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L’Alta Corte pakistana ha deciso di giustiziare un uomo schizofrenico

Una sentenza stabilisce che la schizofrenia non è un disturbo mentale aprendo la via all'esecuzione capitale di Imdad Alì affetto da disturbi mentali

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La Corte Suprema pakistana ha stabilito che la schizofrenia non è catalogabile come un disturbo mentale, aprendo così la via per l’esecuzione di un uomo affetto da disturbi mentali e già condannato a morte per l’omicidio di un religioso nel 2002.

Dopo la sentenza resa nota giovedì 20 ottobre, nel paese si dibatte nuovamente sulla sorte di Imdad Alì. Nel 2012, l’uomo era stato sottoposto a esami clinici e gli era stata diagnostica una forma acuta di schizofrenia paranoide e disturbi psicotici. I medici avevano precisato che il paziente “era incapace di intendere e volere”. 

Una diagnosi che avrebbe dovuto cambiare il suo destino, evitandogli la pena capitale. Ma non è andata così. Nel 2015, la Corte Suprema pakistana aveva rigettato il ricorso in appello. 

Nonostante le innumerevoli proteste che il caso di Imdad Alì aveva precedentemente innescato nel paese, i giudici giovedì hanno stabilito che l’esecuzione non sarà sospesa, dopo aver appurato che la schizofrenia dell’uomo non è una condizione permanente, ma varia a seconda del livello di stress. 

Le Nazioni Unite si erano già pronunciate sul caso dell’uomo pakistano nel mese di settembre, quando la notizia della sua imminente esecuzione aveva scatenato le proteste dei gruppi in difesa dei diritti umani pakistani e internazionali, dichiarando che infliggere la pena di morte a un uomo affetto da disturbi mentali va contro il diritto internazionale. 

Sulla base di un rapporto medico stilato nel 2013, Imdad Alì era stato dichiarato clinicamente pazzo, ma la sentenza venne ribaltata qualche anno dopo, sino ad arrivare alla decisione definitiva della Corte Suprema che ha decretato come la schizofrenia sia una malattia recuperabile, e come tale non compresa nella casistica dei disturbi mentali. 

La condanna a morte potrebbe essere eseguita già il 26 ottobre prossimo, senza tenere alcun conto dell’ultima valutazione medica effettuata nel mese di settembre che conferma come la malattia dell’uomo resista a qualsiasi trattamento medico.

La sentenza ha scatenato la reazione di numerosi attivisti in difesa dei diritti umani: “E’ scandaloso come i giudici pakistani sostengano che la schizofrenia non sia una malattia mentale. È terrificante pensare che un uomo malato di mente come Imdad Alì potrebbe ora essere giustiziato. Chiediamo l’intervento del presidente del Pakistan per fermare questo tentativo nauseante di giustiziare Imdad”, ha sottolineato un esponente di un piccolo gruppo di attivisti locali.

Anche le Nazioni Unite hanno lanciato un appello al governo affinché fermi l’esecuzione di Alì garantendogli un nuovo processo, in piena conformità degli standard internazionali. “Si tratta di una violazione dei diritti umani imporre la pena capitale su individui con disabilità psico-sociali”, hanno dichiarato alcuni esponenti dell’ufficio delll’Alto Commissariato per i diritti umani dell’Onu (Ohchr). 

Secondo gruppi di attivisti, i giudici hanno ignorato i rapporti medici che confermavano la disabilità psico-sociale del paziente e non hanno mai condotto alcuna valutazione indipendente del suo stato di salute mentale.

Gli squilibri mentali dell’uomo erano già stati rilevati un anno prima rispetto al periodo in cui commise l’omicidio, ma la malattia non era mai stata menzionata in alcuna sentenza del tribunale che lo ha così condannato a morte. 

Il 17 dicembre del 2014 il governo pakistano ha revocato la moratoria sulla pena di morte e l’ha reintrodotta subito dopo il massacro da parte dei talebani in una scuola di Peshawar. Fino a oggi sono state 400 le persone giustiziate. 

La pena capitale venne ripristinata solo per i reati di terrorismo, ma poi reintegrata per reati come i sequestri di persona, gli omicidi, la blasfemia e altri crimini gravi. Sono attualmente 8mila i prigionieri rinchiusi nel braccio della morte nelle carceri pakistane.