La battaglia dell’unica dottoressa tra i monti del Kurdistan iracheno
Condividi su:

La battaglia dell’unica dottoressa tra i monti del Kurdistan iracheno

Da oltre due anni, Khansa Shamdin cura i soldati peshmerga e la comunità yazida in fuga dall'Isis. Il reportage di Sara Manisera e Arianna Pagani dal Sinjar, in Iraq

17 Ott. 2016  

“Resterò su questa montagna fino a quando ci sarà anche solo una persona che avrà bisogno di aiuto”. Khansa Shamdin ha le idee chiare e un tenace spirito di adattamento. Da due anni e mezzo, nel cuore del Sinjar, questa donna assiste e fornisce cure mediche ai soldati feriti dell’esercito peshmerga e alla comunità yazida in fuga dal sedicente Stato islamico. 

Prima dell’arrivo dell’Isis da Erbil, principale città del Kurdistan iracheno, si impiegavano tre ore per raggiungere la catena montuosa del Sinjar. Oggi ce ne vogliono sei. L’unica via di collegamento circumnaviga Mosul a nord, attraversando paesaggi desertici e stepposi che si alternano a zone verdi e rigogliose man mano che ci si avvicina al fiume Tigri. Numerosi sono i villaggi abbandonati e distrutti che si vedono lungo la strada, in molti punti bucata dai colpi di mortaio.

Mosul, conquistata dai jihadisti nel giugno 2014, è la città in cui è stata proclamata l’instaurazione del sedicente Stato islamico. Pochi mesi dopo, i combattenti dell’Isis hanno espugnato anche il monte Sinjar, massacrando la popolazione yazida e le altre comunità etniche e confessionali, ritenute apostate.

In migliaia sono fuggiti dalle proprie case per evitare il massacro, lo stupro etnico e la riduzione in schiavitù, ma molti altri sono morti per sete e stenti sul monte, oggi ribattezzato “Montagna della morte”. Si calcola che circa 5mila uomini siano stati uccisi e altrettante donne catturate come schiave sessuali.   

“All’inizio nessuno voleva venire qui nel Sinjar perché era circondato dai combattenti dell’Isis, non c’era alcun dottore, né personale medico”, spiega la dottoressa Khansa Shamdin.

Khansa in quella montagna della morte ci è andata come volontaria, lasciando Derek, cittadina siriana nel governatorato di al-Hasakah, al confine tra la Turchia e l’Iraq. “Sono arrivata con un elicottero dei peshmerga e non me ne sono più andata”.  

La dottoressa non indossa il camice bianco ma un’uniforme militare. Ha una lunga treccia che le scende di lato sulla spalla, gli occhi dipinti con l’eyeliner e un tatuaggio sulla mano destra. Per lei i primi mesi nel Sinjar non sono stati facili.

“Sono la prima donna che è arrivata in mezzo a questa comunità. All’inizio mi ostacolavano o non accettavano il mio aiuto ma dopo un po’ di tempo mi hanno accolta e oggi tantissimi bambini si chiamano Khansa”, racconta sorridendo, mentre visita i pazienti.

Cala l’imbrunire e molte persone raggiungono la clinica a bordo di pick-up e motociclette. Tra queste Khassem, un uomo yazida che accompagna la moglie e tre dei suoi otto figli. “Senza di lei saremmo morti”, racconta, riferendosi a Khansa. “Non vedi qui come viviamo? Non c’è niente, nessun ospedale, niente. Siamo soli, abbandonati da tutti”, aggiunge l’uomo.

La strada per raggiungere la clinica è impervia e dai villaggi più remoti si possono impiegare diverse ore. Per questo molti hanno il numero personale della dottoressa Khansa. La chiamano per sapere se lei è lì o al fronte a medicare i soldati peshmerga feriti.

Dall’ambulatorio in cima al monte si scorge una miriade di tende e casupole in paglia, tessuto e pietra. Nella pancia di questa parte della montagna sono ritornate circa 12mila anime che si aggiungono a quelle che non sono mai andate via. A guardarli sembra che il tempo si sia fermato. I terrazzamenti sono coltivati a mano, gli asini trasportano i carichi più pesanti, non c’è elettricità e l’acqua è raccolta in misere cisterne.

Un’altra donna yazida di nome Nadram, in fila per farsi controllare gli occhi, interviene nella conversazione: “Siamo onorati di avere qui la dottoressa. È l’unica che ci accetta senza problemi. Per noi è come se fosse della nostra comunità”, conclude.

Gli yazidi sono un popolo di origine curda, il cui nome deriva dall’antica provincia che si estendeva a est di Mosul, nell’attuale territorio iracheno. Venerano Melek Taus, un angelo dalle sembianze di un pavone, e la loro religione contiene una combinazione di elementi dello Zoroastrismo e dell’Islam. Da secoli questo popolo subisce pesanti persecuzioni, e molti lo considerano adoratore del diavolo.

“Chi tratta male queste persone è semplicemente privo di umanità e di ogni morale”, afferma la dottoressa. “Io non sono venuta qui perché sono curdi, arabi o yazidi. Io vengo perché questa è la mia gente”.

Khansa è curda di religione musulmana sunnita. Non indossa il velo ma prega cinque volte al giorno in una stanzetta al lato dell’ambulatorio. Ride quando le si chiede se si vuole sposare: “No, sto cercando di fare del mio meglio per le persone che hanno bisogno di aiuto. Sono contenta di quello che faccio e non voglio cambiare la mia vita per un uomo”, aggiunge.

Le visite continuano senza sosta. Arrivano donne, anziani, uomini e bambini. Khansa è severa quando parla ai pazienti: “Se i vostri figli hanno problemi è colpa vostra perché non li curate abbastanza”. In un solo giorno la dottoressa visita più di settanta persone nell’ambulatorio, attrezzato con sei lettini, bombole d’ossigeno e scaffali colmi di medicinali. Per lei non esistono i giorni liberi, a volte nemmeno le notti.

La sua dimora è una piccola baracca in lamiera a pochi metri dalla clinica, tra gli avamposti del Pkk (Il Partito dei lavoratori del Kurdistan) e dei peshmerga, che si contendono il controllo dell’area. “Io curo tutti, senza distinzione, anche di notte se necessario”, dice la donna. E alla domanda se ha mai pensato di ritornare nella sua città risponde così: “No mai. La mia casa è il Kurdistan ed è qui che ho scelto di restare”. 

*A cura di Sara Manisera e Arianna Pagani

LA MAPPA DI TPI: 

— LEGGI ANCHE: LE PRIME IMMAGINI DELL’AVANZATA CURDA E IRACHENA VERSO MOSUL.