare un mezzo critico, che potesse essere utile al mio paese, però, ce l’ho avuta solo all’inizio della rivoluzione, nel 2011”.

In quell’anno Diala si è unita alle proteste, come attivista nel movimento per la democrazia in Siria. Lavorava con altri giovani per rifornire gli ospedali da campo sotto assedio.

“Lavoravamo anche nelle zone controllate dal regime, consegnavamo medicinali, coordinavamo l’assistenza umanitaria. Poi i miei amici sono stati arrestati, uno dopo l’altro. Ho capito che non ero più al sicuro. Ho capito che sarei dovuta scappare dal mio paese”.

“C’è stato un giorno in cui ho realizzato con chiarezza che di lì a poco sarei andata via. Stavo consegnando del materiale medico. Avevo del siero sotto il sedile della mia automobile e mi hanno fermata a un posto di blocco per controllare la macchina. Sono stata fortunata solo perché il soldato che mi ha fermata era visibilmente ubriaco”.

“Ha guardato il collega che era con lui dicendogli: ‘Guarda che bella ragazza, lasciamola andare’. In quel preciso momento ho capito che la mia vita era in bilico su un filo, come fossi un funambolo, e il mio destino non dipendeva più da me. In quei pochi istanti al posto di blocco ho visto tutta la vita passarmi davanti. Ho temuto che sarei finita in prigione per sempre”.

(Nella foto qui sotto: un disegno dell’illustratrice siriana Diala Brisly, per gentile concessione dell’artista; l’articolo continua dopo l’immagine)

Pochi giorni dopo Diala era in Turchia, profuga tra i profughi. Fuggita dalla guerra per salvarsi la vita. 

“I giorni in Turchia sono stati quasi peggiori degli ultimi giorni in Siria. Non riuscivo a trovare un lavoro, nemmeno da volontaria nelle organizzazioni umanitarie. Mi sentivo inutile e soprattutto mi sentivo colpevole, perché desideravo una vita sicura mentre la gente in Siria stava ancora soffrendo, moriva di stenti, moriva sotto le bombe”.

Un giorno Diala ha ricevuto una telefonata da casa. Suo fratello era stato ucciso, nel nord della Siria. Diala racconta di aver pianto come mai prima. Diala ha pensato che non sarebbe stata più capace di piangere. 

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Si è trasferita in Libano, a Beirut, per provare a mettere a frutto il suo talento e la sua arte, lavorando con le associazioni umanitarie che sostengono i diritti delle donne e i progetti scolastici per i bambini siriani. 

Diala, con i suoi pennelli e i suoi colori, ha realizzato murales sulle tende dei campi profughi per incoraggiare i bambini e sollevarli dal peso della privazione cui sono costretti. 

“Una volta stavo facendo lezione con dei bambini in un campo profughi, nessuno di loro aveva accesso al sistema scolastico pubblico libanese. C’era un bambino di dieci anni che al mattino era costretto a lavorare come meccanico perché suo padre non trovava lavoro e non sapevano più come sfamarsi”.

“Ho disegnato con lui ogni pomeriggio per due settimane, e un giorno gli ho chiesto un numero di telefono al quale avrei potuto contattare lui e la sua famiglia. Ho segnato il suo numero e sulla sua foto del profilo di WhatsApp c’era una bara, e il suo status era: ‘Quando morirò mi mancherete’. Ero disperata. Un bambino di dieci anni con i pensieri così prossimi alla morte!”.

Diala ha lavorato con Ahmed per molte settimane, ha cercato di spiegargli che doveva resistere a tutte le difficoltà, alla fatica del lavoro e dello sfruttamento; ha cercato di insegnare a quel bambino a essere forte nonostante tutto: nonostante la vita in tenda, il padre disoccupato, i fratelli e le sorelle spesso senza nulla da mangiare.

Un giorno Diala ha domandato ad Ahmed di modificare la sua immagine e il suo status. “Sii ottimista, provaci”, gli ha chiesto. 

“Mi ha detto di averlo fatto solo per me. Ha messo un’immagine con dei fiori colorati e la frase: ‘Resisterò, non importa quanto sarà dura la mia vita’. Ho sentito che il mio lavoro serviva a qualcosa. Fosse anche ad alleviare il peso della perdita a un solo bambino”.

(Nella foto qui sotto: Diala Brisly insieme a una bambina siriana in Libano, per gentile concessione dell’artista; l’articolo continua dopo l’immagine)

Lo scorso luglio Human Rights Watch ha stilato un rapporto di 90 pagine sulla situazione dei profughi siriani in Libano, dal titolo Crescere senza istruzione.

Nel documento si legge che alcune strutture scolastiche libanesi non hanno rispettato le norme di iscrizione dei rifugiati, e che il governo ha imposto rigide leggi per la residenza che limitano fortemente la libertà di movimento dei profughi, rendendo di fatto impossibile la ricerca di un lavoro per i capifamiglia e aggravando le condizioni economiche di interi nuclei familiari costretti a far lavorare i propri figli per pochi dollari al giorno e privarli così del diritto allo studio. 

Molti rifugiati siriani temono di essere arrestati se vengono scoperti a esercitare lavori senza il permesso di soggiorno. Più del 70 per cento delle famiglie vive attualmente al di sotto della soglia di povertà.

Sempre più bambini, spesso piccolissimi, lavorano nei campi per una manciata di dollari al giorno. Inoltre, le famiglie più fortunate, in cui il padre lavora, spesso non possono permettersi i costi previsti dalla scuola, come il trasporto o il materiale scolastico.

“Il rischio più grande per i bambini siriani in Libano”, racconta Diala, “sarà la mancanza di istruzione. Questi bambini sono il futuro della Siria, rappresentano la sola possibilità di ricostruire il paese. Che tipo di paese sarà il nostro, se stiamo assistendo senza fare nulla alla distruzione del destino di questi bambini?”.

“Sta crescendo una generazione di ignoranti, saranno adulti senza conoscenza, senza nozioni critiche, non sapranno interpretare cosa accade intorno a loro. Questo significa che gli anni che verranno saranno più pericolosi di quelli attuali, perché un bambino privo di conoscenza è più esposto alla devianza, alla possibilità di essere reclutato da gruppi fondamentalisti”.

Diala prende i suoi colori, e continua a raccontare con le sue illustrazioni storie di salvezza e speranza. “Vorrei aiutare i bambini di tutto il mondo. Ma il mio sogno più grande è tornare ad aiutare i bambini in Siria”, conclude.