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L’ultima generazione di donne subacquee della Corea del Sud

12 immagini raccontano le haenyeo, le donne del mare, che per secoli hanno fatto dell'immersione nei fondali oceanici la loro ragione di vita e oggi stanno scomparendo

Immagine di copertina

Per secoli le donne dell’isola di Jeju, nella parte meridionale della Corea del Sud, hanno fatto dell’immersione nei fondali più profondi dell’oceano la loro ragione di vita. Una tradizione che è stata tramandata di madre in figlia a partire dal Diciassettesimo secolo.

Le haenyeo, letteralmente ‘donne del mare’, non hanno mai utilizzato bombole d’ossigeno per scendere negli abissi dell’oceano, servendosi solo del loro fiato. Spesso hanno raggiunto profondità che vanno dai dieci ai i venti metri, con pesi di piombo attaccati a una cintura legata alla vita, e segnalando la loro presenza in acqua attraverso un dispositivo di galleggiamento chiamato tewak

Il compito di queste donne consiste essenzialmente nella pesca di fondo di molluschi, pesci di piccola taglia, ricci di mare, cetrioli di mare e soprattutto alghe marine. Grazie al duro lavoro svolto nei secoli, le generazioni di donne subacquee hanno anche contribuito a proteggere le specie marine presenti nel mar Cinese orientale. 

In origine, scandagliare i fondali oceanici alla ricerca dei suoi frutti era un mestiere riservato esclusivamente agli uomini, ma a partire dal Diciassettesimo secolo le donne subacquee iniziarono a prendere il loro posto, arrivando a superarli numericamente.

La pesca nei fondali marini non era di certo un lavoro facile: spesso le haenyeo erano costrette a immergersi nelle acque gelate senza attrezzature professionali, trattenendo semplicemente il respiro per due minuti prima di risalire, prendere fiato e immergersi di nuovo, continuando in questo modo per cinque o sei ore di fila.

Nei secoli le donne hanno acquisito la padronanza del mestiere e molte di loro hanno preso il posto dei mariti. 

Oggi la situazione è cambiata in maniera radicale. Le generazioni di giovani donne sudcoreane che vivono sull’isola, un tempo quartier generale delle haenyeo, sono alla continua ricerca di una formazione universitaria superiore e di una carriera “più moderna”, e per questo tendono a lasciare l’isola, rifiutandosi di seguire le orme delle loro madri e delle loro nonne.

Nel 1970 le haenyeo erano più di 14mila, ma nel corso dei decenni il loro numero si è ridotto in maniera drastica, arrivando oggi a circa 4.500.

Attualmente l’ultima generazione di donne del mare ha un’età che oscilla tra i 50, i 70 e addirittura i 90 anni. 

Non essendoci più un ricambio generazionale che permetta di istruire nuove haenyeo, queste anziane pescatrici rappresentano un patrimonio importante per la cultura sudcoreana. Addirittura, nel 2014, il governo di Seul aveva avanzato la proposta di inserirle nella Lista del patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. 

Le donne del mare sono sempre state oggetto d’interesse e numerose sono state le pubblicazioni fotografiche realizzate per raccontare la loro storia. TPI ha contattato il fotografo sudcoreano Hyung S. Kim, di base a Seul, che dal 2012 fotografa le haenyeo immergendosi con loro nelle acque dell’oceano.

Nel corso degli anni Kim ha allestito numerose esposizioni in giro per il mondo, da Londra a San Francisco, passando per New York e la Francia, per far conoscere a tutti i volti affaticati e segnati dal tempo di queste leggendarie donne subacquee.

“Quando ho iniziato a fotografarle, si sono mostrate esattamente come sono, stanche e senza fiato. Mostrano tuttavia una grande resistenza mentale e fisica, legata in prevalenza al pericoloso lavoro che svolgono. Ogni giorno attraversano la sottile linea tra la vita e la morte. Per questo volevo catturare l’estrema dualità incarnata in queste donne, ossia la forza combinata alla fragilità umana”, ha raccontato l’autore del progetto fotografico dal titolo Haenyeo, di cui si possono vedere alcune immagini nella photogallery.